Tra favorevoli e contrari... Ancora polemiche sui vaccini In primo piano

Il 28 luglio di due anni or sono la legge 119 portava da quattro a dieci (che avrebbero dovute essere in un primo momento 12) le infezioni per le quali decretava l’obbligo vaccinale pena la non iscrizione a scuole materne e asili nido di bambini non vaccinati e prevedendo sanzioni economiche per i genitori inadempienti. Difterite, Epatite B, Haemophilus influenzae B, Morbillo, Parotite, Pertosse, Poliomielite, Rosolia, Tetano e Varicella sono le vaccinazioni il cui obbligo ha di fatto scatenato nel nostro Paese una vera e propria crociata contro i vaccini.

Ad alimentare le perplessità sull’opportunità di ricorrere a così tante vaccinazioni anche alcuni fatti di cronaca come la radiazione di medici dall’Ordine professionale per aver osato esporre pubblicamente i loro legittimi dubbi, e da improvvide dichiarazioni - risultate poi false - su inesistenti epidemie da “centinaia di morti per morbillo” che si sarebbero verificate negli anni passati in Inghilterra.

Difficile, nell’esporre alcune considerazioni sulle vaccinazioni, evitare di schierarsi per l’uno o per l’altro dei fronti avversi. Alla immancabile domanda se si sia favorevoli o contrari ai vaccini, la risposta appare scontata. Nessuno può mettere in discussione che i vaccini siano tra le più grandi scoperte della medicina, e chi lo fa o è un pazzo o è in malafede. Ma una cosa sono i vaccini, e altra cosa è la politica sanitaria sottesa alle vaccinazioni. La frattura creatasi nel Paese, anche con toni violenti, in larga parte esacerbata da quelle stesse forze politiche che dicevano «sui vaccini non si fa campagna elettorale», ha fatto sì che il solo sollevare qualche dubbio sulla politica sanitaria legata ai vaccini equivalesse automaticamente a mettere in dubbio la bontà dei vaccini.

E così, con un vero e proprio atto di forza, si è passati da quattro a dieci vaccini, senza che ci fosse stato praticamente dibattito. E sì che di domande da fare ce ne sarebbero state. Per esempio, se fosse opportuno per innalzare la copertura vaccinale usare lo strumento dell’obbligatorietà. Se per fermare l’epidemia del morbillo in corso abbia senso vaccinare i bambini e non gli adulti che ne sono più gravemente colpiti. In Europa, la fascia di età più colpita dal morbillo è quella compresa tra i 3 e i 31 anni (dati 2018-2019). Se la farmacovigilanza in Italia è buona, o se ha bisogno di alcune correzioni.

«I vaccini sono dei farmaci ai quali bisogna prestare la massima sorveglianza. Gli studi indipendenti presentati in questi giorni sui vaccini alimentano dei dubbi sulla loro composizione. Le ricerche vanno riprodotte e anche su queste ultime vanno fatti degli approfondimenti. Non devono rimanere dubbi». Sono solo alcune tra le parole pronunciate dal virologo Giulio Tarro durante il convegno promosso a Roma dall’Ordine nazionale dei biologi sul tema “Vaccinare in sicurezza”. Allievo di Albert Sabin che scoprì il vaccino antipolio, due volte candidato al Nobel per la medicina, al vertice della Commissione sulle biotecnologie della virosfera Wabt-Unesco, Tarro è stato mesi addietro premiato negli Usa quale “miglior virologo al mondo”. Tarro ha sottolineato che “nei paesi anglosassoni e scandinavi vige la legge della persuasione sui vaccini, mentre da noi c’è un obbligo e in quest’ultimo caso è giusto sapere che quello che viene somministrato ai più piccoli sia sicuro”.

Ancora, ci sarebbe da chiedersi se chi ha deciso quali vaccini promuovere e inserire nel calendario vaccinale era nelle condizioni per essere credibile, ossia, se era libero da conflitti d’interesse. Domande che finora non hanno ottenuto risposta. Almeno una cosa però è nota. I vaccini monocomponenti, quelli che proteggono contro una sola malattia, sono in pratica introvabili. Polveroni sono stati alzati anche in Senato, perché nonostante le Asl facciano le gare per i vaccini monocomponenti, queste vanno deserte.

Perché?

Le case farmaceutiche non hanno convenienza commerciale a produrre vaccini singoli, lasciando sguarnito il Servizio sanitario nazionale. E per rispondere all’obbligatorietà senza poter contare sul vaccino monocomponente, poniamo contro la difterite, per forza di cose bisogna ricorrere a un plurivalente. Ma il quadrivalente che corrispondesse ai vaccini prima obbligatori in Italia, e cioè contro poliomielite, difterite, tetano, epatite B, non c’era, nessuno lo produceva, e così per anni si è fatto a tutti l’esavalente. Ossia tutti i bambini sono stati vaccinati anche contro pertosse e haemophilus influenzae nonostante questi ultimi fossero facoltativi. E qualche genitore si è ribellato, tanto che la procura di Torino, su esposto del Codacons, ha aperto un’inchiesta.

Dal punto di vista dell’azienda tutto semplice, più complicato per i decisori pubblici, che si ritrovano a fare i conti con scelte che rispondono a logiche commerciali anziché a quelle sanitarie. Quando è stato reso obbligatorio il vaccino contro l’epatite B in Italia? Nel 1991, quando il ministro della salute era Francesco De Lorenzo, condannato e finito poi in carcere per aver preso mazzette dalle case farmaceutiche.

Ora che sono stati resi obbligatori dieci vaccini, il mercato farmaceutico risponde perfettamente con quelli già disponibili: sei sono contenuti nell’esavalente e quattro nel quadrivalente. E se una donna in età di gravidanza necessita del solo vaccino contro la rosolia? Se mio figlio ha già avuto gli orecchioni, devo fargli lo stesso la quadrivalente, vaccinandolo così una seconda volta per la malattia che ha superato? «La rifai la vaccinazione, non succede nulla», dichiarò l’allora ministra della salute Beatrice Lorenzin.

Una soluzione però ci sarebbe. In Italia dal 1853 è attivo lo Stabilimento chimico farmaceutico militare, che opera per conto del ministero della difesa, in passato rispondendo in maniera eccellente a diverse emergenze, come la produzione di mezzo milione di compresse di ioduro di potassio nel giro di 24 ore, subito dopo la nube radioattiva di Chernobyl, o l’allestimento di oltre un milione di compresse di antinfiammatorio per la crisi civile in Romania del 1989. Per un istituto pubblico di tale livello, la produzione di vaccini monocomponenti cosa volete che sia? Essendo vaccini molto vecchi sarebbero anche molto facili da produrre, e a costi bassissimi, perché non rappresentano difficoltà di tipo tecnologico o brevettuale. Chissà se glielo hanno chiesto.

GIANCARLO SCARAMUZZO

giancarloscaramuzzo@libero.it