La festa dell’Unità d’Italia non deve nascondere la verità Società
![]()
Nutro una particolare passione per la verità perché discepolo dell’irripetibile Maestro di Nazaret che ha detto: “Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi” (Gv 8, 32).
Solitamente la storia la scrivono i vincitori e non sempre risplende la verità. Facciamo parlare i fatti perché contra factum non valet argumentum.
Dunque comincio col dire che l’Italia è nata storta e che al Sud il Risorgimento fu pura violenza. Risorgimento è parola luminosa ma satura di furore, tanto che per ordine del generale Enzo Cialdini furono distrutti, assieme a gran parte degli abitanti, i villaggi beneventani di Pontelandolfo e Casalduni: “Sarebbe un segnale di civiltà se i libri di storia e forse anche un museo rendessero onore a questi vinti del 1861” (così ha scritto l’insospettabile scrittore laico Paolo Mieli ).
Ed ecco la testimonianza di un bersagliere valtellinese: “Entrammo nel paese. Subito abbiamo cominciato a fucilare preti e uomini, quanti capitava, indi i soldati saccheggiavano e infine abbiamo dato l’incendio al paese, abitato da 4500 persone… Quale desolazione! Non si poteva stare d’intorno per il gran calore. E quale rumore facevano quei poveri diavoli, che la sorte era di morire chi abbrustoliti e chi sotto le rovine delle case. Noi invece, durante l’incendio, avevamo di tutto: pollastri, vino, formaggio e pane”.
E’ vero che qualche giorno prima una banda di “briganti”, nei pressi dei due paesi, aveva attaccato ma i militari sabaudi si sentivano impegnati in una guerra di tipo coloniale. Farini scrisse in una lettera a Cavour: “Questa è Africa! I beduini a riscontro di questi cafoni sono fior di virtù civile”.
Lo stesso Giuseppe Garibaldi, in una lettera del 1868 confessò: “Gli oltraggi subìti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Ho la coscienza di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio”.
Persino Antonio Gramsci insiste sulla violenza dei conquistatori: “Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi contadini poveri, e scrittori salariati tentavano di infamare col marchio di briganti”.
Nel carcere di Montefusco furono ammassate 300 persone in condizioni inumane, scoppiò un’epidemia infettiva, i morti si ammucchiavano nel cortile per finire in fosse comuni.
Non si contano poi i sacrilegi contro la Chiesa, tanto che il Cardinale Domenico Carafa, Arcivescovo di Benevento, il 21 dicembre 1860 scrisse una vibrata e solenne protesta al Governatore di Benevento Carlo Torre, denunciando orrori, usurpazioni, corruttele, oltraggi, persecuzioni, illegalità, ingiustizie ed il repentino allontanamento del Delegato pontificio e di tante famiglie religiose: Agostiniani, Domenicani, Conventuali, Fatebenefratelli, Missionari del Preziosissimo Sangue e Gesuiti. L’Arcivescovo di Benevento finì esule a Roma. L’Arcivescovo di Bari, Francesco Pedicini, riparò a Foglianise. Tanti vescovi furono espulsi dalle loro diocesi. Lo stesso destino toccò al Vescovo di Cerreto Sannita Luigi Sodo e al Vescovo di Sant’Agata dei Goti Francesco Paolo Lettieri.
Nel convento dei Minimi a Milazzo, Garibaldi urinò nel calice della Messa. I liberali, insieme alla distruzione del potere temporale dei Papi volevano travolgere anche quello spirituale. Francesco Crispi, discepolo di Mazzini, consigliere di Garibaldi, servo fedele di re Umberto I, nella tornata del 19 aprile del 1865, mentre alla Camera dei deputati si discuteva l’abolizione delle corporazioni religiose, avvertiva: “Non si vogliono abolire soltanto gli Ordini religiosi ma abbattere l’albero secolare che si chiama cattolicismo e che è il nemico della nostra libertà” (Atti Ufficiali della Camera, 1865 n. 1402, p.5490).
Concludo: per correggere quello che è stato fatto male bisogna riconoscere gli errori compiuti. Oggi tutti conoscono gli errori del fascismo e di tangentopoli mentre gli errori del processo risorgimentale sono stati pervicacemente nascosti o ricoperti da insopportabile retorica e luoghi comuni storiografici.
Come ricordare allora in questi giorni i 150 anni dell’Unità d’Italia?
Concordo con Massimo Cacciari, secondo il quale non c’è da celebrare proprio nulla, semmai ci sono da rivisitare e chiarire molti dati storici inquietanti, anche se amiamo intensamente l’Italia che Dio ha fatto bella e grande, cuore del Cattolicesimo e sede del Vicario di Cristo, il Papa. Terra irrorata dal sangue degli Apostoli Pietro e Paolo e da una moltitudine interminabile di martiri. Faro di civiltà nel segno di Benedetto da Norcia e dei monaci di Montecassino, nel primato della Bibbia, della Croce e dell’aratro, della dignità della persona umana e della famiglia, laboratorio privilegiato della storia.
Pasquale Maria Mainolfi

17/03/2011