Moratti e l'Inter Società

Che cosa c’entri con l’urgenza, la semplificazione e lo sviluppo economico la “patente accompagnata” resta un mistero. Come ogni mistero che si rispetti non è spiegabile e, quindi, è perfettamente inutile porre domande.

Ma la mente umana è capricciosa e osa costruire cattivi pensieri. Vuoi vedere che si vogliono incrementare le vendite delle automobili? La nuova norma prevede che già a 17 anni si può rilasciare una “carta” (che non è la patente) con la quale si può seguire il corso della Scuola di guida ma si può anche circolare senza l’istruttore ma con un semplice accompagnatore provvisto di patente e non ultrasessantenne. Non è scritto, ma si presume che il non-ultra-sessantenne debba essere anche sano di mente ed “esente da difetti fisici ed imperfezioni”.

Sull’urgenza è inutile fare sorrisini. Si parla di abbassare a sedici anni l’età per votare e per quel giorno bisognerà pur consentire all’elettore di andare a votare in macchina. Nel merito la norma ci pare corrisponda perfettamente al mammismo governativo che, con la riforma del welfare, sostituirà il già notevole impegno del mammismo familiare. Una vera politica per la famiglia consiste precisamente nell’esautorare la famiglia da qualsiasi incombenza. E poi, col decreto-legge, è abolita la qualifica di bamboccioni.

Nulla è dato di sapere che succede se, dopo un anno di “patente accompagnata”, l’ingegnere della Motorizzazione boccia all’esame per la patente vera. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, di concerto con la Pubblica Istruzione e l’Interno, dovrebbe preparare una circolare contenente le opportune istruzioni circa il valore “formativo” e non repressivo dell’esame di patente dal cui malaugurato esito negativo potrebbero scatenarsi turbe e sensi di colpa. Propongo di estendere all’esame di patente le accortezze psicologiche dell’esame di maturità.

Sull’impatto di una simile norma sullo sviluppo economico non ci possono essere dubbi. Si venderanno più automobili. Sennonché, se quello che si vendeva a diciott’anni, si venderà a diciassette, si tratterebbe di una “una tantum”. A meno che non si voglia riconoscere alla figura dell’accompagnatore uno status giuridico provvisto di modesto compenso, tipo giudice di pace. Osterebbe il limite d’età dei 60 anni, ma sono già pronti ricorsi alla Corte Costituzionale per violazione del principio di uguaglianza. A mettere in crisi i giudici della Suprema Corte non basterebbero le loro carte d’identità, quanto piuttosto l’apodittico quesito: che differenza c’è tra 59 e 61 anni?

Resta l’elemento della semplificazione. Che, per la verità, sarebbe l’eliminazione della patente. Anche un governo tecnico, però, deve porsi la domanda: quanta gente diventerebbe disoccupata? La semplificazione, invero, da sola sarebbe in contrasto con lo sviluppo economico e la soluzione trovata obbedisce anche al requisito della urgenza.

Voi dite, cari lettori, che stiamo scherzando mentre la casa brucia?

Non avevo intenzioni da avanspettacolo quando mi sono messo al computer per scrivere questo pezzo. Ero fieramente intenzionato a propinarvi un pesante ragionamento sulle responsabilità di chi amministra, con il danaro pubblico, non solo gli enti locali ma anche società e aziende e addirittura SpA a socio unico.

La Corte dei Conti regionale sta intervenendo nei confronti di consiglieri comunali, sindaci e assessori addossandogli cifre considerevoli a titolo di “danno erariale” per aver elargito soldi dei bilanci comunali a copertura dei deficit di bilancio di aziende “partecipate”.

Ci troviamo di fronte ad una questione nuova, dai risvolti non proprio tranquillizzanti per chi si trova a fare il consigliere comunale (o provinciale, o regionale).

I componenti degli organi elettivi non sono responsabili per la correttezza dei conti o per la precisione tecnica delle deliberazioni assunte dai collegi di cui sono parte. Faccio l’esempio della approvazione del conto consuntivo o del riconoscimento di debiti fuori bilancio.

Quando, però, un consiglio comunale iscrive nel bilancio preventivo una certa cifra per colmare il debito (previsto, fors’anche perché ricorrente negli anni) di una società “partecipata” (esempio: Azienda dei Trasporti urbani, Azienda per la raccolta e la gestione dei rifiuti, e via di seguito) il consigliere deve avere la consapevolezza che non può essere una “prassi” quella di accollare al Comune (o alla Provincia o alla Regione) il costo di una gestione economicamente fallimentare.

Insomma, dice la Corte dei Conti regionale, un consiglio comunale (o provinciale o regionale) non può fare come Moratti con l’Inter. Moratti può comprare mettendo nel bilancio dell’Inter danaro fresco proveniente dalle sue tasche.

Una Azienda di trasporti può essere come l’Inter. Il “socio” dell’Azienda di trasporti, quando è il Comune, non è un Moratti qualsiasi. Deve sapere che la gestione dei soldi va fatta secondo le regole della contabilità pubblica. E questa è una nozione di cultura generale che non può mancare anche presso il più modesto e non laureato consigliere comunale (o provinciale o regionale).

Voi pensate che ne parleranno, al prossimo congresso provinciale del PDL, i vari Luca Colasanto, Mino Izzo, Nunzia De Girolamo, Roberto Capezzone?

MARIO PEDICINI

mariopedicini@alice.it