Quanto è difficile la lingua italiana Società

Prima una dirigente scolastica, in verità con molto garbo, poi qualche lettore col dito puntato, chiedono perché noi giornalisti facciamo delle maiuscole un uso piuttosto disinvolto. Bontà loro, non ne fanno certo un discorso circoscritto a Realtà Sannita e ci ricordano l’antica regola grammaticale che sappiamo tutti: iniziale maiuscola per i nomi propri e iniziale minuscola per i nomi comuni, salvo quando si trovano all’inizio del periodo o, comunque, dopo il punto fermo.

I guai però cominciano – a ricordarcelo è il compianto linguista Aldo Gabrielli – quando il nome comune prende l’iniziale maiuscola (ma non sempre) perché perde la sua caratteristica di rappresentare una molteplicità di individui (esseri viventi, cose, enti, concetti) e identifica invece un certo ente (es. “Accademia dei Lincei”), un periodo storico (es. “Rinascimento”) e così via, cioè quando assume il valore di nome proprio, quando subisce una “personificazione”, non esprimendo più un concetto generale proprio dei nomi comuni, ma un concetto singolo, isolato entro una determinata categoria di cose comuni, diventando nome proprio, come Mario, come Benevento.

Parrebbe una regola facile, ma proprio sul concetto di personificazione non sempre è possibile andare d’accordo. Esempio? Mentre la grammatica vorrebbe che si scrivesse “gli Italiani brava gente, l’umorismo degli Inglesi”, accade invece che i due aggettivi vengono scritti con la minuscola.

Con sottile umorismo, Beppe Severgnini – giornalista e docente nelle università di Milano (“Bocconi”), Parma, Pavia, Middlebury College (Vermont), votato nel 2004 “European Journalist of the Year” – ci ricorda che le maiuscole “c’è chi le piazza ovunque (tanto non si paga nulla), e chi tende ad utilizzarle il meno possibile. Chi le usa a proposito e chi le mette a caso. Chi ne fa un problema ideologico, e chi una questione di rispetto. Chi non capisce perché i tedeschi adornino così tutti i sostantivi, privandosi della possibilità di stabilire gerarchie. A Berlino, un cavolo (der Kohl) vale un vecchio statista (Herr Kohl)”.

Per ovviare a questi ed altri incidenti nello scrivere, nel 2003 uscì, ad uso interno dei giornalisti del Corriere della Sera, curato da Sergio Lepri (già direttore dell’agenzia Ansa, autore di molti libri sul giornalismo e docente nella scuola di specializzazione in giornalismo alla Luiss di Roma), un utile glossario, oggi introvabile, in cui si davano utili suggerimenti anche per gli acronimi, o sigle, tipo Usa, Ue, Iri, tir, laser, doc, vip.

Forse è un retaggio del passato l’essere affetti da quella che Severgnini definisce “maiuscolite” (“una dermatite testuale che si manifesta con un’esplosione di lettere maiuscole”), se Enzo Biagi narrava che quando entrò in una redazione, la consegna del collega anziano fu: “Tutto maiuscolo, per la Madonna”, quindi vai con Prefetto, Podestà, Federale e via dicendo.

C’è chi come Alberto Ronchey ha invocato l’orgoglio nazionale per ribellarsi all’inveterata abitudine anglosassone di usare tutte maiuscole nei titoli (“For Whom the Bell Tolls”, Hemingway) e chi, come Indro Montanelli, scriveva Paese con la maiuscola.

Meno nobile, ma diffusa, è la Maiuscola Enfatica: Tradizione, Storia, Uomo. Irritante la Maiuscola Servile: “Gentile Dottore, la Sua fatica letteraria è… Sperando farLe cosa gradita, La invitiamo…”.

L’esperienza insegna, ammonisce Severgnini: “Se c’è chi si rivolge a Voi in codesto modo, chiedendoVi scusa del disturbo arrecatoVi, e invoca la Vostra cortesia, state certi: c’è sotto la fregatura”.

GIANCARLO SCARAMUZZO