Anche in terra ligure ci furono le streghe: Triora come Benevento Cultura

Di Benevento basterà un cenno: la storia delle janare è troppo nota ai sanniti e non ha bisogno di essere raccontata. Triora, invece, merita un’attenzione particolare. 

La città delle janare convive da secoli con il proprio mito, lo respira nei vicoli, lo riconosce come parte integrante della sua identità. A Benevento il mito delle janare affonda le radici in una stratificazione antica e complessa, dove il celebre noce - luogo simbolico dei convegni notturni - si intreccia alla figura della zoccolara, nota per la sua risata stridula e per il rumore dei suoi zoccoli, che rompevano il silenzio quando la donna si aggirava nei vicoli del Triggio, turbando il sonno di grandi e piccini.

A Benevento la stregoneria resta soprattutto racconto e mito, memoria culturale, anche se gli archivi ricordano che non fu solo leggenda, restituendo casi di processi e condanne inflitte a donne accusate di stregoneria.

Altrove, però, vale la pena fermarsi a osservare come quel mito abbia assunto forme diverse. Ed è il caso di Triora, piccolo borgo medievale dell’entroterra ligure che, come Benevento, ha intrecciato la propria storia a quella delle streghe, ma lo ha fatto seguendo strade, tempi e ferite diverse.

Triora sorge a circa 800 metri di altitudine, nella Valle Argentina, in provincia di Imperia, all’interno del Parco Naturale Regionale delle Alpi Liguri. Arroccato, aspro, severo, il borgo domina un territorio che è insieme difesa naturale e risorsa economica. Ancora oggi, arrivarci significa attraversare un paesaggio che conserva un forte carattere di marginalità e isolamento, lo stesso che nel passato ne ha determinato fortuna e tragedia.

Il nome stesso di Triora racconta molto della sua storia. Citato nel XII secolo come Tridoria, il toponimo potrebbe derivare dal participio passato tritum del verbo latino terere, “macinare”, un possibile riferimento all’antica attività molitoria della zona. Non a caso, poco più in basso, sorge il borgo di Molini di Triora.

Un’altra ipotesi lo riconduce a tria ora, “tre bocche”, forse allusive ai torrenti che confluiscono nel territorio o ai tre prodotti cardine dell’economia tradizionale: grano, castagna e vite. Prodotti che per secoli hanno garantito la sopravvivenza della comunità.

Nel Medioevo Triora era un centro agricolo e pastorale di rilievo per l’alta Valle Argentina. Campi coltivati, castagneti, allevamento e attività artigianali costituivano l’ossatura dell’economia locale, rafforzata da una posizione strategica che ne faceva un nodo commerciale tra costa ed entroterra. Un equilibrio fragile, tuttavia, fortemente dipendente dalle condizioni climatiche e dai raccolti.

La rottura di questo equilibrio innescò uno degli episodi più drammatici della storia triorese. Nel 1588, in un contesto di carestia e paura, prese avvio un processo per stregoneria. Furono coinvolte donne che la comunità conosceva bene: vedove, anziane, guaritrici e altre figure marginali. Erano accusate di riunirsi nottetempo in un luogo appartato, la Cabotina, e di essere responsabili, attraverso arti magiche, della fame che affliggeva il paese.

Un copione tristemente noto, che richiama dinamiche diffuse in tutta Europa. Ma a Triora lasciò un segno indelebile, trasformando nel tempo il borgo nel “paese delle streghe”.

Oggi quella memoria non è rimossa, ma rielaborata. Il Museo etnografico e della stregoneria racconta i fatti del 1588 senza indulgere nel folklore, mentre botteghe e negozi di artigianato espongono bambole-fattucchiere e propongono prodotti che giocano con l’immaginario delle streghe, senza necessariamente tradirne la storia. Il turismo culturale ed enogastronomico è diventato una componente importante dell’economia locale, affiancato da piccole produzioni agricole di nicchia e da un’accoglienza diffusa, tipica dell’entroterra ligure.

Il borgo medievale, intatto nel suo impianto difensivo, è parte essenziale di questa narrazione. Porte, archi, strettoie, case-fortezza: Triora è ripida e ruvida, costruita senza concessioni alla comodità, fedele alla propria origine. Camminare tra i suoi caruggi significa attraversare una storia che non chiede assoluzioni, ma attenzione.

Ed è forse qui il punto di contatto più profondo con Benevento. Se la nostra città non ha bisogno di essere spiegata, Triora ci ricorda che il mito delle streghe non è solo leggenda, ma anche memoria di comunità ferite, di donne trasformate in capri espiatori, di territori che oggi scelgono di non dimenticare.

Raccontare queste storie, allora, non è un esercizio di curiosità né di folklore: è un atto di riconoscimento.

GIUSEPPE REALE