Settembre nella tradizione popolare Cultura
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Settembre è un mese molto presente nella tradizione popolare beneventana, a partire dalla strofa
dedicata nella mascherata dei Dodici Mesi.
I’ so’ Settembrǝ cu la fica moscia
l’uva muscatella sǝ fǝnisce
si a cacchǝ donna l’ascenn’ a baboscia
ce vo’ na cosa longa e passa liscǝ
(oppure mangia la muscatella e po’ guariscǝ).
Càrrǝca, nenna mia, càrrǝca tutto,
càrrǝca limuncellǝ e mele liscǝ.
A settembre infatti inizia il tempo del seccafichi, e il fico non è più turgido, ma appunto moscio, perché i fichi sono posti a seccare per conservarli fino a Natale. È evidente che il testo è ricco di doppi sensi e allusioni sessuali, la maturazione dei frutti è metafora dell’attimo fuggente che bisogna cogliere per godere delle gioie della vita, così l’uva moscata che appunto si coglie in questo periodo e si allunga nei suoi grappoli pesanti, con il suo valore orgiastico e bacchico guarisce le donne malinconiche.
La baboscia, in napoletano anche paposcia indica l’ernia scrotale, quindi un peso supplementare che è diventato, in senso traslato, la pesantezza del vivere, la malinconia. E per far guarire le donne da tale umor nero la tradizione suggerisce la medicina sessuale rappresentata dal grappolo d’uva matura, che mangiata restituisce la salute.
Ma non solo l’uva è guaritrice, ma ogni frutto di questo tempo, come le mele limoncelle, una varietà locale di mela, piccola con la buccia gialla puntinata di marrone, dal sapore dolce e aspretto, dalla polpa assai compatta, che purtroppo sta scomparendo. Tranne qualche produttore che ancora ne porta piccole quantità al mercato. I clienti preferiscono quelle grandi mele piene di anticrittogamici e concimi che restano intatte per mesi. La limoncella invece si aggrinzisce presto e va consumata subito prima che si chiazzi.
Appunto perciò la nenna, come a dire mio tesoro, deve caricare tutti i frutti disponibili, la dispensa si riempie, ma non tutte le mele possono essere conservate, come la varietà della mela annurca.
Ricordiamo una festa quasi dimenticata: il 26 settembre si festeggiano i SS. Cosma e Damiano, i due santi taumaturghi. Erano medici. il loro culto era molto sentito a Benevento in passato e in loro onore fu costruita in piazza Orazio Flacco alla testa del Ponte Leproso una chiesa nel XIII secolo, ma quella che vediamo oggi è stata interamente ricostruita nel 1860 e custodisce le belle statue dei due fratelli martiri del III sec., medici che esercitavano gratuitamente la professione e operavano miracoli, detti per questo Anàrgyroi, cioè “senza argento”, perché non prendevano compenso. Morirono durante le persecuzioni operate da Diocleziano.
Nella mia famiglia, sono particolarmente amati, poiché mio padre da bambino ebbe una loro “visita”. Un fratello minore di mio padre era gravemente malato, per precauzione, mio padre era stato mandato a casa della nonna. Stava lì, quando bussarono alla porta. Aprì e vide due giovanotti che dissero di essere medici e gli chiesero di visitare il bambino malato. Mio padre allora si offrì di accompagnarli a casa sua, dove però alla mamma che gli aprì la porta apparve mio padre da solo, che diceva di aver portato due medici per il fratello. Per i genitori non ci fu dubbio che i misteriosi giovani medici erano i Santi Cosma e Damiano, tanto più che il fratellino migliorò quella sera stessa. Perciò il popolo, in caso di malattia, invoca
Santu Cosǝmǝ e Damianǝ
unǝ mèrǝchǝ e n’atǝ sanǝ.
e anche:
Santu Cosǝmǝ e Damianǝ
tu cǝ li rumpǝ e iǝ tǝ li sanǝ.
In nomǝ del Padrǝ, Figliuolǝ e Spiritu Santǝ
chisti dulurǝ
puozzǝnǝ i’ arretǝ e no i’ nnanzǝ.
(La strofa dei Dodici mesi e la seconda preghiera per i Santi Cosimo e Damiano sono tratte da: Francesco Corazzini, I componimenti minori della letteratura popolare comparata, Benevento 1877).
PAOLA CARUSO
Nella foto la Chiesa dei SS. Cosma e Damiano.
Nota per la lettura: il segno ǝ rappresenta una vocale indistinta, tra ‘a’ ed ‘e’.

12/09/2026