Appestati, guardie e ''spiuni'' Cultura

Untori inconsapevoli discesi da Milano diffusero nel Vicereame spagnolo del sud Italia la peste del 1630 raccontata da Alessandro Manzoni ne I promessi sposi. Per i napoletani fu l’occasione per arrivare finalmente a pensare che Benevento non era poi soltanto la fastidiosa sanguisuga che incassava dazi sui transiti di grano dalla Puglia. Da sempre estranea al loro immaginario, nel 1632 la città pontificia sembrava risparmiata dall’epidemia, se non addirittura “santa”, tanto che qualcuno riuscì a trovarvi scampo. Ma il flusso venne interrotto all’improvviso da una ulteriore tragedia abbattutasi sulle zone costiere. Di quella nuova tragedia, allora definita ’a disgrazzia ‘ncopp ’a disgrazzia un beneventano fu testimone.

Chi dalla Via di Napoli arrivava a Benevento si fermava nell’area antistante Porta Rufina attrezzata fino all’Ottocento con taverne e “poste per cambiare i cavalli”. Prima però doveva fermarsi al posto di blocco al ponte presso la Chiesetta di Santa Maria della Libera, eliminata pochi decenni fa. Niente autocertificazioni a quei tempi ma rigorosi controlli personali in un piccolo edificio che i beneventani chiamavano ’a calitta d’ ‘i spiuni, cioè la garitta delle guardie che agli ordini del Bargello spogliavano e perquisivano le persone in arrivo. Spiuni le guardie e spiuni i maliziosi che andavano a spiare.

I certificati rilasciati dalle autorità partenopee dichiaravano falsamente “sana la città di Napoli, piena invece di “appestati. Il governo spagnolo provava in tutti i modi a liberarsene. Di quei falsi attestati di sanità se ne conserva soltanto uno nel Museo del Sannio, ritirato dalle guardie dopo il controllo (cm 20 x 14). È un impertinente foglietto a stampa completato a mano con i dati identificativi del concessionario.

Leggiamolo:

Parte da questa inclita e fedelissima Città di Napoli lo sottoscritto per andare nello sottoscritto luogo. E perché questa Città è sana e libera da ogni morbo contagioso per gratia di Dio, pertanto con esso si potrà contrattare e conversare senza dubbio nessuno di detto morbo contagioso. Datum Neapolis. Per Francesco Savio. Die 26 Aprilis 1632.

In basso, nella tipica scrittura barocca ornata di svolazzi, è scritto a penna il nome di Frate Francesco Mainella de Apice, un monaco che tornava nella terra d’origine. Alle guardie beneventane non sfuggirono certamente i segnali ricorrenti in tutti certificati: il termine peste puntualmente evitato, ammorbidito in ‘morbo contagioso’, e la parola GRA-TIS a lettere maiuscole, spezzata in due per renderla più evidente. Ai lati dello stemma vicereale a forma di scudo essa connotava l’attestato come un… dono, invitando così i controllori all’accoglienza.

Il cognome Mainella ricorre ancora nel Beneventano, ma nulla ho trovato di quel monaco fortunato, scampato alla peste e alla nuova “disgrazzia ‘ncopp a disgrazzia” piombata su Napoli e dintorni pochi mesi prima. S’era ritrovato fra sollevamenti del sottosuolo, crolli di palazzi, esplosioni violente da Castellammare fino a Napoli. Nella capitale del Vicereame spagnolo invasa dal fumo aveva visto i morti tra le macerie e, quando all’alba del 17 dicembre 1631 era riapparso il Vesuvio, anche a lui dovette mancare il respiro: il vulcano s’era abbassato di mezzo chilometro, il cono superiore sprofondato all’interno aveva otturato il cratere, fiumi di lava da bocche aperte sui fianchi allontanavano il mare dalla costa. Un cronista riportò che la gente urlava: è diciassette oggi… ’a disgrazzia, San Genna'… è n’ata disgrazziamentre San Gennaro volava sul Vesuvio per placarlo. Un incisore raffigurò in color giallo livido il Santo tra i vortici di cenere eruttati verso il cielo. A chi ne avrà parlato fra’ Francesco Mainella quando tornò nella sua Apice? In quel lontano 1632 non c’era ancora a Benevento un luogo per eventuali quarantene, né trova conferma l’ipotesi che un lebbrosario fuori Port’Arsa abbia dato il nome al vicino Ponte Leproso. Frate Francesco Mainella di Apice fu lasciato passare.

Più di un secolo dopo venne destinato a Lazzaretto per gli appestati il Monastero di San Leonardo, poi detto di Santa Maria degli Angeli, appena oltre il lungo Ponte che ne conserva il nome. Proprio quel Lazzaretto per gli appestati è diventato oggi sede degli ‘eredi’ degli antichi controllori all’ingresso in città, i Vigili Urbani che i beneventani chiamano ancora ‘guardie’.

ELIO GALASSO