Baselice, la pittura come risposta allo spopolamento Cultura
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Si è conclusa la XXVI Biennale di Pittura di Baselice, manifestazione che da cinquantuno anni porta l’arte nel piccolo centro del Fortore. Trentadue artisti, oltre sessanta opere e una partecipazione che conferma il ruolo della cultura nella vita delle aree interne.
Per raccontare la XXVI Biennale di Pittura di Baselice non basta parlare di una mostra. Bisogna partire dal luogo in cui questa manifestazione continua a esistere da cinquantuno anni: un piccolo comune del Fortore che, come molti centri delle aree interne italiane, deve confrontarsi quotidianamente con lo spopolamento.
È una trasformazione che procede lentamente. Le attività commerciali diminuiscono, le abitazioni rimangono vuote, i giovani si trasferiscono altrove. Il rischio è che, insieme agli abitanti, finisca per scomparire anche la percezione del paese come luogo ancora vivo.
In questo scenario, la Biennale rappresenta un caso interessante.
Quest’anno sono state oltre sessanta le opere presentate, con trentadue pittori provenienti da diverse parti d’Italia. Alla competizione si sono aggiunti più di quaranta riconoscimenti popolari e le sezioni dedicate alle opere realizzate durante l’estemporanea e a quelle da studio. Numeri che restituiscono la dimensione raggiunta dalla manifestazione, ma che raccontano solo una parte di ciò che è avvenuto a Baselice.
Il dato più significativo, infatti, è forse quello della partecipazione.
Durante la Biennale il paese è diventato il luogo di incontro tra artisti, abitanti e visitatori. I pittori hanno attraversato le strade, osservato il centro storico e scelto scorci, architetture e paesaggi da trasformare in immagini.
È un processo apparentemente semplice, ma non privo di significato. L'artista, arrivando dall'esterno, costringe anche chi quel territorio lo vive quotidianamente a guardarlo nuovamente.
Un paesaggio abituale può così diventare soggetto. Una strada può diventare materia pittorica. Un edificio può trasformarsi in memoria.
La pittura, in questo caso, non si limita quindi a rappresentare il territorio: contribuisce a renderlo nuovamente visibile.
Ed è proprio questo uno degli aspetti che mi sembra più interessanti della Biennale. In un sistema dell'arte spesso concentrato sulle grandi città, sulle istituzioni e sui principali circuiti espositivi, Baselice propone una prospettiva diversa: portare gli artisti in un piccolo centro e fare del territorio stesso uno spazio di osservazione e produzione.
L'arte, qui, non arriva semplicemente come spettacolo da consumare. Entra nella vita del paese.
Lo dimostra anche la partecipazione del pubblico. I numerosi riconoscimenti popolari assegnati alle opere hanno coinvolto direttamente la comunità, trasformando gli abitanti da semplici spettatori in parte attiva della manifestazione.
I premi e gli artisti;
Per la sezione estemporanea il primo premio è stato assegnato a Rocco Regina, seguito da Antonio Civitarese, secondo classificato, e Concetta Daidone, terza.
Nella categoria dedicata alle opere da studio, invece, il terzo posto è andato ad Antonio Altieri, il secondo a Franco Susta e il primo a Maria Pia Ricciardi. Sei artisti sul podio, con linguaggi e percorsi differenti, all'interno di una competizione che ha rappresentato anche un momento di confronto tra esperienze diverse.
La giuria è stata presieduta dalla professoressa Rossella Del Prete, presidente della Fondazione Benevento Città Spettacolo, insieme a Lucia Iannucci, Serenella Sestito e ad altre professionalità coinvolte nella valutazione delle opere.
La manifestazione ha inoltre dedicato un momento alla memoria di Saverio Simi De Burgis, la cui assenza è stata ricordata nel corso della serata. Un elemento che sottolinea come eventi culturali di lunga durata siano legati non soltanto alle opere e agli artisti, ma anche alle persone che nel tempo hanno contribuito a costruirne la storia.
Palazzo Lembo e una serata tra arte e musica. La conclusione della Biennale si è svolta nel giardino pensile di Palazzo Lembo, trasformato per l'occasione in uno spazio di incontro e spettacolo.
La serata, condotta da Maurizio Varriano, ha affiancato alla premiazione momenti musicali e interventi dedicati alla cultura. Sul palco sono intervenuti, tra gli altri, Lino Rufo e Gennaro De Crescenzo, con un repertorio legato alla musica napoletana e alla produzione d'autore.
La presenza della cultura napoletana all'interno di una manifestazione del Fortore ha prodotto un interessante dialogo tra territori differenti. Non una contrapposizione tra centro e periferia, ma una contaminazione.
Alla serata hanno partecipato anche rappresentanti delle istituzioni, tra cui il sindaco Massimo Maddalena, il Consiglio comunale e diverse personalità regionali. Ma sarebbe riduttivo attribuire alle istituzioni il solo merito della riuscita della manifestazione.
Dietro una manifestazione che raggiunge la sua ventiseiesima edizione c'è soprattutto un lavoro organizzativo continuativo.
Tra i soggetti coinvolti figurano *Artemusa APS*, l'AGB e una generazione di baselicesi che ha trovato in Enzo Cocca uno dei propri riferimenti. È anche grazie a questa continuità che la Biennale è riuscita a superare il mezzo secolo di vita.
Un sostegno importante arriva inoltre dagli sponsor e dalle istituzioni regionali, tra cui Enel, IVPC e Regione Campania. La cultura, soprattutto quando viene prodotta lontano dai grandi centri, ha bisogno anche di risorse economiche per poter essere organizzata, documentata e conservata.
A questo proposito, è prevista per ottobre la pubblicazione di un catalogo dedicato all'edizione, con le fotografie della fotografa baselicese Maria Pia, destinato a conservare la memoria della manifestazione.
La cultura può fermare lo spopolamento?
È la domanda più difficile.
La risposta, probabilmente, è no.
Una Biennale non può risolvere da sola un fenomeno complesso come lo spopolamento. Non può sostituire il lavoro, i servizi, la scuola, la sanità o i collegamenti. Una manifestazione culturale, per quanto importante, non può essere trasformata nella soluzione a un problema strutturale.
Può però fare qualcosa di diverso: cambiare la narrazione di un territorio.
Può mostrare che un piccolo comune non è soltanto un luogo che perde abitanti, ma anche un luogo capace di produrre cultura, attirare artisti, coinvolgere una comunità e costruire occasioni di incontro.
È questa, a mio avviso, la dimensione più interessante della Biennale di Baselice.
Non l'idea romantica secondo cui l'arte possa “salvare” un paese, ma la possibilità concreta che la cultura contribuisca a mantenerlo visibile, riconoscibile e attivo.
In un momento storico in cui le aree interne vengono spesso raccontate attraverso dati demografici e statistiche sul declino, una manifestazione come questa introduce un altro punto di vista.
Racconta ciò che ancora accade.
E forse è proprio qui che la Biennale acquista il suo significato più profondo.
Dopo cinquantuno anni, la sua esistenza dimostra che Baselice non è soltanto un luogo da conservare nella memoria o da fotografare.
È ancora un luogo nel quale qualcosa può succedere.
Gli artisti ripartiranno, le opere torneranno nei loro studi, le luci della manifestazione si spegneranno e il paese tornerà alla quotidianità.
Ma resterà una domanda, forse più importante dei premi e dei numeri:
Che cosa accade quando un piccolo paese decide di non essere soltanto spettatore del proprio declino, ma prova a raccontarsi attraverso l'arte?
La XXVI Biennale di Pittura di Baselice sembra offrire una risposta semplice: continuare a produrre cultura significa, prima di tutto, continuare ad affermare che quel luogo ha ancora qualcosa da dire.
E, soprattutto, qualcuno disposto ad ascoltarlo.
MARIALBA NENNA

14/09/2026