Cento anni fa l'epidemia di ''spagnola''. Fatti e storie accaduti nel Sannio Cultura

Quello che stiamo vivendo tutti per via del Coronavirus di questo strano 2020 è già entrato nella storia. Nella società globale e iperconnessa, dall’inizio di questa tragedia negli archivi cartacei e multimediali di tutto il mondo si sono già depositati milioni di immagini. Sicuramente molto più di quelle che hanno riguardato un’altra tragedia, la più grande della storia contemporanea, nota con il nome di “spagnola”, ovvero l’influenza mortifera, altamente contagiosa (proprio come il Coronavirus), che ha causato più morti delle due guerre mondiali messe insieme. La stima oscilla tra i 50 e i 100 milioni di deceduti tra il 1018 e id il 1920.

Eppure, per una sorta di “rielaborazione del lutto” collettiva ed anche per vari motivi legati alla censura, di tale immane tragedia resta una letteratura tutto sommato irrisoria. E resta il fatto che della pandemia si fa, se si fa, un rapido cenno nei manuali scolastici, nei quali invece si parla diffusamente delle guerre mondiali, del terrorismo degli anni Settanta in Italia, delle vittime dello squadrismo fascista. Che sono snodi e processi fondamentali per capire il corso della Storia, ma che gettano un’ambra oscura sulla quantità e qualità delle pagine dedicate alle vittime della pandemia di influenza A H1N1 detta, appunto, “spagnola”. Un caso forse unico nella letteratura di tutti i tempi. La “spagnola” non viene neppure citata ne Il secolo breve di Hobsbawm, e nemmeno sul notissimo manuale di Storia contemporanea di Rosario Villari, sul quale io stessa ho studiato; ma neppure su manuali cult della manualistica storica, come quello di Donzelli, o come quello di Salvadori. Mentre penso che, alla luce di quanto sta accadendo e della portata di questa tragedia, i libri di scuola parleranno del Coronavirus già dal prossimo anno scolastico. Proprio per essersi cementata nella memoria collettiva in maniera così potente e per avere coinvolto i vertici istituzionali di tutto il pianeta.

Detto questo, mentre giornalmente seguiamo l’evoluzione di questo male oscuro ed improvviso, e impossibilitati come siamo ad effettuare ricerche d’archivio per via del lockdown nel nostro Paese, ci volgiamo con la mente alla pubblicistica locale. E nemmeno lì mi pare di avere mai reperito granché rispetto alla tragedia che cento anni fa sconvolse il mondo come oggi il Coronavirus.

Allora rivolgo un appello all’Università del Sannio, alle Istituzioni, agli storici locali, alle persone di buona volontà che vogliano contattare la nostra redazione, per fornirci qualche ricordo o qualche foto che riguarda qualche loro antenato, in modo da cominciare una ricostruzione di quel tormentato periodo anche nel Sannio.

La prima notizia relativa alla spagnola che mi viene in mente riguarda la mia bisnonna, che si chiamava Maria Grazia Gatto, intrepida commerciante di Pago Veiano, la quale contrasse il male. In casa ho sempre sentito questa storia. La madre della mia bisnonna, Filomena, aveva trovato un modo per curare sua figlia: l’aveva posta in una stanza segregata dal resto del mondo, e quando doveva avvicinarlesi, si rimpinzava di peperoncino forte, beveva un goccio di vino e si avvicinava al letto della paziente. In questo modo evitò di essere contagiata. Non so dov’è che la mia trisavola abbia imparato questo trucco, ma a detta degli scienziati delle dosi di peperoncino piccante aiutano a mantenere pulite le vie respiratori e quindi, così sembra, ad arrestare il contagio. La mia bisnonna guarì.

Un’altra storia mi viene dalla famiglia Ciletti, originaria di San Giorgio la Molara. A beccarsi la spagnola, e a morirne per questo, fu il papà della pittrice Fryda Ciletti, nata Laureti, figura di donna e di intellettuale a me cara, alla quale, dopo anni di ricerche, nel 2018 ho dedicato un libro (Ed. Youcanprint). Era il 1918. Silvio Laureti aveva solo 48. Agronomo e chimico, si era laureato a Torino. Aveva pubblicato monografie ed era stato collaboratore dell’Avanti! di Andrea Costa. Personalità impegnata sul piano sociale, Silvio si era molto speso per migliorare le condizioni di vita delle classi operaie e contadine. Aveva collaborato con prestigiose Università del tempo. Al momento della drammatica morte di suo padre, Fryda aveva solo 13 anni. La moglie, Lina Lanz (di origine svizzera), si trovò così improvvisamente priva del sostegno economico e familiare e con quattro figli da crescere. Divenne governante in un albergo e Fryda poté dedicarsi agli studi, facendosi notare per le sue brillanti doti negli ambienti culturali del capoluogo campano (venne presentata anche a Matilde Serao).

Un’altra storia beneventana che ho reperito in questi giorni di queste poche ricerche che è possibile svolgere in rete, è quella relativa al professor Giuseppe Toraldi. Ne parla Gazzetta di Benevento (13 gennaio 2019). Toraldi, apprezzato docente dell’Istituto Industriale di Benevento, era originario di Caivano, ridente cittadina in provincia di Napoli. Vincitore di cattedra, aveva avuto come destinazione la sede di Benevento ed una volta giunto in città si era innamorato di Luisa Delcogliano, che avrebbe sposato dopo breve frequentazione. La figura di Toraldi è ormai dimenticata nella nostra città, ma la storia parla di una tragedia nella tragedia, che all’epoca commosse tutta la popolazione, dal momento che con lui nello stesso giorno morì il figlioletto Enzo, anche lui ammalato di spagnola. Per la città sfilò un solo carro funebre con i resti mortali dei due. Luisa Delcogliano non resistette alla sciagura che l’aveva colpita e, sopraffatta da un dolore indicibile, dopo tre mesi inenarrabili pose volontariamente fine ai suoi giorni ingerendo della candeggina. Dopo la morte dei tre nella parte centrale del locale cimitero fu eretta un’edicola votiva che ne raccolse le spoglie mortali. Sul davanti era presente una lapide marmorea con incise meravigliose parole, dettate da Giuseppe Toraldi in punto di morte. Poi successe che un erede fece erigere su quel sito una cappella più ampia, e così la lapide venne divelta. Per cui le ossa di quella famiglia sono oggi sepolte in una cappella anonima (secondo la testimonianza del dott. Peppino De Lorenzo, che è un discendente di Luisa).

Queste sono soltanto alcune storie, ma chissà quante se ne potrebbero raccogliere anche sulla nostra provincia su quel tormentato periodo. Nel 2002 Eugenia Tognotti, docente di storia della medicina, nel suo libro La “spagnola” in Italia. Storia dell’influenza che fece temere la fine del mondo (1918-1919), Milano, FrancoAngelisi interrogava su questo silenzio imbarazzante relativo a tale periodo storico: «La rimozione, a livello planetario, dalla memoria e dal vissuto dei contemporanei può essere considerato uno dei grandi misteri del Novecento» (pag. 17). Censura, oscuramento, sdrammatizzazione della morte hanno sicuramente contribuito, ma, afferma la studiosa, «scarsissimo o nullo interesse per gli eventi naturali da parte della storiografia, tradizionalmente chiusa in una visione antropocentrica e idealista». Inoltre «c’è da mettere in conto il velo dell’oblio steso dal mondo medico-scientifico sul primo e più bruciante smacco dal momento in cui era cominciato il cammino trionfale della rivoluzione biomedica» (pp. 19-20).

LUCIA GANGALE

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Perché il nome

La pandemia di “spagnola” che imperversò tra il 1918 ed il 1920 fu chiamata così perché i primi a darne notizia furono i quotidiani spagnoli, esenti dalla censura in quanto la nazione non era coinvolta nel primo conflitto mondiale. Nella primavera del 1918 cominciarono a diffondersi i dati del contagio in Spagna. Vittima illustre fu il re di quel Paese, Alfondo XIII. In effetti negli altri paesi tali informazioni venivano oscurate.

Le cause della spagnola

Sulle cause della “febbre spagnola” ci sono almeno tre ipotesi:

la prima è che il contagio sia venuto dal Middle West, negli Stati Uniti, e più di preciso dai sovraffollati campi di addestramento dell’esercito statunitense. E poi le truppe lo avrebbero portato in giro per il mondo;

la seconda, meno affidabile, diffusa soprattutto in Germania durante la guerra e ripresa recentemente dagli studiosi americani, che il virus sia apparso dapprima in Cina e dopo una mutazione si sia diffuso in Europa e in America;

una terza teoria, affermatasi di recente, individua nella Francia il primo focolaio del contagio. Infatti nel Passo di Calais stazionavano migliaia di soldati in attesa di essere smistati nelle varie zone di guerra. Si concentravano lì nel 1916, prima dell’attacco a La Somme, quando non erano ancora arrivati i cinesi. Dal Passo di Calais, la malattia si sarebbe diffusa in altri campi e già nel 1917 una analoga infezione si sarebbe nell’Hampshire tra i soldati di ritorno dal continente.

Il Nome e i nomi

L’epidemia di spagnola fu ribattezzata con vari nomi a seconda dei vari paesi e delle varie fasi del suo sviluppo: “malattia di moda”, “forestiera”, “maledetta”, “capricciosa”, “riequilibratrice”, “catarro lampo”, “febbre delle Fiandre”, “febbre di Parma”, “febbre di Bombay”, “febbre di Singapore”, la “tedesca”, la “brasiliana”, “influenza da sumo”, la “grande febbre fredda”, “febbre del sud”, “influenza dell’uomo bianco”, “trancazo”, “sferza nera”, “malattia bolscevica”, “manhu”, “il soldato di Napoli”. Questi sono solo alcuni dei nomi usati per indicarla.

L’isolamento

La pratica dell’isolamento si è sempre rivelata efficace nei casi di epidemie e pandemie. Vi è traccia di questo anche nella Bibbia, e ciò molto tempo prima che venissero scoperti i virus e i meccanismi di contagio. Nell’antico Israele furono introdotte norme rabbiniche che comandavano di tenersi a 4 cubiti di distanza - cioè due metri - da chi aveva la lebbra. In caso di vento questa distanza arrivava a 100 cubiti (45 metri). Nei capitoli 13 e 14 del Levitico si trovano norme dettagliate sull’igiene e la quarantena. Esse erano imposte agli ebrei quando gran parte dei popoli circostanti non seguivano norme del genere.

Nella foto la famiglia Laureti databile intorno al 1907. Al centro dell’immagine è Fryda (nata ad Alanno nel 1905), in braccio alla mamma Lina Lanz (1877 - 1924) e vicino al padre Silvio (1870 - 1918). Ai due lati, il fratello Oscar (nato a Zurigo nel 1900) e la sorella Elsa (nata a Cosenza nel 1902).