Dialoghi con ''Santo Panaro'': la sentenza Cultura

Nel percorrere il Viale dei Rettori, all’altezza della torre longobarda (che longobarda non è) lo sguardo si è posato, come sempre, sul bassorilievo romano in essa inglobato, raffigurante un uomo con in mano un paniere.

Si tratta, se non sbaglio, del mensor frumentarius, un soldato specializzato che provvedeva all’approvvigionamento dell’esercito romano, o di un agrimensore addetto alla misurazione del terreno.

Ma per il volgo beneventano è da sempre Santo Panaro, dal paniere che stringe in mano. Personaggio popolare, aspirazione di affrancazione dalla miseria; infatti, il paniere è sinonimo di abbondanza, “a prescindere” dal contenuto. E’ un popolano vicino al popolino che attacca l’immobile potere costituito, sempre in altre faccende affaccendato.

Ho pensato di “risvegliarlo” dal letargo secolare, - accostandolo all’irriverente Pasquino, statua romana ai cui piedi si depositavano anonime satire in versi, per ciò dette “pasquinate”, - per criticare ciò che non va e sfogarmi degli affanni quotidiani.

Lo vado a trovare nella torre longobarda (ma non troppo) di Viale dei Rettori. Mi vede arrivare ed il dialogo sorge spontaneo.

Santo Panaro (S.P.): “Avvocà ti sei fermato finalmente. Passi sempre di corsa, Uno sguardo e via. Dove corri in auto che Benevento è piccola. Poi ti lamenti che non sei in forma. Vergonati! Ai miei tempi, si doveva camminare, il cavallo era un lusso per signori”.

Io, l’Avvocato (A.): “Vedo che i secoli non hanno scalfito l’innata simpatia ed il sottile, si fa per dire, sarcasmo. Se cominciamo così, me ne vado”.

S.P.: “E come siamo permalosi questa sera. Prima mi cerchi, poi fai il prezioso. Conosco quella faccia im…bronciata. Sputa il rospo”.

A.: “Sono anni che frequento il mondo del diritto, ma non capisco perché spesso, troppo spesso, va al rovescio”.

S.P: “Spiegati. Mi sembri la sibilla cumana. Da secoli vivo in questa città e ne ho viste di tutti i colori. Il pendolarismo politico di questi giorni è la plastica rappresentazione dell’homus beneventanus. S.P.Q.B.: Solo Politica Quanto Basta per sé ed i propri cari”.

A.: “Stavolta non parlo di politica. Quella latita da un pezzo. Parlo del ius dicere nostrano. Del giudice che spesso predica bene e razzola male”.

S.P.: “Questi avvocati. Sono capaci di non farti capire niente. Sempre a lamentarsi dei giudici. Non si può generalizzare. Che vuoi dire?”.

A.: “Hai ragione. Mi spiego. Ho difeso una società in un complesso contenzioso innanzi al tribunale. La causa è durata cinque anni e quando finalmente è stata decisa, le mie ragioni sono state accolte integralmente”.

S.P.: “Allora di cosa ti lamenti? Sei vanitoso. Vuoi che ti faccia i complimenti urbi et orbi?”.

A.: “No. Qui si tratta di vile pecunia, del frutto del mio lavoro. Infatti, nell’articolata sentenza il giudice, alla fine, decide che le competenze della causa vadano integralmente compensate tra le parti (cioè: ognuna si paga le sue) “alla luce della notevole difficoltà della vicenda, in fatto ed in diritto”.

S.P.: “Che significa?”.

A.: “Significa che la mia assistita ha avuto ragione. Deve avere un riconoscimento economico importante ma deve pagarmi il compenso di avvocato, per “la notevole difficoltà della vicenda, in fatto ed in diritto”.

S.P.: “Scusa, ma non ho capito. La parte da te assistita ha vinto la causa ma deve pagarti il compenso di avvocato? Ma che dici?”.

A.: “Quello che senti. Ho dovuto spiegare alla parte assistita, - che con una frase efficace, colorita e tagliente mi ha detto: “Avvocà, abbiamo vinto la battaglia ed ho perso la guerra” (dovendo pagarmi l’onorario, seppure da me richiesto in misura molto ridotta per non aggiungere al danno la beffa), - che sul punto la decisione viola le norme della Tariffa Professionale Forense, che il giudice ha l’obbligo di applicare, la quale, nell’ipotesi di riconosciuta complessità delle questioni di diritto e di fatto trattate, prevede addirittura un aumento dei compensi professionali in favore della parte vittoriosa. Giammai la compensazione”.

S.P.: “Ma non puoi impugnarla?”.

A.: “In teoria, sì. In pratica è difficile, se non impossibile, perché la parte da me assistita (il mio cliente, almeno … spero ancora,) dovrebbe anticipare ulteriori costi per il giudizio di appello che durerà, quanto meno, altri tre o quattro anni, con il rischio di “non trovare un giudice a Berlino” ed ottenere un’altra sentenza “creativa”, magari con conferma della decisione di primo grado e condanna al pagamento delle spese di secondo grado”.

S.P.: “Mica si può perdere una causa anche vincendola?”.

A.: “Sì. In Italia sì. Insomma, dalla culla … alla bara del diritto il passo è breve”.

S.P.: “Avvocà, non pensarci più. Qui vicino ci sono diversi pub. Beviti una birra, magari due, alla mia salute. Io mi ritiro nella torre longobarda (che poi longobarda non è) che si è fatta ora, a rimembrar il tempo in cui il praetor urbanus si limitava ad applicare i Iustiniani Digesta”.

UGO CAMPESE