Ecco la triste storia di due palazzi storici lasciati morire Cultura

Pietrelcina e Pago Veiano, tra le tante cose, hanno in comune la storia di un grande palazzo che non c’è più!

Per quanto attiene Pietrelcina, ci riferiamo al palazzo Tavini; quanto poi a Pago Veiano, la nostra maggiore attenzione sarà rivolta al palazzo Marchesale, che da quasi mezzo secolo si è come volatilizzato, ma di questo ci interesseremo ampiamente sul prossimo numero di Realtà Sannita.

Palazzo Tavini sorgeva imponente ai piedi della porta fortificata posta a sud-est del nucleo medioevale del Castello di Pietrelcina, a cui si accedeva percorrendo l’attuale via prof. Masone e tutto il tratto rettilineo dello stretto vicolo Giardino, che si imbocca davanti all’ex sede del cinematografo di Pietrelcina, contraddistinta dalla lapide marmorea posta lì durante il Regime fascista.

Scese le scalette, ed appena percorse poche decine di metri, si svolta a sinistra, ed era allocato là, sul tratto pianeggiante, con numerose finestre, poste su due livelli, che si aprivano ad oriente sul vasto agro adiacente, peraltro ondulato per la morfologica impostazione collinare del contado.

Il Palazzo venne eretto poco distante dalla cordigliera muraria, che contornava il nucleo abitativo medievale, di cui alcuni reperti è possibile ancora ammirare al di sotto della chiesa di Sant’Anna e su il cosiddetto alto sperone roccioso de il Morgione, poco al di sopra della fantomatica Grotta di Maometto.

Altri squarci di residui murari sono posti accanto a porta Madonnella, situata sul versante nord-ovest. Su i quali sono stati innalzati muri, che sorreggono abitazioni private. La stessa cosa è accaduta anche a Benevento con le mura Longobarde.

Palazzo Tavini e palazzo Bauzulli, A.D. 1737, sono le prime grandi costruzioni edilizie allorquando il nucleo medioevale iniziava ad espandersi al di là del recinto murario medioevale. Riprendendo l’allocuzione, su entrambi i palazzi, oggetto della nostra dissertazione storica, palazzo Tavini sorgeva dove attualmente la toponomastica indica vico del Sole, che congiunge i due quartieri antichi del Castello, a nord; con quello della Riella, a sud.

In codesto immobile vi dimorava l’araldica famiglia Tavini, i cui componenti disponevano di latifondi, di farmacia e svolgevano attività di notariato. I cui esponenti erano impegnati nella politica cittadina, rivestendo anche cariche di notevole spessore.

Era dimensionato e dislocato su due livelli, disponeva di oltre venti stanze. Ivi, vi abitò il sindaco dell’Unità d’Italia, Giacomo Tavini, dove venne assassinato, misteriosamente, nel letto, istantaneamente lasciato libero dalla sua amante, cosparso da una lugubre pozza di sangue. Gli assassini non vennero giammai assicurati alla giustizia. Si suppose che fossero stati i sopravvissuti al rastrellamento operato dai militari piemontesi nel giorno di sangue del 10 agosto 1861, onde furono arrestati undici pietrelcinesi sospettati di atti di sovversione, poi fucilati senza alcun processo davanti palazzo Silvestri, siamo nell’odierna piazza SS. Annunziata.

La sommossa contro il nuovo Regime sabaudo, incominciò, ascoltate bene, proprio in Pago Veiano il giorno della festa di San Donato, dove venne bruciata da briganti e reazionari del posto una bandiera tricolore con riferimenti savoiardi, e sventolati simboli borbonici.

Il sindaco Tavini, filopiemontese, indicò i nominativi dei rivoltosi al maggiore Rossi, comandante dei soldati Bersaglieri giunti da Benevento per sedare la rivolta dei sovversivi, dei reazionari filoborbonici. Si suppose che il sindaco gli elencò i suoi oppositori politici, poi, ammanettati, bendati, messi con le spalle al muro, e passati al fuoco delle armi. Tale gesto, non gli venne giammai perdonato dai suoi concittadini. Gli costò la vita!

Palazzo Tavini fu gravemente danneggiato dalle violente scosse telluriche del terremoto del 1930. Fu dichiarato pericolante per la pubblica incolumità, venne raso al suolo. Noi ricordiamo ancora i resti della storica costruzione sontuosa, tra cui: blocchi e blocchetti di pietra squadrata, architravi, portali, frontali, colonne e colonnette, contornati da transenne e steccati protettivi, adagiati lì, sui margini perimetrali dell’area in cui si innalzava il maniero, il fortilizio provvisto di torrette di avvistamento e di feritoie, le cosiddette minarole, per inserirvi le canne dei moschetti, pronti a far fuoco sugli assalitori sottostanti. E così, i frammenti rimasero là sino alla fine degli anni Sessanta.

Gli eredi Tavini, i nostri avi, lo dismisero a favore di Umberto, l’antico ciaramellaro, che vi innalzò la sua attuale palazzina, con tanto di giardinetto intorno ed orto retrostante, per stabilirsi in paese con la sua famiglia.

Fin qui la triste storia di un palazzo che, opportunamente restaurato, avrebbe arricchito il patrimonio urbanistico e paesaggistico della bellissima città di Pietrelcina. (Prima parte)

ANTONIO FLORIO