I Carbonari beneventani Cultura
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L’ultimo libro di Marco Meriggi, Carbonari del Sud. Settarismo, Stato, società nel Mezzogiorno preunitario, pubblicato nell’ottobre 2025, permette di far riflettere sul fenomeno anche nei nostri Territori. La Carboneria, secondo Aurelio Lepre, era un corpo costituito da borghesi detentori di proprietà fondiaria, da medici, avvocati, ecclesiastici e da funzionari pubblici e privati, oltre che da giovani studenti.
Essa é stata protagonista della prima parte del processo di unificazione nazionale ed il suo evolversi ha segnato la trasformazione del movimento rivoluzionario.
Intorno agli anni cinquanta dell’Ottocento il nostro territorio fu interessato da diversi processi con numerose condanne riguardanti i rivoltosi degli anni precedenti come ad esempio Michele Pironti di Montenero; Niccola Nisco di S.Giorgio la Montagna; Antonio Miele di Andretta e Felice Barilla di Moiano. A Montesarchio, invece, furono condannati 69 liberali fra i quali Nicola Palomba e Giorgio Haetzel. Insurrezioni si erano verificate anche ad Airola, Cervinara, Paolisi, San Martino, frutto del lavoro svolto negli anni precedenti il 1820.
Già nel 1813, con le prime rivolte in Calabria era chiaro a molti che la Carboneria non era più un’associazione filantropica e assistenziale ma una vera minaccia all’ordine pubblico. Il Ducato di Benevento, in questo periodo, era attenzionato sia da Avellino che da Campobasso con la presenza di Antonio Chiarizia di Sepino e Giacomo Venditti di Gambatesa.
In città i più influenti appartenevano a famiglie nobili o agiate, come ad esempio il Conte Biagio Isernia e i sigg. Pellegrini e De Rosa, mentre uno dei maggiori fautori fu Andrea Valiante che, già partecipante ai moti del 1799 e fondatore nel 1817 della “Stella del Sannio”, fu capo del Governo Provvisorio nel 1820. Di origini molisane, trascorse anche qualche anno nel carcere di Castel Sant’Elmo a Napoli.
Il suo comportamento, non certo irriprovevole, per le numerose ed inique richieste di risarcimento durante la nomina di Commissario di guerra nel periodo francese, lo ha contrassegnato per sempre. Nella sola Campomarino pretese 10.000 ducati per la morte del cognato Di Gennaro avvenuta in circostanze non chiare.
Fu colonnello della Guardia Nazionale nel 1820 senza mai partecipare, sembrerebbe, ad azioni di guerra. Il suo legame con la nostra città dipese dal fatto che nel 1784 aveva sposato Maria Concetta Mutarelli ma il cognato, avv. Domenico Antonio Mutarelli, non lo ha mai riconosciuto.
Sempre in città si distinsero i possidenti Francesco e Saverio Buonanni, nipoti di Giuseppe professore di Fisica al Ginnasio beneventano e protagonista del 1799, così come il nipote Nicola, sacerdote finito nelle carceri della Vicaria a Napoli. A capo della milizia rivoluzionaria vi era Biagio Isernia, in seguito consigliere comunale del primo Consiglio Comunale liberale.
Possidenti ed attivi rivoluzionari furono anche Francesco Penga e Luigi D’Aversa, così come numerosi sacerdoti, tra i quali Michele Cosentini e i parroci Pietro Follo e Raffaele Tucci.
Sposarono la causa carbonara anche alcuni medici come ad esempio il direttore degli Ospedali Giacomo Gioia, già collaboratore dei francesi e anche Direttore del Liceo, nonché Carlo Cardone e Francesco Stragazzi di San Giorgio la Molara che fu anche Direttore della Pubblica Istruzione.
Numerosi furono anche gli avvocati come Barbato Mutarelli, giudice civile e Diocleziano Bessogni laureato in Giurisprudenza a Napoli dove esercitò la professione forense.
Giovanni Torre, padre di Carlo e Federico, partecipò ai moti del 1799 e del 1820 pur essendo architetto e tesoriere generale dei Dazi indiretti, settore che il figlio Carlo praticherà prima di diventare Governatore e poi Prefetto nell’Italia Liberale.
Dopo le insurrezioni del 1820 in città la Carboneria si organizzò intorno a Salvatore Sabariani, discendente di Ettore, attivista nel periodo francese e vide come partecipante il Barone Niccola Nisco ed altri della Valle Caudina. Nel 1848, denunziato da una spia pontificia (Alessandro Perfetto), fu catturato insieme ad altri dal Marchese Andreotti, colonnello della Guardia Civica. Altri cospiratori furono arrestati il giorno dopo e trasportati a Roma per essere processati.
Erano sospettati di essere mazziniani e quindi sovversivi, anche Domenico De Simone e Filippo Pallante, oltre a Salvatore Rampone. Chi non rientrò mai negli elenchi degli arrestati, invece, fu Giuseppe Alberti che comunque sposò la stessa causa.
A Napoli, intanto, negli anni precedenti l’arrivo di Garibaldi, si formò un Comitato Nazionale di cui facevano parte Giuseppe De Marco di Paupisi, impiegato nella Dogana di Pontelandolfo e Filippo Iadovisio, ricevitore della stessa.
In questi frangenti a capo del Principato Ultra fu nominato Francesco Matarazzo mentre ad Airola, Arpaise e Moiano furono organizzati dei movimenti grazie a Giorgio Haetzel.
I Comitati rivoluzionari di Campobasso e Foggia furono coordinati da Vincenzo Carbonelli, medico e successivamente uno dei Mille. Le province meridionali, Molise, Principato Ultra, Terra di Lavoro e Basilicata si coordinarono per insorgere simultaneamente, ma nessuna si mosse senza la presenza di Garibaldi ad eccezione di Benevento dove Salvatore Rampone anticipò i tempi.
I mesi di Settembre ed Ottobre furono decisivi per le sorti dell’Unità nazionale e Napoli fu al centro dell’attenzione con il ruolo decisivo svolto da Cavour e dai suoi uomini.
ANTONIO D’ARGENIO
Istituto Storico per il Risorgimento
Delegazione Sannita

20/10/2026