Non tutti i San Michele sono longobardi? Cultura
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Nella Biblioteca Capitolare di Benevento tra gli inventari dei beni ecclesiastici presenti nelle chiese del Beneventano, il manoscritto contrassegnato dal n. XIV, segnatura 311, contiene le chiese presenti nelle terre da Tocco a Vitulano, i comuni sono elencati alfabeticamente. Ai ff. 855r - 856r troviamo un interessante documento.
Il 27 agosto del 1687, padre Tommaso Botti di Vitulano si accingeva a compilare l’inventario dei beni presenti nella venerabile Chiesa di San Michele Arcangelo costruito sulle falde del Monte Caruso.
Prima di procedere all’elenco dei beni, il Botti inserisce una nota sull’origine della chiesa. Secondo quanto annotato, la chiesa è proprietà dell’Università di Vitulano, perché, in base a quanto appurato dal sacerdote, probabilmente sulla base di memorie e testimonianze locali in mancanza di documenti, duecento anni addietro fu eretta una chiesa, “come si crede con autorità dell’Ordinario”, da parte di tutta l’Università (cioè il Comune) di Vitulano e di alcune persone devote, intitolata a San Michele Arcangelo. Pochi anni dopo, sempre secondo quanto raccolto dal padre Botti, la chiesa fu resa iuspatronato dell’Università fondatrice.
Il 22 giugno del 1596, quindi sotto Clemente VIII, la detta Chiesa fu annessa alla Basilica di San Giovanni in Laterano, come appariva da un breve conservato dagli economi della chiesa. In virtù di ciò, San Michele godeva dei privilegi che avevano tutti i luoghi pii annessi alla basilica Lateranense, ad esempio quello della concessione di indulgenze per i pellegrini che vi giungevano. Il sacerdote Botti ammette di non essere riuscito a stabilire quando e da chi sia stata benedetta la chiesa, ma era certo che essa sorgesse in luogo demaniale.
La chiesa è costituita anche oggi da una cappella anteriore e da una grotta posteriore. Al tempo della redazione dell’inventario, risultava provvista di sei altari, ma versava in stato di abbandono; infatti, due di questi altari nella cappella erano diruti e presentavano una vecchia cona (tavola di legno o marmo), posta davanti a ciascuno. Un altare che recava al di sopra un quadro con l’effigie di San Carlo Borromeo, era decorato con una cona intagliata e un parato vecchio. Tale altare, viene annotato, era di proprietà della famiglia Cavaniglia, conti di Montella e Vitulano, in realtà Cabanillas, perché originari di Valencia, venuti al seguito di Alfonso I d’Aragona, detto il Magnanimo.
Tornando alla descrizione seicentesca, dopo la cappella principale, c’è una grotta naturale, che presenta una riserva d’acqua, dovuta al gocciolamento della pietra. Qui vi è l’altare maggiore di porfido, sul quale c’è un’effigie di Cristo e altre figure di santi. Più internamente un altro altare reca la statua in marmo di San Michele arcangelo, in una nicchia protetta da vetro. Vi sono anche candelieri vecchi intorno. Sempre nella grotta vi è un ultimo altarino con una statua in legno di San Michele e altri candelieri vecchi.
Non essendoci nessuna documentazione grafica o fotografica accurata dell’interno della chiesa non saprei dire se gli oggetti elencati sono ancora al loro posto.
La presenza dell’altare di proprietà dei conti Cavaniglia potrebbe confermare le parole di padre Tommaso Botti, in quanto, duecento anni prima di questa memoria del 1687, risaliamo al 1487, in pieno regno di Ferrante d’Aragona. Gli Aragonesi e le famiglie a loro fedeli ebbero particolare riguardo per il culto di San Michele Arcangelo, come dimostra l’altare dei Cavaniglia nella chiesa di San Michele sul Monte Caruso, ma soprattutto la monetazione dei re aragonesi. Infatti il santo, dopo il periodo longobardo, ritornerà nel Sud Italia, perché nel 1488, Ferdinando o Ferrante I d’Aragona, fece coniare le monete dette i “Coronati dell’Angelo”.
I primi coronati furono chiamati così perché avevano su un verso la figura del Vescovo di Barletta e del Cardinale legato Orsini mentre incoronano Re Ferrante e la legenda “CORONATVS QVIA LEGITIME CERTAVIT” (trad. “incoronato perché lottò giustamente”). Dopo aver sostituto l’immagine dell’incoronazione con quella del re su diritto e la croce di Calabria nel rovescio, nel 1488 sui coronati apparve l’Arcangelo Michele su un lato e il re nell’altro e per questo vennero chiamati Coronati dell’Angelo.
Vista l’assenza di documenti comprovanti l’origine dell’eremo di San Michele, si può pensare che, per le caratteristiche del luogo, poteva esserci in età longobarda una tradizione che assegnava all’arcangelo Michele la potestà sulla grotta, ma che, come sosteneva padre Botti nel 1687, la chiesa antistante fu realizzata alla fine del Quattrocento, in ossequio alla devozione dei sovrani aragonesi per san Michele, tanto che un loro fedelissimo, cioè Diego Cavaniglia, duca di Montella e Vitulano, fece installare un altare di famiglia nella chiesa, come ricorda padre Botti nel documento emerso nella Biblioteca Capitolare.
Le controversie per la chiesa dell’angelo non finiscono alla pretesa origine territoriale, perché nel 1861, nata la provincia di Benevento e definiti i confini dei Comuni, l’eremo ricadde nel territorio assegnato a Foglianise, con grande rabbia dei vitulanesi che ne rivendicavano il possesso. Gli animi erano così esacerbati, che dovette intervenire l’arcivescovo di Benevento, Cardinale Domenico Carafa della Spina di Traetto, che risolse assegnando la gestione delle due festività del santo divisa tra i due comuni: la festa dell'8 maggio (commemorazione dell'Apparizione sul Gargano) venne assegnata al clero e al popolo di Foglianise; la solennità del 29 settembre venne assegnata al clero e ai fedeli di Vitulano.
Neppure ciò valse a frenare il contenzioso e così nel 1869, Vitulano fu definitivamente estromesso a beneficio di Foglianise, anche se L'eremo mantenne poi una sua autonomia gestionale grazie alla presenza fisica di un eremita residente, figura che ha abitato stabilmente la grotta custodendo il sito fino al 1949.
PAOLA CARUSO
Foto: Eremo di San Michele Arcangelo, Monte Caruso, Foglianise

20/10/2026