Il tavolino del Barone e i segreti del passato Cultura
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Eravamo rimasti a Santo Stanislao, alla chiesa di San Domenico di Benevento e alle vicende riemerse grazie ai ricordi e alla collaborazione del barone Giovanni dell’Aquila.
Ci eravamo lasciati con la promessa di ritrovarci al fresco di settembre, quando l’aria dell’estate avrebbe cominciato a cedere il passo ai primi accenni d’autunno, perché nel grande archivio della memoria della nobile famiglia dell’Aquila sembravano esserci ancora storie che aspettavano soltanto qualcuno disposto ad ascoltarle.
Non immaginavo, però, che la nostra chiacchierata avrebbe preso le mosse da un oggetto apparentemente insignificante: un vecchio tavolino circolare, che presenta una curiosa particolarità. Il piano poggia su un unico fusto centrale, che alla base si apre in tre piedi.
Secondo il barone, avrebbe bisogno di una sistemata: occorrerebbe quindi affidarlo alle mani esperte di un bravo ebanista, capace di restaurarlo con la dovuta attenzione.
Per molti anni era rimasto nella casa del nonno del barone, nell’antica dimora di famiglia a San Giorgio del Sannio. Prima di trasferirlo definitivamente nella residenza beneventana. Il barone guarda quel tavolino e torna bambino. Ricorda sua madre che lo rincorreva intorno quando aveva combinato qualche marachella.
Una scena familiare, le risate, i rimproveri, i rumori della casa. Ma i ricordi non si fermano lì. Il tavolino sembra trascinarlo altrove. A Morcone. Per un periodo della sua vita il barone visse a Morcone, nel Beneventano. E quel piccolo tavolo lo seguì anche lì. Durante lunghe serate trascorse in compagnia degli amici diventava il centro delle partite a carte, delle conversazioni e delle ore che sembravano non finire mai. Qualcuno, però, aveva cominciato a guardarlo con una certa curiosità. La ragione erano proprio quelle sue tre gambe. Scherzando, gli amici avevano finito per attribuirgli un nome: il tavolino spiritico.
All’inizio era poco più di una battuta. Finché, negli anni Settanta, a Morcone arrivò un uomo da Roma. Era venuto a trovare alcuni parenti e, almeno secondo il ricordo del barone, era conosciuto nell’ambiente semplicemente come “il Medium”. La voce della sua presenza cominciò a circolare. Qualcuno pensò immediatamente al tavolino dei dell’Aquila. L’incontro con Giovanni fu quasi inevitabile. E altrettanto inevitabile fu la proposta: utilizzare proprio quel tavolo a tre piedi per una seduta spiritica.
Nel giro di pochi giorni tutto fu organizzato. Nella casa del barone si riunirono sei o sette amici. Altri due preferirono non partecipare direttamente. Chiesero di poter restare in disparte, semplicemente per osservare. Il medium, dopo qualche esitazione, acconsentì. La stanza venne preparata. I presenti si disposero intorno al tavolo. Le mani aperte. I palmi appoggiati sul legno. Poi iniziarono le formule pronunciate dal medium. Secondo il racconto che Giovanni dell’Aquila conserva ancora oggi, a un certo punto accadde qualcosa che nessuno dei presenti si aspettava.
Il tavolino cominciò a muoversi. Prima quasi impercettibilmente. Poi con maggiore decisione. Fino a sollevarsi. Il racconto, da questo momento, è ricco di suggestione. Il tavolino, racconta il barone, avrebbe iniziato a dirigersi verso un balcone aperto. Pochi istanti. Lo stupore. La paura. Poi la sua corsa sarebbe terminato giù dal primo piano, oltre quel balcone. Per terra. Nella stanza calò il silenzio. A distanza di tempo, tuttavia, il barone sembra propendere per una spiegazione assai meno misteriosa: secondo lui, con ogni probabilità, si trattò di una burla orchestrata dagli amici invitati quella sera.
Che cosa sia realmente successo quella sera resta un mistero. Ma forse, per comprendere questa storia, il punto non è nemmeno questo.
Parlando di quel vecchio oggetto, infatti, il barone aggiunge un particolare. Secondo una tradizione conservata nella famiglia, tavolini di quella forma sarebbero stati utilizzati anche in passato in occasioni legate a pratiche esoteriche o divinatorie. Ma è proprio da qui che il racconto compie il suo salto più affascinante. Perché il cognome dell’Aquila conduce verso uno dei personaggi più enigmatici del Settecento italiano: D. Raimondo di Sangro, VII Principe di Sansevero.
Scienziato, inventore, letterato, massone, sperimentatore di innumerevoli racconti legati all’esoterismo, Raimondo di Sangro continua ancora oggi ad alimentare il confine sottilissimo tra storia e leggenda. E in quel confine entra anche la famiglia dell’Aquila.
Sua madre era Cecilia dell’Aquila Gaetani d’Aragona. Una donna destinata a vivere pochissimo e, allo stesso tempo, a lasciare un’ombra lunghissima nella storia del figlio. Cecilia morì giovanissima. E quando si entra nella Cappella Sansevero di Napoli, in mezzo a uno dei più straordinari complessi scultorei del Settecento europeo, la sua presenza sembra essere ancora lì. Silenziosa. Naturalmente lo sguardo di chi entra nella Cappella viene immediatamente catturato dal Cristo velato, capolavoro commissionato dal principe Raimondo di Sangro nel 1752.
Ma basta spostarsi di pochi passi perché un’altra statua costringa il visitatore a fermarsi. È la Pudicizia. La scultura marmorea dedicata alla memoria della madre del principe. Una figura femminile avvolta da un velo che aderisce al corpo con una leggerezza apparentemente impossibile per il marmo. La donna velata rappresenta la Sapienza divina e la conoscenza misteriosa, un tema caro al clima culturale ed esoterico del Settecento napoletano.
Ed è proprio davanti a questa statua che il racconto del barone assume il suo tono più enigmatico. Perché Giovanni dell’Aquila, alla fine della nostra conversazione, abbassa quasi la voce. Come se ciò che sta per raccontare non appartenesse alla storia destinata ai libri, ma a quella affidata alle famiglie. Una storia tramandata sottovoce.
Il barone mi invita a osservare in una foto con particolare attenzione il tronco spezzato scolpito nel monumento. Quel tronco viene tradizionalmente interpretato come simbolo di una vita recisa troppo presto. Ma nella memoria tramandata dal barone esisterebbe un secondo significato. Più nascosto. Più difficile da vedere. Bisognerebbe avvicinarsi. Guardare il tronco spezzato trasformato in marmo. E contare.
La nonna di Giovanni Dell’Aquila, ha tramandato in famiglia che nelle venature del tronco sono distinguibili ventitré cerchi. Ventitré, ovvero lo stesso numero degli anni di Cecilia quando morì (1687-1710). Un dettaglio che il barone sostiene di non aver mai raccontato pubblicamente prima.
Dopo aver ascoltato la sua storia, quel tavolino non appare più come un semplice mobile antico. È diventato una soglia tra ricordo e leggenda, tra ciò che una famiglia ha vissuto e ciò che ha scelto di tramandare.
CESARE MUCCI

20/10/2026