Il Ponte Leproso, Benevento ritrova un'opera del pittore Consalvo Carelli Cultura

C’è qualcuno nel Sannio che professa nella pratica l’esercizio della cultura investendo in proprio per arricchire la dotazione del territorio. Parliamo dell’Archeo Club, sezione di Benevento, che ha acquisito di recente una rarissima e pregevole opera del pittore Consalvo Carelli (Napoli, 1818-1900) ove risalta il veterano Ponte Leproso, autentico pezzo di storia della nostra città. 

L’evento è stato illustrato dal presidente Franco Morante in uno dei consueti incontri sociali del mercoledì, offrendo il cimelio all’accesso del pubblico negli ambienti della sede di Casa Pisani alle spalle del Teatro Romano. Adesso approfondiamo la vicenda.

Primo punto. Il nostro artista faceva parte della cosiddetta “Scuola di Posillipo”, laboratorio di creatività stilistica dedita alla descrizione del paesaggio, la cui fama è ben nota nell’universo artistico. La nascita di questo circolo risale ai primi dell’Ottocento per iniziativa di alcuni pittori talentuosi tra cui spiccava Antonio van Pitloo, un olandese trapiantato a Napoli che amava dipingere all’aria aperta, al quale fecero seguito Giacinto Gigante, Gabriele Smargiassi, Teodoro Dclère, Vincenzo Franceschini, Alessandro Fergola, il ligure Achille Vianelli (1803-1894, che in età matura passava a Benevento creandovi un atelier frequentato da numerosi allievi), infine il pugliese Raffaele Carelli con i figli Consalvo e Gabriele. Aprendo uno studio nel cortile di Santa Sofia.

Secondo punto. Perchè il riferimento al verde promontorio di Posillipo? In un saggio del 1867 il letterato e storico nonché personaggio politico Pasquale Villari lo spiegava più o meno in questi termini: “La bellezza del clima e i paesaggi stupendi che circondano Napoli attirano tanti forestieri che ne desiderano perpetuare il ricordo con immagini, e ciò aveva sollecitato un certo numero di artisti a preparare vedute assai richieste e ben pagate dai viaggiatori. Pratica malvista dagli ambienti accademici che, per disprezzo, degradavano gli autori ad alunni di scuola indicando Posillipo quale loro centro produttivo”.

Terzo punto. Quale parte interpretava la famiglia Carelli in questo complesso ambiente culturale? Da protagonista. La pittura, infatti, circolava nel sangue di questo nucleo da varie generazioni: nonno e padre del capostipite avevano praticato l’arte dei colori nell’area di Monopoli ove era radicata; con la partenza di Raffaele avviato in quel di Napoli per gli studi di medicina tutto sembrava compromesso ma il pericolo durava breve tempo perché il giovane abbandonava questa strada per riprendere in pieno e con successo l’arte pittorica. Analoga passione coinvolgeva il figlio Consalvo (o Gonsalvo) il quale raggiungeva ben presto notorietà - oggigiorno immortalata dalla toponomastica al Vomero - di cui si giovarono successivamente i figli Giuseppe e Raffaele ricalcando le orme paterne.

Quarto punto. Cosa dire sull’attività di Consalvo? Egli ebbe subito la fortuna di conquistare l’attenzione di varie corti regali negli anni giovanili, in particolare di Casa Borbone, che poi divenne abituale cliente del pittore, quando a soli quindici anni aveva suscitato l’interesse della regina Isabella sposa di Francesco I presentando ad una Mostra borbonica una tela descrittiva di Piazza della Vicaria. La catena si allungava con gli acquisti dell’ambasciatore di Russia per la pinacoteca reale (oggi Museo dell’Hermitage), tra richieste di musei parigini londinesi romani fiorentini e torinesi, fino a diventare maestro di pittura nel 1866 di Margherita prossima sposa di re Umberto I di Savoia che naturalmente lo teneva nella massima considerazione: del resto, il Carelli aveva sposato la causa della nuova Italia sin da un soggiorno a Roma dove avrebbe conosciuto Massimo D’Azeglio e soprattutto coltivando l’amicizia di Alessandro Dumas (per il quale eseguì l’illustrazione del libro Da Napoli a Roma) il quale lo convinse a farsi garibaldino e persino a partecipare alla battaglia sul Volturno.

Quinto punto. Viaggiando a più riprese nelle regioni meridionali, l’ingegnoso Consalvo era solito tracciare schizzi, disegni, bozze, appunti sugli abitanti e sui luoghi visitati di maggiore suggestione - così venne elaborato anche l’angolo più antico di Benevento - materiale che oggigiorno si trova conservato in tanti luoghi diversi, in Italia e in Paesi stranieri: a partire da Napoli (ove la Galleria dell’Accademia delle Belle Arti possiede una collezione di 52 opere), Roma, Palermo, Firenze e Torino, per finire con Parigi e San Pietroburgo. 

Siamo alle battute finali di questa descrizione per la quale ci agganciamo alle parole del presidente Morante, in sede di presentazione nella sede dell’Archeo Club: “L’opera che descrive nei dettagli il Ponte Leproso è importante anche per ricostruire lo stato dell’ambiente in un’epoca databile alla seconda parte dell’Ottocento. Non conosciamo l’anno esatto della visita ma certamente va situato nel periodo post-unitario considerando l’abbigliamento quasi elegante delle due contadine (di certo non sono lavandaie) e l’allegria dei ragazzi. Il manufatto si presenta in discrete condizioni conservative sotto un cielo plumbeo e in periodo di acque poco fluenti, come dimostrano i piloni scoperti sotto il limite della portata fluviale e la massa cespugliosa emergente sopra un accumulo di sabbie sul versante destro del Sabato”. 

E sotto il profilo tecnico?  

“Precisando che l’immagine si sviluppa su un telaio che regge un foglio di carta largo 32 centimetri e alto 23, racchiuso in una cornice di legno intagliata con vetro protettivo, si tratta di una sorta di “guazzo” alla maniera napoletana oppure gouache per usare il termine francese, vale a dire un disegno acquarellato con tratti in carboncino e tratti con tempera in bianco”. 

La provenienza? 

“Da una regolare asta d’arte della Casa Errico operante in Napoli. L’acquisto risale a fine giugno 2026 a un prezzo accessibile per le risorse della nostra Associazione. Un colpo fortunato, senza alcun dubbio”.
Per una conclusione fuori dal giornalismo odierno, in prevalenza rituale e privo di ricerca, aggiungo due note di curiosità rilevate da un’attenta osservazione del disegno.

Prima nota. In basso a destra, la firma dell’autore non solo ne conferma l’autenticità ma precisa pure l’esatta grafia del nome prescelto dall’artista negli anni della maturità: Gonsalvo, con l’iniziale G come Genova, Carelli. A cosa si debba questa conversione alla tradizione iberica in omaggio a San Gonzalo vescovo di Mondoñnedo in Galizia, scomparso tra il 1108 e il 1112, non sappiamo, considerato che l’utilizzo italiano di questo termine di origine germanica (latinizzato in Gundisalvus, cioè “anima di battaglia”) appare praticamente nullo.

Seconda nota. Una scritta sottostante alla firma precisa: “Ponte Leproso a Benevento”. E fin qui, tutto normale. Poi continua con una bella dose di fantasia: “ove fu sepolto re Manfredi di Svevia”. Ipotizzo una sola spiegazione: evidentemente il Carelli era accompagnato da una guida o da un amico che masticava vagamente la realtà storica.

Giacomo de Antonellis