Il presepe napoletano, forma di teatro popolare Cultura

“Te piace ‘o presebbio” chiedeva, con insistenza, Lucariello (Eduardo De Filippo) al figlio Tommasino (Luca De Filippo), in “Natale in casa Cupiello”. Sì, perché il Natale a Napoli e nel nostro sud, non era contrassegnato dall’abete, usanza “nordica”, ma dal presepe, simbolo di una devozione profondamente radicata nei cuori della gente. Lucariello cerca di inculcare nel reticente figlio quello che, per un napoletano, non è soltanto una tradizione religiosa, ma una vera e propria passione collettiva che tende ad umanizzare il mito fondante della nostra religione, quello della nascita di un Redentore.

Possiamo dire che nel presepe napoletano si viene a realizzare l’incontro, paradossale e trasformante, tra l’Assoluto e la Storia, laddove l’Assoluto è un Gesù “umanizzato”, che ogni anno scende tra gli uomini, tra la folla osannante di poveri cristi, tra quella varia e colorita umanità che popola l’universo partenopeo. Si tratta di “un Sabba devoto che trasferisce la grotta di Betlemme nel ventre di Napoli” afferma l’antropologo Marino Niola. Un presepe poco mistico “scaturito dal fondo tellurico dell’immaginario partenopeo” scrive Niola, nell’introduzione al “Presepe popolare napoletano” del maestro Roberto De Simone. Una sorta di “quinta” teatrale in cui si muovono i personaggi tipici del “ventre” di Napoli, pescivendoli e pizzaioli, lazzaroni e artigiani, acquaioli e cantastorie, lavandaie e indovinatrici, pacchiane e zampognari. A loro si sono aggiunti, nel tempo, Totò e Maradona, ma anche Pulcinella e seguaci, si ritroveranno tutti insieme a rendere omaggio al bambino relegato nella mangiatoia, in una grande corale di umana “pìetas”.   

“Archeologia ed etnografia, folclore e teatro, teatro colto e teatro popolare, spettacolo religioso e spettacolo di strada, convergono, tutti insieme, nel piccolo boccascena del presepe” scrive Raffaello Causa, nel saggio “Il presepe napoletano” (Guida editori). 

Nel caleidoscopio di personaggi che affollano il boccascena presepiale è possibile individuare il cuore di Napoli nelle sue tante stratificazioni, dove a prevalere sarà la dimensione sociale su quella religiosa. E così  che troveremo osterie e vinerie, ambulanti con i loro banchetti di merci, verdumai  con pile di cocomeri, di mele, di pere, macellai con le loro merci in bella mostra, salsicce, prosciutti, capocolli, casari con le loro ricotte e formaggi. Una  metafora dello “scialo” che teatralizza un sogno da sempre inseguito, ma mai veramente realizzato dal popolo napoletano, perennemente afflitto da una fame atavica.

Il cibo assume un ruolo centrale nel presepe partenopeo, simboleggiando l’eccesso, l'abbondanza festiva che tende ad esorcizzare la povertà e la fame. Un palcoscenico di sogni e di bisogni, in cui l’elemento umano, “carnale” è fortemente presente, parte attiva di quella “pieces” teatrale che vede coinvolto l’intero ciclo vitale della città  e che sembra intonare un inno alla vita, alla gioia,  ma soprattutto, alla speranza in un futuro migliore che contempli una umanità redenta non solo dal peccato, ma anche dalle calamità, dall’indigenza e dagli affanni quotidiani. 

Niente a che vedere con i presepi “artistici” del Settecento napoletano, opulenti ma freddi, destinati ad una committenza facoltosa, né con i severi presepi umbri, figli di un “francescanesimo” umile e un po’ distante, il presepe napoletano è un teatro “rituale”, unico esempio al mondo, che vede il trionfo del “barocco” nella sua accezione più iperbolica. “Il presepe francescano rappresenta la Natività, il presepe napoletano rappresenta l’umanità” osserva Niola.  La versione partenopea della nascita di Gesù è un teatro della devozione dove si fondono e si confondono sacro e profano, umanesimo e misticismo, spiritualità e materialità. 

Dall’ Ottocento in poi, non è più solo un simbolo religioso, ma uno strumento descrittivo, identificativo della comunità partenopea, nella sua variegata composizione. Si potrebbe dire che il presepe napoletano è stato e rimane un veicolo di identificazione della gens napoletana, per dirla con Luciano De Crescenzo, antesignano di quel “realismo” che ha caratterizzato le rappresentazioni teatrali e le produzioni cinematografiche successive. 

Il Presepe Napoletano non è solo, dunque, una rappresentazione religiosa, ma un realistico spaccato della vita quotidiana napoletana, una “trance de vie”  che cattura dettagli autentici e minuziosi della società tra ‘600 e ‘700. Un’epoca travagliata, ma ricca di fermenti sociali e culturali, all’ombra del Regno borbonico. 
 Sarà proprio dal cuore pulsante della Napoli antica, dalle botteghe degli artigiani di San Gregorio Armeno che nasceranno i presepi più caratteristici, rigorosamente fatti a mano, veri e propri capolavori di un’arte che si perpetua da secoli. 

La prima menzione di un presepe a Napoli compare in un atto notarile del 1021, in cui viene citata la chiesa di Santa Maria “ad praesepe”. Nel 1340, la regina Sancia d’Aragona (moglie di Roberto d’Angiò) regalò alle Clarisse un presepe per la loro nuova chiesa. Uno dei più artistici esempi di presepe napoletano, risalente al XVIII secolo, si trova nella sala Ellittica della Reggia di Caserta. Tra i presepi più belli di tutto il sud Italia, in cui possiamo ammirare alcune statuine realizzate dallo scultore Giuseppe Sammartino,  vi è “Il presepe del Re” sito nella Cappella Palatina del Palazzo Reale di Napoli. La preziosa collezione comprende ben 210 figurine di pastori e 144 accessori vari. Altro presepe celebre è il presepe Cuciniello, realizzato tra il 1887 e il 1889, esposto, oggi, presso la Certosa di San Martino.

MARIA IVANA TANGA