La 'Fagianella' anni '70 curiosa di cultura Cultura

Nei primissimi Anni Settanta, quando i movimenti giovanili internazionali cominciarono a sedurre la gioventù beneventana, la Fagianella appena nata provò a sedurre me. Ne conoscevo i responsabili, ma non facevo parte di quel club ubicato un po’ fuori mano sulla collina della Pacevecchia e presente fin da subito nel contesto socioeconomico della città. Avendo assunto nel 1970 il ruolo di Direttore del Museo del Sannio, invitavo i suoi soci alle dirompenti attività culturali che organizzavo per demummificare l’Istituto sofiano rimasto da sempre un luogo elitario.

Mentre coinvolgevo la esitante cittadinanza nella ricerca di fotografie d’epoca anche di persone di famiglia - che avrei poi esposto nel 1979 nella mostra Benevento com’era, una delle prime iniziative del genere in Italia - davo attenzione all’arte contemporanea, fra l’altro alla Body Art che rendeva protagonista il corpo, soprattutto quello femminile, da scoprire in ogni sua caratteristica. Rivoluzionaria dal punto di vista estetico, la Body Art era la più caustica delle sfide alla morale bigotta.

E siccome di questioni scabrose non si discuteva nelle case, profittai del fatto che le ragazze più temerarie - “tutte di buona famiglia ma purtroppo… femministe”, si diceva in giro - avevano preso in affitto un appartamentino affacciato al primo piano sulla Piazzetta Federico Torre, davanti alla Chiesa di San Bartolomeo, dove si riunivano tramando chissà cosa.

Lì mi avventuravo per capire come provavano a modificare se stesse e la vita, incuranti dei giovani assatanati che bersagliavano i vetri dei loro balconi. E intanto notavo che le “signore della Fagianella”, colte e intraprendenti, scendendo lungo il Corso sbirciavano quell’appartamentino tra voglie represse di libertà personale e ancestrali sensi di colpa, col desiderio dissimulato di identificarsi nella generazione contestatrice. Qualcuna non senza malizia mi diceva scherzando: “Visto che in tutto il mondo i giovani hippies sono chiamati figli dei fiori, siamo noi i fiori !”.

Furono loro a invitarmi nella sede della Fagianella. Proposi una conversazione sul tema L’amore a Pompei prima dell’eruzione e una mostra di dipinti di Antonio Del Donno e di Pompeo Vorrasi. Il tema dell’amore nella Pompei antica, scelto per evidenziare il problema eterno del ruolo sociale della donna, risultò sconcertante per l’uditorio maschile; le signore definirono invece la conversazione una lezione di vita arrivata dalle profondità del tempo. Le aveva incuriosite soprattutto il racconto di una mia recente esperienza a Londra, centro imperdibile di creatività in quegli anni: sui marciapiedi di Carnaby Street, puntualmente evitata dai gentlemen ancora in giro con la bombetta nera sul capo, avevo visto gambe femminili emergere ben oltre il ginocchio dalle prime minigonne inventate dalla stilista Mary Quant.

Perché scandalizzarsi di una minigonna e vietarla alle ragazze beneventane, dissi, se nella villa romana di Piazza Armerina presso Enna in Sicilia un mosaico pavimentale mostra donne di duemila anni fa in succinti costumi a due pezzi?

Le diapositive proiettate stimolarono dibattiti sull’abbigliamento femminile come settore di ricerca stilistica infinita, non soltanto come arma di seduzione; in particolare si discusse sull’immagine di una sconosciuta statua pompeiana di Venere in bikini traforato che si allaccia un sandalo mentre un amorino le fa il solletico sotto il piede e un satirello nudo in posa oscena la guarda. Il clou della serata furono però le scritte graffite sui muri di Pompei da giovani innamorati uccisi poi dall’eruzione. Le mie traduzioni avvolsero l’uditorio in un alone di romantica malinconia, ma una di quelle scritte in latino popolaresco -pupa que bella es”, cioè “pupa quanto sei bella!- finì per diventare una sorta di slogan pubblicitario del club: “pupa, quanto sei bella… se sei della Fagianella”.

Per la seconda serata convinsi Pompeo Vorrasi a prestare qualche sua opera per un confronto mai prima avvenuto con dipinti di Antonio Del Donno. Riluttante a quella idea imprevista, ne concesse soltanto tre, e cinque Del Donno altrettanto sorpreso. Le signore avevano disposto le poltroncine secondo un insolito percorso a zig-zag lungo il quale guidai la visita alla mostra, piccola ma inquietante perché, assenti i due artisti reciprocamente insofferenti, per la prima volta a Benevento l’arte tradizionale entrò in dialogo diretto con l’arte sperimentale: ritratti di classica valenza psicologica e paesaggi di grande effetto emotivo di Pompeo Vorrasi alternati a trame astratte di binari ferroviari spezzati e ossessive macchie cromatiche di Antonio Del Donno che per l’occasione aveva incollato su una tela frammenti di legno accennando all’arte concettuale che esplorava le relazioni tra immagine, oggetti e parole. L’iniziativa ebbe un seguito quando Vorrasi, insofferente alle forme decostruttive di Del Donno, mi chiese di suggerire una propria mostra personale, che ebbe luogo nel 1975 nella stessa sede.

Sempre più curiosa di cultura nuova, la Fagianella ampliò da allora la sua attenzione all’arte. Perciò, dopo una mia conversazione sul tema “Bambole, monili e ceramiche d’antan, ma viva la modernità !, non mi sorprese di incontrare in una bottega artigianale a San Lorenzello alcune socie intente a discutere sulle possibilità di avviare, come avevano visto a Faenza, una produzione di ceramiche d’arredo con un design più attuale.

ELIO GALASSO