Lo stato dell'arte della giustizia civile nel libro ''Caleidoscopio'' dell'avvocato Ugo Campese Cultura

Un buon libro è sempre un ottimo modo per riflettere, sorridere e far volare la fantasia, ma leggere è anche un’attività che richiede tempo e attenzione, difatti, quante volte abbiamo sentito dire: “Dove lo trovo il tempo per leggere un libro con tutto quello che ho da fare?”.

Vergogna! Chi vuole veramente fare una cosa il tempo lo trova sempre...

Comunque, ora che di tempo ne abbiamo a iosa - dovendo stare chiusi in casa per non farci beccare dall’infausto virus cinese - le scuse stanno a zero e dedicarsi alla lettura rappresenta senz’altro un hobby salutare per mente e spirito; vediamolo come un antistress da opporre all’isolamento, la noia e l’attesa snervante di un domani incerto, causa Coronavirus.

Bene, premesso che ogni libro non è mai uguale ad un altro e tutti sono capaci di insegnarci qualcosa, chi non è, diciamo, avvezzo alla lettura ci si potrebbe iniziare ad appassionare con “Un libro di un non scrittore per non lettori. Da sorseggiare un poco alla volta come un buon caffè napoletano” il cui titolo è “Caleidoscopio” ed il sottotitolo “Pensieri surreali di un diversamente avvocato”, scritto da Ugo Campese e pubblicato con la modalità del self-publishing grazie a Youcanprint.

Diciotto racconti brevi, racchiusi in una settantina di pagine, che dispensano, pagina dopo pagina, ilarità giocosa mista a sagace ironia, per cui, indipendentemente da chi legge, si rivela davvero un libro trasversale, e, del resto, chi scrive vuole essere letto dal maggior numero possibile di persone.

Ma prima di addentrarci tra le pagine di “Caleidoscopio”, spieghiamo subito brevemente - per coloro non lo sapessero - chi è Ugo Campese: avvocato civilista beneventano che svolge, da oltre trenta anni, la professione nei settori del diritto societario, fallimentare e bancario. Ha pubblicato numerosi articoli di costume forense e nel 2017 “Fabulae iuris. Quando la realtà supera la fantasia” per le Edizioni Realtà Sannita.

Il nostro “avvocato cantastorie” - come lui stesso ama definirsi - alla stregua di un caleidoscopio “mette insieme” considerazioni ed appunti sparsi che a prima vista non sembrano avere affinità fra loro ma che, forse, a ben guardare costituiscono diverse facce di uno stesso universo: quello forense.

Un piccolo viaggio tra il reale ed il surreale, in cui Campese - anche prendendo a prestito il mitico personaggio del “Signor Buonaventura” - pone l’accento sulle avventure o per meglio dire sulle sventure in cui può imbattersi l’ignaro cittadino del Terzo Millennio.

Il Signor Buonaventura, infatti, alla fine comprende, dopo tante vicissitudini e con gran scoramento, che non esiste alternativa fra l’ingiustizia umana e la giustizia italiana.

L’Amministratore… veste u muort?” è sicuramente tra i racconti più divertenti. Un episodio reale della vita professionale dell’avvocato Campese che ad un certo punto si trova, gioco forza, ad occuparsi di una disputa tra soci ed amministratori di un’impresa funebre: “Mi sentivo una sorta di becchino legale” scrive il nostro.

Ma cos’è che oggi angoscia l’avvocato civilista?

E’ presto detto: il timore di scrivere… per non essere letto.

Da buon meridionale - illustra Ugo Campese in ‘Che s’adda fa pè campà’ - ho cercato di metterci una pezza, anche ponendomi nella prospettiva dello svogliato lettore; in parole povere il giudice. Il quale è costretto a leggere una moltitudine di atti difensivi, per la maggior parte monotoni, sciatti, piatti e ripetitivi; qualche volta lunghi, pedanti o addirittura sgrammaticati”.

E, dunque, la “ricetta magica” per suscitare la curiosità di un giudice ed invogliarlo a leggere con attenzione tutto il contento della tesi difensiva è - udite, udite - l’argomento shock.

Uno inaspettato schiaffo in viso per provocarne lo stupore”.

E la cosa sembra proprio funzionare…

Un Campese che non ti aspetti salta fuori nella novella più lunga, dal titolo lapidario: “Invidia”.

Lo confesso - ammette candidamente -. Sono diventato invidioso. Pensavo che questo sentimento mi fosse estraneo perché, da sempre, disinteressato a guardare nel “piatto altrui”. Anche dopo essermi avventurato nella professione forense - nella quale l’invidia, insieme all’ipocrisia, costituisce la molla che muove questo strano mondo, pieno di false rappresentazioni della realtà, - la “cosa” non mi ha mai sfiorato. Scoprirmi ora ad invidiare qualcuno, non solo mi stupisce (non mi riconosco più), ma mi crea enorme fastidio. Ancora di più se si tratta di un collega”.

Ed il collega a cui si riferisca Ugo Campese altri non è che Paolo Conte, chansonnier, swingman e pittore di talento piemontese.

Lo invidio - scrive - per le immagini, le suggestioni, le emozioni racchiuse nei suoi brani. Fantasiosi scenari, vecchi e nuovi, che si aprono come scrigni preziosi”.

E ancora: “Mi piacerebbe molto colorare i miei atti giudiziari con sue citazioni (“tramonta questo giorno in arancione”, “abbaia la campagna”) per sgrossarli dall’incolore legalese che caratterizza le ordinarie storie, senza fascino e poesia, in essi raccontate. Non è detto che non ci provi”.

Di Paolo Conte, il nostro “avvocato cantastorie” conserva gelosamente una dedica “reliquia” in cui lo ringrazia per avergli dedicato un paragrafo del libro.

Il “petit livre” si conclude con il racconto: “Un raggio di sole” che esordisce così: “Scena: Napoli. Tiepida giornata primaverile. Udienza in Corte di Appello”.

E poi... ma no adesso basta anticipazioni.

Il libro è tutto da leggere, per riflettere con il sorriso sulle labbra e la mente sgombra da pregiudizi sul mobile immobilismo della giustizia civile.

A voi tutti, buona lettura!

ANNAMARIA GANGALE