Sensualità al potere Cultura

Una vita tra godurie erotiche ‘alla francese’, congiure e delitti, quattro mariti e infine uccisa, Giovanna I d’Angiò di origini provenzali salì al trono di Napoli a diciassette anni nel 1343. Fu assassina pure lei, anche se i pochi ritratti la mostrano ragazza delicata e gentile. Il suo peggior reato provocò l’arrivo a Benevento di cavalieri stranieri in guerra, pagati con monete d’argento del nord Italia.

C’era una lavandaia-nutrice nel Maschio Angioino, Filippa de’ Cabanni. I napoletani la chiamavano Pippa ’a catanese, una spiona. Quando si accorse che la regina era “sensuale assai” provò a regalarle nel letto il proprio figlio Roberto. Prova riuscita, Pippa ’a catanese fu nominata dama di corte, suo figlio conte di Eboli. Ne portò altri in quel letto, anche l’infido duca Ludovico di Taranto che mirava alla corona reale di Napoli. “Giovanna - scrisse un cronista antico - aveva braccia ospitali perché il marito Andrea d’Ungheria anche se molto giovane non era sì ben sufficiente alle opere veneree come lo sfrenato appetito de la regina avrìa voluto”. Lei lo detestava.

Sono in camera da letto i due sovrani la sera del 18 settembre 1345, nel castello reale di Aversa. Una voce si leva nella notte: Andrea, Andreaaa! Il principe esce sul balcone, viene aggredito da congiurati appostati, lo appendono al parapetto per un piede e per i genitali. Una ferita orrenda gli squarcia il basso ventre, allusiva. Andrea, diciotto anni, fu trovato morto con un brandello di carne tra i denti, strappato al braccio di uno degli assalitori.

Agli accertamenti della giustizia Giovanna disse di non aver sentito proprio niente, s’era “endormie très vite”, addormentata molto presto. Però le imposte del balcone risultarono chiuse a chiave dall’interno, aveva bloccato lei l’unica via di scampo per il marito. Ma la giustizia non la sfiorò. Meretrix urlava invece tutta Napoli.

I congiurati furono presi, nobili e plebei, il popolo furioso lacerò le loro membra, ne strappava ossa per ricavarne dadi, impugnature di coltelli, oggetti di macabro ricordo, qualcuno si cibò delle carni. Giovanni Boccaccio, lì presente, scrisse che “drizzati in mezzo al mare alcuni pali con pungenti chiodi, vennero torturati alla vista di tutto il popolo”. Posizionati a debita distanza, in modo che nessuno potesse sentirne le urla di accusa contro la regina. Cominciarono le esecuzioni in un clima di misteri che ha sempre affascinato scrittori e pittori (nell’immagine Boccaccio legge il Decamerone alla regina Giovanna, dipinto di Gustaf Wappers, sec. XIX).

L’ultimo congiurato catturato fu Carlo Artus conte di Sant’Agata dei Goti. Era un nobile, papa Clemente VI chiese di trasferirlo in prigione a Benevento. Nell’ottobre del 1346 i ponti levatoi della Rocca dei Rettori si abbassarono per lasciar entrare il drappello col conte prigioniero. Sul cavallo al centro della scorta, in un sacco di cuoio, c’era il suo cadavere, era stato avvelenato, la lingua mutilata perché non parlasse nemmeno da morto. Il corpo di Carlo Artus, rimandato subito a Sant’Agata dei Goti, è rimasto mummificato in un armadio della sacrestia della Chiesa di San Francesco fino al terremoto del 1980. Da allora ne è sparita ogni traccia.

Giovanna credette di averla passata liscia. Ma nella primavera del 1347 Luigi re d’Ungheria, fratello del povero Andrea, avviò contro di lei una spedizione punitiva. Angioino anche lui, in realtà andò alla conquista del regno di Napoli con migliaia di cavalieri mercenari, un esercito di carri armati. Li pagava con ‘grossi d’argento’ presi nei territori di transito alpini, Tirolo, Veneto, Lombardia. Giovanna non se ne preoccupò, stava festeggiando il suo secondo matrimonio appena celebrato con Ludovico di Taranto, l’infido conte regalatole nel letto da Filippa de’ Cabanni ’a catanese. Tra gli invitati alle nozze c’era Guglielmo, rettore pontificio di Benevento. A differenza del defunto Andrea, il furbo nuovo sposo Ludovico riuscì a farsi nominare re dalla regina, unico tra i suoi quattro mariti. Sensualità al potere, si disse.

Quando la poderosa cavalleria arrivò in Abruzzo, il papa mandò un cardinale a… difendere Benevento. L’esercito con bandiere ungheresi passò per Telese e l’11 gennaio 1348 i beneventani spalancarono le porte. In armature scintillanti i cavalieri si acquartierarono intorno alla città. L’Europa sperava che togliessero di mezzo Giovanna, lei in fuga s’imbarcò per la Provenza. La seguì poco dopo il re Ludovico suo marito, abbandonato da nobili e soldati. Napoli si lasciò prendere, entusiasta.

Imperversava anche lì come in tutta Europa la Peste Nera, la più famosa nella storia dell’umanità. Spaventato dalle migliaia di morti, dai tantissimi napoletani in giro con bubboni scuri e febbre alta, re Luigi d’Ungheria se ne tornò in patria, sicuro che papa Clemente VI avrebbe sottoposto Giovanna a processo per l’omicidio. Il papa archiviò la pratica.

Due anni dopo, re Luigi tornò dall’Ungheria per riprendersi il sud Italia ma lo trovò militarmente riorganizzato. In previsione di una dura battaglia, un suo cavaliere decise di nascondere nella campagna beneventana quanto aveva accumulato con paga e bottino nella lunga marcia, un patrimonio! Non visto da nessuno chiuse tutto in un orcio di creta, lo seppellì in un luogo appartato, proseguì con l’esercito verso Napoli. Ma la battaglia non ci fu. Troppi cavalieri mercenari venivano uccisi dalla peste. Gli scampati, ormai non più pagati e stanchi di guerre, cominciarono a disperdersi nell’entroterra, in cerca della via di ritorno lungo l’Adriatico. Quel cavaliere non tornò più dove aveva nascosto l’orcio, un luogo che ho promesso di non svelare.

Questa mia ipotesi storica fu pubblicata sulla rivista “Il Cristallo” di Bolzano: provenivano soprattutto da lì i cinquecento denari tirolesi, piemontesi, lombardi e veneti, diventati ormai… beneventani. E fino al Trentino Alto Adige arrivò il richiamo della spettacolare Mostra che ne organizzai nel Museo del Sannio, una cascata di luccicanti monete medievali d’argento offerte alla vista del pubblico sbalordito.

ELIO GALASSO