Traiano e la via che ha perso il nome Cultura

Ero appena sceso dal palco di Piazzetta Torre, dopo un mio breve intervento, quando qualcuno tra il pubblico mi chiese se aveva capito bene nel sentirmi dire che Traiano fece costruire “a sue spese” la strada di ben trecento chilometri, viadotti e ponti compresi, che da Benevento arrivava fino a Brindisi. La mia indicazione era sembrata assurda, nonostante fosse immaginabile l’entità del patrimonio di un imperatore come Traiano. Purtroppo non avevo potuto toccare nemmeno di sfuggita la questione delle personalità romane sempre pronte a finanziare opere pubbliche, spettacoli e ludi gladiatorii, perché la serata era dedicata ai colori dell’Arco di Traiano e l’argomento a me affidato riguardava soltanto la scena della Institutio alimentaria scolpita nel pannello sotto il fornice del monumento. Ma c’è poco da sbagliare, la Via Traiana costruita intorno al 100 dopo Cristo parla chiaro ancora oggi con le iscrizioni sui suoi ‘miliarii’, i cippi in pietra indicanti le distanze: pagò tutto lui di tasca propria, ‘pecunia sua’…

Mi piace immaginare - raccontai - l’assembramento che dovette esserci millenovecento anni fa davanti all’Arco di Traiano alla fine del montaggio dei colossali rilievi architettonici, dei fregi decorativi e dei pannelli con scene scolpite fino al dettaglio. Proposi qualche domanda intrigante: che cosa avevano provato i Beneventani, per me “sanniti romanizzati ma… non troppo”, di fronte a quello spettacolare monumento vedendolo vistosamente colorato? E poi: sotto il fornice c’è una scena che riguardavano proprio loro, una Distribuzione di alimenti alle famiglie bisognose. Capirono subito che, insieme all’imperatore, in quel pannello erano immortalati loro stessi e la propria città? Riuscirono cioè i Beneventani a riconoscersi in quelle figure dall’aspetto del tutto romanizzato?

Con la Institutio alimentaria Traiano sosteneva le categorie sociali più fragili mediante benefici e lavoro in vari settori, agricoltura, strade, edilizia, centri di accoglienza, associazioni educative, un impegno politico straordinario. Da sinistra nel pannello, dopo un primo personaggio avvolto in un manto dall’orlo decorato, c’è Traiano. Ha in mano il rotulo del suo Decreto. Le due figure, scolpite quasi come statue a tutto tondo, e anche la terza un po’ più a destra, cioè il Curatore della distribuzione dei pani, mancano della testa. Le tre teste furono tagliate di netto e il pannello sfondato, insieme a quello di fronte sotto il fornice, per inserirvi l’architrave di una possente porta lignea sovrastata da una grata quando l’Arco venne inglobato nelle mura urbiche in epoca pontificia: uno dei tanti sfregi subìti dall’Arco ad opera dei Beneventani, che continuavano a chiamarlo Porta Aurea della città. Sullo sfondo nel pannello si vedono littori con fasci e altre persone in stiacciato, cioè in minimo rilievo. Al centro c’è un tavolo in una originale prospettiva angolare che crea profondità. Al di qua del tavolo il Curatore della distribuzione, che vediamo di spalle, distribuisce pani a due beneventani con bambini accanto e a cavalcioni sulle spalle. Tra i due uomini appaiono tre donne ammantate con corone turrite sul capo. Sono le personificazioni delle tre più rilevanti aree urbanizzate circostanti Benevento: Caudium a ovest, l’area dei Liguri Bebiani a nord-est e quella dei Liguri Corneliani a sud-est. Tra esse la donna più a destra, con in braccio un bambino in fasce, evoca la triste condizione delle vedove dei tanti legionari morti nelle campagne militari di Traiano.

Ma la vera protagonista di questo pannello è la figura femminile centrale al di là del tavolo, inedita Personificazione della città di Benevento anch’essa con la corona turrita sul capo. È interessante provare a capire fino a che punto i Beneventani dell’epoca, “Sanniti romanizzati ma… non troppo”, potessero sentirsi da lei rappresentati. Si tratta di una bella ragazza dal viso ovale, che guarda Traiano a bocca aperta, incantata da lui. Certo a Benevento di belle ragazze ce n’erano anche allora e se ne vedono nelle sculture del Museo del Sannio, ma la ragazza al centro del pannello non è un tipo locale né è vestita alla maniera sannitica: un velo le scende dalla corona alle spalle fin sul mantello annodato sotto il seno. Sfoggia l’acconciatura femminile di ultima moda a Roma, capelli a onde intrecciate orizzontali sulla fronte e due lunghi boccoli che ai lati del collo le arrivano fin quasi al petto. Il suo era insomma il nuovo look delle matrone romane del momento, ignoto nella Benevento traianea. Consisteva anche nello schiarirsi la pelle, tingersi i capelli di biondo o di rossoscuro utilizzando perfino le ‘extension’!

La ragazza centrale che si volta a guardare Traiano è dunque una Benevento romanizzata come la volevano i romani, molto diversa dalle donne scolpite dagli artisti del Sannio che utilizzavano esclusivamente la pietra calcarea e rifiutavano i marmi policromi (porfidi, graniti ecc.) e quelli bianchi pregiati, perché li avvertivano come segnali del potere politico e culturale sfoggiato dai conquistatori romani nei loro monumenti, nelle statue, nelle tombe. I Sanniti “romanizzati ma non troppo” continuavano invece a scolpire le persone sottolineandone i caratteri fisici, le movenze, l’abbigliamento di famiglia, gli atteggiamenti e le pose di tradizione, e talvolta anche i mestieri e le attività: trasportatori, gladiatori. In pietra locale e non in marmo costoso sono tutte le loro sculture onorarie o funerarie, riutilizzate a vista poi nei secoli sulle pareti esterne delle case del centro storico di Benevento come gioielli di una propria cultura figurativa. Questa scultura di sapore ‘nostrano’, realizzata nel Sannio durante l’impero romano, va definita “scultura sannitica di epoca romana”.

Molte sono le riflessioni a cui ci invita questo pannello, sui colori, sullo stile delle figure, sul rapporto che oggi abbiamo con l’Arco e sul significato della sua presenza in città. I colori non ci sono più. Rimasti soltanto per qualche secolo sovrapposti al marmo bianco (rosso, azzurro, nero, giallo dorato o addirittura polvere d’oro applicata) non riproducevano quelli naturali: assai vivaci e quindi astratti creavano atmosfere di trionfo, potenza, magnificenza romana. A sua volta, lo stile delle figure tende alla simmetria, alla proporzione, all’armonia. La scena non è dunque una semplice traccia ‘fotografica’ dell’evento che ebbe luogo a Benevento ma è una ricerca di bellezza assoluta da parte dell’Artista o degli Artisti romani, che ci restano sconosciuti.

I Beneventani che si affollarono all’Arco in occasione dell’arrivo di Traiano però capirono subito di aver ricevuto da lui, oltre ad un capolavoro d’arte, un regalo di valore inestimabile, la Via Traiana, una superstrada che sostituendosi da Benevento a Brindisi alla scomoda Appia antica, rendeva più agevole il percorso verso la Grecia e l’Oriente, una risorsa che consentì poi alla città di Benevento, centro strategico dei transiti nell’Italia meridionale, di diventare capitale longobarda.

Dialogare in modo nuovo con un monumento complesso come l’Arco di Traiano modifica la mente. Ma penso intanto a cosa hanno combinato i responsabili della toponomastica beneventana in anni recenti: hanno intitolato a Traiano il tratto di appena trecento metri che in città dal Corso Garibaldi arriva all’Arco ma, travolti da amnesia collettiva, hanno fatto completamente sparire al di là dell’Arco, lungo la Statale 90bis, il nome della Via Traiana, la via di ben trecento chilometri da lui voluta e pagata “pecunia sua”. Considerato che Dante nella Divina Commedia ha collocato l‘Optimus Princeps in Paradiso, temo che da lassù Traiano li stia quantomeno guardando storto…

ELIO GALASSO