Un pizzico velenoso Cultura

Al secondo piano del Louvre, fra tanti capolavori d’arte non solo francese del Cinquecento, consideravo che la coeva Benevento pontificia, città di cervelli in fuga da sconfortanti condizioni di provincialismo gregario, non venne per nulla sfiorata dalle conquiste socioeconomiche e culturali di quel ‘secolo d’oro’. I beneventani chiusi entro inutili mura non frequentavano i centri protagonisti del Rinascimento europeo. La connotazione meramente amministrativa degli Statuti concessi alla città nel 1588 da papa Sisto V Peretti per riorganizzarne la vita interna non regge il confronto con la visione politica internazionale dell’autoritario Enrico IV di Borbone re di Francia che, scomunicato, definì con ironia quel pontefice “il signor Sisto, sedicente papa”. Il Museo del Sannio custodisce il Codice originale di quegli Statuti scritto a mano e rilegato in pelle: sulla copertina spiccano il leone rampante della famiglia Peretti e lo stemma della città con i colori rosso e bianco (argento in araldica) da me recuperati nel 1989 con una ricerca storica per il Comune di Benevento che, avendoli dimenticati nel corso dei secoli, aveva finito per adottare il rosso e il giallo del circostante regno napoletano diventato spagnolo.

Tutto a un tratto, nel museo parigino mi incuriosì un pizzico tra due ragazze nude in un dipinto trascurato dai visitatori. Quel gesto sembrò subito enigmatico al mio occhio abituato ai messaggi degli artisti. Riceve il pizzico Gabrielle d’Estrées a destra, ventottenne duchessa di Beaufort bionda dagli occhi azzurri, ‘amante ufficiale’ - ma non unica - di Enrico IV re di Francia, ritratta insieme a una presunta sua sorella. Le ‘amanti ufficiali’ erano dame dal gusto raffinato, maestre di scienza dell’amore: i sovrani le indirizzavano volentieri alle camere da letto degli avversari politici per scoprirne le trame. Ovviamente godevano di privilegi ed erano invidiate, odiate. Il re adorava Gabrielle, la faceva sedere al posto della regina, le aveva promesso perfino di sposarla. Lei gli diede tre figli “bastardi” ed era incinta del quarto. Il pizzico che riceve al seno indicherebbe, secondo la didascalia, che presto avrebbe dovuto “téter”, allattare. Troppo banale. Per me la stranezza di quel gesto racchiude un segreto.

Una tenda di raso rosso si apre sulle due ragazze, immobili, emergenti a mezzo busto da una vasca da bagno. Gli orecchini preziosi ne segnalano il rango nobiliare, i seni come cuspidi audacemente in primo piano dichiarano senza mezzi termini che per entrambe conta innanzitutto il corpo: Gabrielle esibisce la sua nudità, l’arma che l’ha resa amante ufficiale del re, e l’altra fa altrettanto per dire che quell’arma ce l’ha anche lei. Gabrielle mostra con la mano del cuore, la sinistra, l’anello di ‘fidanzamento’ ricevuto in dono dal re, e l’altra le dà un pizzico al seno! Un segnale di invidia, di odio? Si tratta davvero di due sorelle?

Tutta la scena appare misteriosa. Una seconda tenda rossa dischiude dietro di loro un ambiente dove una donna seduta cuce il corredino per il figlio in arrivo di Gabrielle e di re Enrico IV. In fondo alla sala, sulla mensola in marmo di un camino col fuoco acceso, è poggiato un dipinto, un quadro nel quadro. Però se ne vede soltanto l’angolo inferiore sinistro, dove un uomo nudo, accasciato a terra come fosse sfiancato, esibisce il basso ventre con le gambe spudoratamente divaricate. Perché tanta esplicita oscenità? Chi è quell’uomo di cui non viene mostrato il volto? Davanti a un’atmosfera così inquietante sospettai che l’ignoto pittore avesse voluto comunicare una verità indicibile. Uscii dal Louvre deciso a risolvere l’enigma.

Secondo le cronache dell’epoca, Gabrielle d’Estrées, la duchessa che riceve il pizzico, benché sposata, passava la vita a inseguire uomini potenti ma, arrivata in cima, non si accorse che Enrico IV, insaziabile, s’era procurato una nuova amante, la bruna Henriette de Balsac marchesa di Verneuil, e aveva messa incinta pure lei. Nel dicembre 1600 il re chiamò la sua nuova fiamma Henriette nel castello di Fontainebleau, sede della corte reale, e non esitò a congedare Gabrielle incinta di sei mesi. Senonché dopo soli quattro giorni Gabrielle, appena arrivata a Parigi, morì “tra lancinanti dolori intestinali”. Il re, ancora innamorato e sconvolto dalla tragica notizia, accorse. Difficoltà di gravidanza, gli dissero. Qualcuno poteva averla avvelenata per impedirle di tornare a corte col figlio che tra poco le sarebbe nato, nuovo eventuale erede al trono di Francia. Molti conoscevano la terribile verità di quella morte improvvisa, ma soltanto uno degli artisti di corte ebbe il coraggio di svelarla, a modo suo: proprio in quei giorni nel castello di Fontainebleau ritrasse le due splendide ragazze nude, l’una mentre pizzica l’altra al seno, una toccatina carica di perfidia. Per proteggersi evitò di firmare l’opera, che continua a raccontare la tragedia nelle sale del Louvre.

Altro che sorelle dunque, si tratta proprio di Henriette e Gabrielle, le due amanti del re contemporaneamente incinte e nemiche mortali, mostrate insieme in tutta la bellezza fisica su cui si basò la loro sfida per il potere: ciascuna aveva sperato che il proprio nascituro potesse salire al trono di Francia. Mentre la guardiamo, la perfida nuova amante Henriette a sua volta guarda noi in modo subdolo, e il quadretto in fondo, sul camino, attesta il suo potere erotico sul sovrano, l’uomo nudo accasciato a terra. È stata lei - ci dice il pittore - a far uccidere la rivale Gabrielle!

Ma perché ce lo dice in quel modo insolito, con un pizzico a un capezzolo? Difficile spiegarlo, le figure di un artista scaturiscono spesso da intuizioni improvvise: in quel caso l’autore si rifece, credo, a una assonanza linguistica fortemente allusiva. L’artista sapeva bene che in francese la parola PINÇON, pizzico, rimanda facilmente alla parola POISON, veleno, che si pronuncia in modo quasi uguale!

Del resto, che Henriette coltivasse continui pensieri omicidi fu chiaro a tutti nel 1604, quando organizzò una congiura per far uccidere addirittura il re suo amante Enrico IV. Scoperta, riuscì a evitare la condanna, ma sei anni dopo, alla morte del sovrano, la regina Maria dei Medici la sloggiò finalmente dalla corte.

ELIO GALASSO