A 40 anni dal terremoto... Sviluppo e sprechi in Irpinia In primo piano

Recentemente all’Università del Sannio si è laureato, con il massimo dei voti, Michele Mogavero con una tesi sul terremoto del 1980 in Irpinia. La tesi, pubblicata con la prefazione di Roberto Costanzo, è stata presentata in un convegno a Venticano il 23 novembre. Qui di seguito un estratto della prefazione.

Michele Mogavero, con la sua documentata tesi di laurea, oltre all’accurata descrizione dei danni provocati dal terremoto fa una dettagliata descrizione ed interpretazione del relativo contesto storico, nonché di quello socio-economico, date le particolari condizioni geoambientali dell’epicentro del sisma e di tutta l’area appenninica interessata.

I numeri della tragedia, gli immediati soccorsi ed i primi interventi strutturali ed infrastrutturali, pubblici e privati, furono causa e ragione della nascita e dell’evolversi della legge 219/81, un provvedimento certamente innovativo ma anche in qualche modo stravagante. Difatti non fu, e non voleva essere, tanto una norma per definire gli interventi di soccorso e di riparazione post-sisma quanto piuttosto un rivoluzionario provvedimento di trasformazione e sviluppo, volto a creare non solo un più civile assetto urbanistico-abitativo ma soprattutto un innovativo sistema economico-produttivo, assolutamente dirompente in una tradizionale area rurale.

Dopo quarant’anni dall'emanazione della legge 219 si può dire che sono stati investiti, in quell’area, finanziamenti di una dimensione mai vista prima e difficilmente ripetibile in futuro: più di 50 miliardi di euro, che comunque hanno cambiato il volto del territorio, ma non dovunque in maniera giusta.

Si è parlato di Irpiniagate per criticare e condannare la classe politica che avrebbe provocato scandali e corruzione con i finanziamenti della 219. Ma più che parlare di Irpiniagate sarebbe stato opportuno parlare di Irpiniasprechi.

All’epoca, cioè all’inizio della stagione di Tangentopoli la stampa si lasciò trascinare nello scandalismo politico, trascurando di fare un’analisi critica sulla tipologia degli investimenti industriali operati in quell’area terremotata. Una industrializzazione non del territorio ma sul territorio. Un territorio visto quasi come passivo spazio di insediamento ma non come naturale detentore di specifiche materie prime, idonee e pronte per alimentare una produzione industriale espressione di quello stesso territorio.

Difatti gli unici insediamenti industriali dimostratisi effettivamente positivi, duraturi e facilmente integrabili in quegli ambiti territoriali e socioeconomici, sono quelli a carattere agroalimentare.

Soltanto Manlio Rossi Doria, all’epoca senatore dell’Alta Irpinia, a differenza di tutta la classe politica avellinese, ebbe la forza di dire che era venuto meno un collegamento tra la naturale vocazione del territorio e gli investimenti industriali a carattere metallurgico.

Trascorsi quarant’anni dalla legge 219/81, qualcuno dovrebbe tentare un bilancio dei costi delle varie categorie di interventi-opere pubbliche e strutture private-e relativi risultati in termini di posti di lavoro. In tutte le aree industriali del cratere oggi operano circa settanta aziende con un numero complessivo di occupati che supera di poco le tremila unità: quindi un posto di lavoro sarebbe costato oltre cinque milioni di euro!!

Purtroppo una qualche responsabilità di questi sprechi ricade sulle massime personalità politiche irpine del secolo scorso. Una sorta di fanatismo industrialoide che si manifestava anche con una incomprensibile disistima per il mondo rurale e l'economia agricola. Secondo loro, per valorizzare e arricchire quel particolare territorio appenninico, l’industria non poteva essere combinata né integrata all’agricoltura.

Non avevano tenuto conto che un anonimo suolo vallivo si può prestare facilmente ad ogni tipo di trasformazione e sfruttamento ma che non altrettanto si può verificare con i territori di collina e montagna i quali, con la loro immodificabile natura geoambientale, possono invece agevolare soltanto specifici interventi di assetto e sviluppo.

Se la 219 avesse funzionato come strumento di trasformazione dell’Irpinia rurale in Irpinia industriale oggi, a seguito di quella fiumana di finanziamenti, dovremmo trovarci di fronte ad una specie di provincia padana, emancipata dai limiti e condizionamenti di un’altura appenninica.

I dati dell’occupazione industriale, e soprattutto quelli dell’emigrazione, dicono qualcosa di diverso: nell’ultimo ventennio la popolazione irpina è calata del 4,5% e quella sannita del 5%. Come si vede, dall’epoca del dopo terremoto ad oggi, lo spopolamento in Irpinia non è stato inferiore a quello del Sannio, che peraltro non ha vissuto alcuna rivoluzione industriale, né ha fruito di inondazioni di finanziamenti pubblici.

Dice bene Michele Mogavero nell'ultima pagina del suo lavoro: “l’Irpinia, grazie alla ricchezza di risorse ambientali e naturali, potrebbe svilupparsi e creare nuovi posti di lavoro nel settore delle Green Economy”.

Dalla verde Irpinia all’Irpinia-Green Economy: un percorso ed un obiettivo di possibile successo.

Sia per l’Irpinia che per il Sannio.

ROBERTO COSTANZO