Alla base della paura dei vaccini anti-Covid errori automatici che la mente compie di fronte a decisioni rilevanti per la vita In primo piano

Nello scorso novembre L’Economist in prima pagina pubblicò un’immagine di un lungo tunnel alla cui fine si stagliava una siringa con la grossa scritta: suddenly hope, improvvisamente (ma non inaspettatamente) la speranza, una speranza immensa come sottolineava qualche rigo più in basso. La speranza derivante dalla prossima utilizzazione dei vaccini anti SARS-COV2. Eppure, incredibilmente, ora che questa arma è pronta e i primi piani di somministrazione si sono messi in moto, si torna ad assistere alla progressiva riemersione di controversie, dibattiti ed esitazioni sull’opportunità del loro uso. Secondo il prof. Luca Steardo, neurologo e psichiatra della Sapienza e dell’Università Giustino Fortunato di Benevento, “non si riesce a interpretare questo paradosso senza far ricorso agli strumenti della psicologia cognitiva classica che ci spiegano come la fallacia della nostra mente sia responsabile di bias cognitivi, errori di ragionamento responsabili di distorsioni interpretative e di errate scelte decisionali.

L’esitazione a farsi somministrare un vaccino, fino alla vera vaccinofobia prende corpo intorno a dinamiche che riconoscono la sequenza dubbio-incertezza- paura come asse centrale del processo decisionale. I processi cognitivi ed emozionali che possono suggerire le irragionevoli decisioni antivaccinali attengono ad una esagerata percezione del rischio e la psicologia cognitiva insegna che la maggior parte delle decisioni «relative a rischi» non fondano su processi razionali, ma su intuizioni e analisi che, in particolari contesti emozionali, sono correlate alle «euristiche»; ovvero, a procedimenti di pensiero «automatici e rapidi», che privilegiano la frugalità delle informazioni e la rapidità delle decisioni, impedendo di cogliere la complessità delle situazioni. In parole più semplici le decisioni sull’uso dei vaccini possono essere costantemente influenzate da bias cognitivi, errori di ragionamento che la nostra mente compie sistematicamente in maniera pressoché automatica e inconsapevole, quanto più dobbiamo prendere decisioni rilevanti per la nostra vita e il nostro benessere. Questo è tanto più vero quando occorre prendere decisioni in condizioni di incertezza. L’immaterialità dell’agente responsabile e le scarse conoscenze sull’attività e sul suo ciclo vitale, la conseguente impossibilità ad esercitare un efficace controllo su di esso, l’incapacità a poter elaborare strategie di difesa contribuiscono in maniera determinante nell’amplificare la percezione del rischio e ad alimentare derive emozionali che allontanano da ogni ragionevolezza. Se in tale contesto emotivo si aggiungono poi messaggi di catastrofismo (“mai niente sarà più come prima!!!”), se il mondo della ricerca stenta a trovare linguaggi coerenti e univoci, e le istituzioni faticano ad elaborare piani vaccinali credibili ed efficienti, si crea una condizione di insicurezza diffusa che finisce inesorabilmente per rafforzare condizioni psicologiche di vulnerabilità, di timore, e si finisce per promuovere un corto circuito di difficoltà ad interpretare il reale, di incertezza, di maggiore percezione del rischio e di paura. Se il substrato cognitivo, emozionale e relazionale da cui nasce l’esitazione e la paura è quello ora descritto, ne consegue l’assoluta necessità di smorzare toni eccessivamente rovinosi e pessimistici, di puntare su comunicazioni riguardanti tematiche scientifiche e cliniche , che senza negare le divergenze, siano capaci di rimarcare vedute confluenti e sinergiche e infine di ritrovare sedi di comunicazione più appropriate alla serietà degli argomenti e alla gravità del momento, scevre da ogni intento di spettacolarizzazione.

Comprese le dinamiche psicologiche, modificato il contesto, e corretto l’approccio si potrà tentare, con qualche possibilità di successo, un confronto con i NO-VAX nel tentativo di rimuovere le loro molte convinzioni erronee. Sarebbe destinato all’insuccesso un approccio che si limitasse a declinare risultati scientifici inoppugnabili, che si appellasse alla razionalità prescindendo dai processi emozionali e motivazionale e dalla fallacia cognitiva da cui muovono le loro decisioni. Anzi la psicologia insegna che questo potrebbe provocare una ulteriore radicalizzazione delle loro posizioni indotta dall’attivazioni di dinamiche autoconfermatorie e di autorafforzamento che attengono a processi di autostima e a più profonde reazioni di difesa.

A questo strettamente si collega un’altra dinamica psicologica che interviene in questi soggetti e ci aiuta a comprendere il loro atteggiamento di chiusura, l'effetto Dunning-Kruger. Esso può essere definito come la propensione degli incompetenti a sopravvalutarsi, ignorando i propri limiti. Esso rappresenta una alterazione cognitiva per la quale soggetti del tutto incompetenti in un campo tendono a sopravvalutare le proprie abilità sovrastimandosi nel confronto con esperti riconosciuti. Ciò rappresenta senza dubbio una reazione di difesa e di compensazione verso i propri sentimenti, consci e inconsci, di mal tollerata inferiorità.

Tali dinamiche in soggetti con più o meno manifesti problemi di personalità possono tracimare portando ad aderire a tesi cospirazioniste (il virus nasce in laboratorio, Big Pharma e la Grande Finanza lucrano….) contro cui tali soggetti si sentono in dovere di combattere sostenuti da un moto narcisistico di autoeroismo. Recenti studi confermano difatti un marcato antivaccinismo in quelle aree e in quegli strati sociali dove più facilmente allignano tesi cospirazionistiche. Tutto questo accresce la paura di subire una situazione creata ad arte e alimenta l’angoscia di non poter avere alcun controllo su di essa…

Non ultimo va considerato, tra i motivi psicologici che generano esitazione e diniego alla vaccinazione, il timore dell’iniezione in un corpo sano di materiale “impuro”, patogeno, contaminato. La arcana paura di contaminazione che accompagna tutta la storia della pratica vaccinica. Non ne furono scevri né Kant, né Rousseau. Si tratta della paura che il vaccino sia in realtà agente di malattia e questo crea angoscia. Alla fine si diventa fatalisti, scordandosi che proprio non vaccinandosi ci si espone al maggior rischio di malattia. Ai NO-VAX è inutile dimostrare il profilo di efficacia e di sicurezza dei vaccini e a nulla serve la spiegazione dell’iter di sperimentazione clinica e del controllo delle Agenzie Regolatorie e dei Comitati Etici, dal momento che le loro convinzioni derivano da processi di pensiero automatici, influenzati dagli stati emotivi, e soggetti agli effetti di distorsioni cognitive. Tuttavia una conoscenza dei meccanismi psicologici responsabili di tali posizioni, rappresenta una condizione necessaria per mettere a punto strategie di approccio utili a far riconsiderare le loro convinzioni errate”.