E... se non s'appic ca Strega In primo piano

E’ come una mosca che ronza, più la scaccio più ritorna.

Mi solletica la mente e fa sorridere anche quando non è il momento.

Non devo pensarci, ho tante cose da fare. Scrivere atti giudiziari, studiare le cause, ricevere i clienti, ricordare agli smemorati … (non di Collegno, molto più vicini … ma volontariamente lontani) le parcelle ancora inevase.

Per fortuna, scompare una volta immerso nella routine lavorativa.

Quando penso di essermene finalmente liberato e poter leggere un libro in santa pace, ricompare. Volteggia veloce per non essere presa.

Mi riscopro di nuovo a sorridere.

Viene e va quando vuole. Mette il buonumore a suo piacimento, anche in circostanze inopportune. La cosa comincia ad infastidirmi.

Ho deciso. Devo porre fine a questo gioco.

La inchioderò definitivamente con la tastiera del computer, in modo che, una volta posatasi sul foglio, non possa più tornare a volare.

Sarà come lo sviluppo di una vecchia foto in bianco e nero. Da prendere e riporre in un cassetto quando decido io.

Il lettore (forse quell’unico che non mi ha abbandonato dandomi del pazzo) si chiede incuriosito: Di che parla? E’ una falena? Uno strano insetto di stagione? L’effetto del covid? La paura di un nuovo lockdown?

No. E’ semplicemente lo scorrere continuamente il nastro di un ricordo di gioventù, come un film di Totò: visto cento volte ma fa sempre sorridere come la prima.

Rivedo quattro studenti universitari (io e tre cari amici) un sabato sera a cena nel vecchio Ristorante Pedicini (oggi non più esistente), sul lungo Calore.

La sala è ampia e non molto affollata.

I quattro, dopo lo studio approfondito del menù, discutono amenamente davanti ad buon piatto accompagnato da un bicchiere di vino. Sono allegri, raccontano divertiti episodi comico-grotteschi e scherzano come capita tra buoni amici.

Insomma, una atmosfera cameratesca. Le angosce amorose e quelle di studio sono state accuratamente bandite.

Non lontano dal loro tavolo cena una famiglia, padre, madre e due figli. I bambini sono eccitati perché i genitori li hanno portati al ristorante, come fanno i grandi. E’ un bel quadretto che infonde tenerezza e serenità.

La serata è piacevole e scivola via tranquilla.

Ad un certo punto il papà della famigliola chiede al maitre come possono concludere la cena. Questi recita il rosario dei dolci, ma non sembra suscitare l’entusiasmo dei bambini. Passa alla frutta. Peggio che andar di notte.

Poi … gioca l’asso nella manica: l’ananas flambé. Ne spiega la preparazione e le iniziali riserve dei bambini si sciolgono come neve al sole. Battono le manine perché il piatto verrà preparato vicino al loro tavolo con il frutto che uscirà dalle fiamme, come l’Araba Fenice. Insomma, a loro non frega niente dell’ananas ma li entusiasma l’idea della fiamma che si sprigionerà.

Tanto insistono che il papà, tra lo scettico ed il preoccupato, è costretto ad arrendersi, per regalare loro una indimenticabile emozione.

Il maitre, investito di cotanta responsabilità assume un atteggiamento ancora più professionale, come il chirurgo che si accinge ad iniziare l’intervento. Porta il carrello con il fornellino. Lo accende, pone sopra la padella con le fette di ananas. Le innaffia con un liquore, credo cognac, e pensa: vi stupirò con effetti speciali (come la reclame di una vecchia pubblicità).

Attenzione: adesso l’ananas si incendia. I bambini trattengono il fiato. Uno, due, tre …. et voilà, ma …. la fiamma non esce.

Pardon: uno, due, tre …. et voilà, cilecca.

Un po’ di pazienza: uno, due, tre … poi timido accenno di fiamma … abortito.

La situazione comincia ad essere paradossale.

I bambini sono sull’orlo di una crisi di pianto. I genitori di una crisi di nervi.

Nella sala l’attenzione dei commensali è oramai attratta dal caso dell’ananas flambé.

C’è la farà? Ci riuscirà? Desisterà? I bambini piangeranno? Cosa succederà?

La fronte del maitre è una fontana di sudore. Cerca disperatamente di uscire dall’impasse, ma non sa come.

Viene convocato in cucina. Dopo un breve conciliabolo esce con una bottiglia di liquore Strega.

Sostituisce la padella con una nuova, mette nella stessa altre fette di ananas, ricomincia meticolosamente la preparazione ed infine innaffia l’ananas con lo Strega, pregando tutti santi del Paradiso che esca finalmente la fiamma dell’inferno.

Prende l’accendino e … al papà dei bimbi esce spontanea la domanda: mi scusi, ma si accende con lo Strega?

Dal fondo della cucina si alza una voce: E se non s’appic ca Strega non s’appic chiù (E se non si accende con lo Strega non si accende più).

Risate e suspense.

Uno, due tre … flop.

Uno, due, tre … flop.

Ma quando già si prefigurava per la famigliola una tragedia greca che nemmeno Sofocle sarebbe riuscito ad immaginare, e per gli altri commensali una commedia che sembrava partorita dal genio di Scarpetta, ecco che il liquore Strega fa il miracolo. Si alza forte, colorata e vigorosa, una gran fiamma, ed è finalmente ananas flambé.

Il tempo, che sembrava sospeso, ricomincia a scorrere. La famiglia ritrova il buonumore, i bambini applaudono contenti, i volti dei genitori si distendono. Gli altri commensali, tranquillizzati dall’esito dell’operazione, riprendono le attività interrotte, finalmente il vociare squarcia di nuovo il velo di un silenzio prima assordante.

Il maitre è fisicamente sfinito, turbato ed infastidito, ma cerca di nascondere il suo stato d’animo e di riprendere il controllo della sala.

I quattro amici sganasciati dalle risate, al limite del ricovero in ospedale, con molta, molta, molta difficoltà si ricompongono.

Tutto sembra riprendere come prima.

Dopo un po’ il maitre arriva al loro tavolo e chiede se desiderano della frutta o un dolce.

Momento di silenzio e come un temporale già annunciato uno dei quattro (potete ben immaginare chi) chiede: ragazzi, ananas flambé?

Immediatamente viene fulminato dallo sguardo del maitre fra le risate trattenute a stento degli amici.

Poi, tutti optano … per il dolce.

UGO CAMPESE