Far rinascere la Provincia In primo piano

Tra nove mesi si vota per rinnovare Presidente e Consiglio Regionale. Da pochi giorni a Roma c’è un nuovo governo, sorretto da una nuovissima coalizione nella quale agli espulsi leghisti (imprevisto colpo di genio di Salvini) sono subentrati gli ex appestati democratici, liberieuniti e altri ex prigionieri. Accanto alla curiosità per gli inevitabili riposizionamenti della fauna nostrana, c’è da rimettere al centro dell’attenzione una cruciale questione istituzionale, la cui soluzione deve essere trovata attraverso una coraggiosa radiografia della situazione.

La questione di fondo è il rapporto istituzionale tra stato centrale, regioni e la vasta gamma di entità minori (non solo comuni e comunità montane). Nel 2001 fu varata la cosiddetta riforma del titoli V della Costituzione. Il complesso di disposizioni non ha trovato sostanziale applicazione, sia per lo scetticismo dei filosofi di “Addà passa a nuttata” (declinabile anche col motto: E’ arrivato l’ordine? Aspettate il contrordine) sia per lo sgorgare di un riformismo eccitato (come quello di Mario Segni per i referendum), culminato con la riforma proposta dal governo Renzi,varata dal Parlamento ma poi stoppata dall'esito del referendum del 4 dicembre 216.

Le formazioni politiche che avevano scritto la riforma del 2001 non solo non si erano preoccupate di diffondere verso le strutture di partito, gli eletti ai vari livelli in cui si esprime il rapporto tra eletti ed elettori, ma erano state sottoposte alle tensioni della ricombinazione di nomi, simboli e apparentamenti. Metteteci le giravolte sul sistema elettorale (proporzionale o maggioritario), con la rottura di una coerenza tra elezioni politiche e amministrative (locali o europee) che ha generato un distacco tra l’esercizio di un diritto fondamentale (l’espressione del voto) e la pratica quotidiana di una appartenenza. A rappresentare questa realtà “sformata” sono stati i nuovi protagonista della “sceneggiata” politica: slogan sgangherati, orgoglio malriposto, sfide e litigiosità. E a votare sempre meno elettori, per il piacere di chi si arroga il diritto di interpretare (con ciò solo anche rappresentare) le scelte di chi non partecipa ai riti elettorali, buoni solo per qualche maratona televisiva.

E tuttavia, proprio perché il quadro è più meno quello appena descritto, è necessario e imprescindibile riaprire una riflessione sullo stato in cui versano le istituzioni che dovrebbero far funzionare il paese fornendo ai cittadini pochi, chiari e semplici binari di bidirezionalità. In parole più semplici, occorre ridisegnare il testo di “chi fa che”. Naturalmente prima bisogna sintetizzare con caratteristiche di omogeneità e completezza il “che” e poi strutturare in modo moderno, realistico e rispettoso dei bisogni del popolo, un organo che interpreti il “chi”.

La riforma del 2001 - l’unica in vigore - poggia su un generoso capovolgimento di titolarità di funzioni (“La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città Metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato” - articolo 114), conseguenza del principio di sussidiarietà per cui “chi sta sopra” non può mettere il naso nelle scelte di chi “sta sotto” al punto che le competenze dello Stato sono dettagliatamente definite, essendo stata eliminata una ipotetica competenza dello Stato a fare tutto.

Un certo giorno, per fronteggiare la crisi economica, un governo tecnico decise di cancellare l’istituto della Provincia. Qualcuno lesse la Costituzione e obiettò che non si può con legge ordinaria ritoccare la Costituzione. Nessuno che abbia preso l’iniziativa di attivare il procedimento di riforma costituzionale per abolire in maniera legittima le Province. Si trovò, poi, una via di mezzo, proponendone la riduzione mediante accorpamenti. Sorse così l’idea della nuova provincia Benevento-Avellino, divenuta terreno di coltura della nuova idea dell’Area Vasta. Insomma un pasticcio per effetto del quale oggi la Provincia non è eletta dal popolo ma dai sindaci ed è formata da un gruppo ristretto di gente che ha altro a cui pensare, ma che non sa neanche tanto bene che cosa debba fare questa Provincia di cui sono organi decisori.

La nuova maggioranza di governo è sostenuta in Parlamento da una parte politica (il PD e i suoi satelliti) che dovrebbe conoscere bene questa storia e potrebbe farsi carico di chiuderla, riportando alla luce il titolo V della Costituzione.

Per quanto ci riguarda, noi ribadiamo l’idea che nella Campania le quattro province (Avellino, Benevento, Caserta e Salerno) più la Città Metropolitana di Napoli, con riferimento alla popolazione presente, hanno piena legittimazione a restare, anche nella ipotesi che il numero delle Province fosse dimezzato. E sarebbe questo un punto che dovrebbe essere spiegato e condiviso da ogni gruppo politico. Così come è necessario riempire di contenuti e competenze (e risorse) l’istituto della Provincia. Attribuendole, per esempio, una funzione di interlocuzione con la Regione per quanto riguarda la gestione del territorio, le iniziative di programmazione, la tutela delle realtà montane e delle risorse idriche, nonché delle comunità umane nella loro specificità eccetera.

Di questo credo che debba essere intessuta ogni trattativa per il ricollocamento di uomini e idee dopo la nascita di un governo più “tradizionale” rispetto a quello varato solo un anno fa. I 5stelle, tolta la maschera della faccia feroce, si troveranno più di frequente che nel passato a dialogare con i Piddini. Siano vigili nel rispetto dei principi ispiratori, ma approfittino per imparare dai nuovi partner “come si fa”. Insieme potrebbero mettere in agenda il tema della rianimazione della Provincia.

MARIO PEDICINI