Il Natale beneventano dei primi anni del '900 In primo piano

Segnato dalla pandemia e dai timori, dal distanziamento fisico e dalle restrizioni…

Il Natale 2020 divide tante famiglie, ma di contro ci offre l’opportunità di tenerci ancora più stretti i pochissimi consanguinei con cui è possibile celebrare la nascita del Bambinello.

Un tempo sospeso ed, al contempo, estremamente intimo che, come due facce della stessa medaglia da un lato reca scritto “fermati” e dall’altro “rifletti”, occasione rara e preziosa - al netto di tanto dolore - per il genere umano del terzo millennio, così dannatamente “fast & furious”, almeno fino all’avvento del Covid, perché anche nei momenti più bui è possibile cogliere il lato positivo.

E allora, poiché questa è destinata ad essere ricordata come una festività estremamente introspettiva, tra ricordi, speranze... e magari anche molte letture, vogliamo proporvi un delizioso estratto del racconto - firmato dal giornalista beneventano Oscar Rampone - su come si festeggiava il Natale in casa sua quando era un bambino.

Oscar Rampone, lo ricordiamo, nacque a Benevento il 19 gennaio 1907, fu giornalista, poeta, scrittore, musicista, caricaturista e fotografo.

Il racconto, che qui di seguito riportiamo, è tratto dal suo libro “Galleria del tempo che fu”, stampato nel 1994 per i tipi della Poligrafica Iuliano. La prefazione fu scritta da suo nipote Edgardo De Rimini, altra colonna portante del giornalismo sannita.

Piccola curiosità: il libro è attualmente in vendita su Amazon al prezzo di 15,00 euro (https://www.amazon.it/GALLERIA-DEL-TEMPO-CHE-FU/dp/B072KR9F2L).

Buona lettura, ma soprattutto Buon Natale!

ANNAMARIA GANGALE

annamariagangale@hotmail.it

 

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IL NATALE IN CASA RAMPONE

Dei Natali di una volta ho un ricordo molto vivo.

A casa mia, il Natale si annunziava con i capponi… Stavano giù al pianterreno in una gabbia improvvisata e, ignari del loro triste destino, cantavano a festa per tutta la notte. Ci tenevano svegli non solo i capponi, ma anche gli zampognari che, siccome dovevano compiere un lungo giro, lo iniziavano quando era ancora buio.

Gli zampognari avevano tutti un cappello che conservava quel nome solo perché lo portavano sul capo.

Arrivavano in tre: quello della cornamusa, il piffero di spalla e il tenore. Questi era fasullo. Non veniva dalla campagna e non sapeva nemmeno cantare. Era stonato e sfiatato. Accompagnava gli zampognari perché aveva preso lui le prenotazioni per la novena e aveva quindi diritto alla sua parte.

I tre andavano di casa in casa e, siccome i clienti erano molti, lo erano anche gli zampognari. Un trio seguiva l’altro. Le sonate erano brevi: il tempo di cantare la canzoncina “L’angelo chiamava i pastori” e via al “vascio” accanto. Ero affascinato dal suono nasale della zampogna.

Seguivo spesso il trio. Nessuno di loro parlava mai, avevano una fretta matta. Una volta li accompagnai fino ad un punto in cui non ero mai stato - avevo forse cinque o sei anni - e smarrii la strada. Piangevo, quando una donna esclamo: “Ma chisto è ‘o figlie ‘e don Adolfo”. Mi prese per mano e mi accompagnò a casa. Questa donna, a quanto si diceva, era veramente brutta, ma io l’ho vista sempre bella, non solo perché mi aveva ricondotto a casa, ma anche perché i bambini non sanno ancora cos’è la bellezza.

L’atmosfera del Natale più che gli zampognari la creavano “tricchi-tracche” e “scupparielle”, riservati ai bambini e “botte a mmure” e furli usati dai grandi. Diventavano sempre più numerosi via via che si avvicinava il 25.

Tutta la città, dalla Madonna delle Grazie a Santa Maria degli Angeli, dal Triggio alla stazione ferroviaria, rimbombava di scoppi. Anche noi che con la ‘nferta (strenna) natalizia ci ritrovavamo qualche soldarello in tasca, il “tricchi-tracche” saltellante non ce lo facevamo mancare.

La vigilia in casa nostra cominciava con un grande movimento di tegami e casseruole e lo sfaccendare di tutte le donne.

Quel giorno perfino mio padre scendeva a dare una mano. Lo vedo ancora, innanzi ad uno dei tanti fornelli della grande cucina, agitare una ventola di cartone. Si sentiva importante e non immaginava affatto che era d’impiccio ed a fatica tollerato.

La casa si riempiva di fumo e vapori odorosi che salivano da graticole e casseruole, vongole, seppie, anguille, capitoni ed altri pesci esalavano una ridda di odori. Un cocktail aeriforme alquanto pesante.

A mezzogiorno, solo uno spuntino: bisognava tenere vuoto lo stomaco per la “spanzata” della sera, quando, intorno alla tavola c’era tutta la famiglia - eravamo tredici.

Quella della famiglia compatta tenuta insieme dall’autorevole affetto paterno è un’altra cosa del tempo che fu. Oggi, prima di tutto le famiglie numerose non esistono più, e poi i giovani, a Natale, se ne vanno a sciare, e spesso intorno alla tavola siede la malinconia.

Dio, quanto si mangiava! Si cominciava con gli spaghetti alle vongole e si andava avanti col pesce cucinato in tanti modi, fino a quando non se ne poteva più. Ma al dolce finale, che era la specialità di mia madre (zuppa inglese) non si resisteva. Ne ho un ricordo palatale che mi riporta l’acquolina in bocca. Un insieme dolce e forte profumato di “Strega”.

Prima del pasto non era mancata la letterina che papà, con finta sorpresa, trovava nella salvietta. Conteneva promesse mai mantenute, anche perché ce le avevano dettate ed erano tali per modo di dire.

A fine pranzo, con le orecchie in fiamme, sempre tutti intorno alla stessa tavola non più imbandita. C’erano sopra le cartelle della tombola. Mia madre, lottista arrabbiata, teneva il cartellone dei novanta numeri, che estraeva da un panierino chiamandoli secondo la smorfia. Ad esempio diceva ‘o cumpare, ‘o ‘mbriaco, ‘a criatura, ‘o pazzo, ‘o carcere e noi cercavamo sulla cartella 3, 14, 15, 22 e 44. Spesso uno spiritoso gridava “tombola” e noi sentivamo un improvviso sconforto, per tornare alla speranza, quando capivamo che non era vero.

Innanzi a mia madre vi erano i mucchietti di spiccioli, che crescevano via via che dall’ambo si andava alla tombola, la quale sfoggiava qualche lira d’argento, con cui si poteva comprare un sacco di roba.

All’approssimarsi della mezzanotte, il gioco cessava: tutti al Duomo a vedere il Bambino. Nelle grandi navate del tempio fluttuavano le ondate sonore dell’organo mentre ci incantavamo innanzi al grandioso presepe da cui il nostro presepe poverello era lontano anni luce. Nel cielo sovrastante, viaggiava una stella cometa e una folla di contadini e pastori scendeva dai monti verso la capanna, ove erano tutti in adorazione.

All’uscita dal tempio ci accoglievano salve di castagnole, botte a muro e batterie (bòtti a catena), nella luce un po’ irreale dei bengali e bastoncini stellanti di limatura di ferro. Intanto, rapidi come stelle filanti, passavano sul nostro capo i furli, “progenitori” dei “jets”. Per noi ragazzi erano due settimane fatte di giocattoli e giochi, dolciumi e divertimento.

Poi di nuovo a scuola che per me era prigione. 

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