Il Sannio è l'ora della ''Ritornanza'' In primo piano
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C’è un momento preciso in cui una parola mostra il fiato corto. Per oltre un decennio quel termine è stato “resilienza”, declinato in ogni bando pubblico, convegno o manifesto politico per descrivere la capacità dei piccoli borghi di incassare i colpi dello spopolamento. L’idea forza contenuta nella parola “resilienza” è stata usata come la formula magica per risolvere ogni problema delle aree interne.
Dire che oggi ha “il fiato corto” significa che quella idea non basta più. Infatti sociologi, economisti e demografi ne decretano il superamento. Una mia personale considerazione mi spinge a dire che la resilienza è stata da sempre percepita ed interpretata politicamente come una resistenza passiva, una trincea in cui si resta fermi sperando che la tempesta passi.
Negli ultimi tempi, a livello nazionale, si sta dibattendo molto su un nuovo “fenomeno di sviluppo delle aree interne” che porta il nome di ritornanza: un concetto dinamico considerato come l'unica reale medicina contro l’estinzione dei territori. Entrato nel lessico sociologico grazie agli studi sull'antropologia della “restanza” e delle migrazioni, non ha nulla a che fare con la nostalgia o con il ritorno degli emigrati per le vacanze estive. Come spiegato dall'antropologo Vito Teti, la ritornanza è una scelta progettuale, consapevole e altamente generativa.
Il “ritornante” è una persona che ha vissuto, studiato o lavorato per anni in contesti metropolitani o internazionali e che decide di compiere il percorso inverso. Non torna per riposarsi o perché sconfitto, ma per importare competenze, visioni, capitali e reti di relazioni globali, applicandoli al contesto locale.
La ritornanza, quindi, sta sempre più diventando il centro del dibattito sullo sviluppo locale perché rappresenta l’unica vera alternativa allo spopolamento passivo. Non si parla più di “resistere” (resilienza), ma di “re-investire”.
In base a queste considerazioni, mi viene da dire che: se la vecchia emigrazione era un viaggio di sola andata, la ritornanza trasforma la mobilità in un cerchio virtuoso. Andarsene per imparare, tornare per innovare. Quindi una scelta di testa, non di pancia.
Per comprendere meglio la diffusione della ritornanza, bisogna fare mente locale sulla inarrestabile diffusione di tre macro-fattori globali e locali:
1) La rivoluzione del lavoro agile: Lo smart working e la diffusione (seppur parziale) della banda larga hanno slegato la produttività dalla presenza fisica nelle grandi città. Molti lavoratori scelgono di ricollocarsi nei territori d'origine, dove il costo della vita è inferiore e la qualità delle relazioni umane è più alta.
2) Il cambio di valori post-pandemico: un forte aumento del desiderio di contatto con la natura, ritmi più sostenibili e sicurezza ambientale. I borghi delle aree interne, un tempo visti come isolati, vengono oggi percepiti come “incubatori di benessere”.
3) L’economia della diversificazione: Chi torna non replica le vecchie attività tradizionali, ma le ibrida. Nascono così nuove tipologie di startup, imprese di turismo esperienziale collegate ai flussi internazionali e progetti di rigenerazione culturale che sfruttano i fondi europei in modo manageriale.
Analizzando quello che sta avvenendo in provincia di Benevento, i segnali sono microscopici ma inequivocabili. Infatti dati e progetti territoriali recenti, analizzati da istituzioni come l’Università del Sannio e Fondazione con il Sud, sottolineano come la ritornanza in provincia di Benevento non è più un’ipotesi astratta, ma un processo tangibile che lentamente si sta attuando.
Sebbene i dati demografici ufficiali confermino che il Sannio continui a perdere residenti sul saldo complessivo, si sta registrando un contro-movimento qualificato guidato da progetti di innovazione sociale, bandi di rigenerazione ed ecosistemi digitali.
Attenzione, però, l’entusiasmo della ritornanza rischia di infrangersi contro i ritardi storici del territorio sannita. Il Sannio possiede un'identità straordinaria, ma le buone intenzioni dei singoli non bastano se mancano le infrastrutture materiali e immateriali.
Un giovane non può fare impresa senza una connessione a banda ultra-larga che copra anche i comuni più piccoli, o se muoversi tra una vallata e l’altra resta un’odissea logistica. A tutto questo si aggiunge il fatto che il vero nemico della ritornanza è la lentezza della burocrazia locale e la diffidenza di una vecchia classe dirigente, spesso impermeabile ai progetti innovativi proposti da chi rientra.
Detto ciò, ritengo che la ritornanza rappresenti forse l’ultima reale opportunità di riscatto per il Sannio. La resistenza ha funzionato: ha permesso a questa terra di custodire la propria anima e di non spopolarsi del tutto. Ora, però, è il momento dell’attacco. Bisogna accogliere le energie e le competenze di chi torna, trasformando l'isolamento in un punto di forza e l’autenticità in un brand. Solo così il Sannio smetterà di essere la periferia di Napoli per diventare il centro di un nuovo, sostenibile modello di sviluppo.
COSTANTINO CATURANO
Presidente Ente Parco Taburno Camposauro

14/06/2026