La (ri)partenza della giustizia civile? Appunti in tema di Coronavirus In primo piano

Da quando frequento il pazzo mondo della giustizia civile, - e vi assicuro che è da tanto, - ho visto cambiare tutto per non cambiare niente.

La giustizia italiana è gattopardesca; ha l’innata capacità di adattarsi ai mutamenti del tempo, della natura, del contesto economico e sociale, mantenendo sempre il passo costante e lento del maratoneta.

Anche oggi, in piena epidemia da coronavirus, non ha cambiato andatura; anzi, la ha prudentemente rallentata, nonostante il processo civile si svolge da anni quasi esclusivamente in modalità telematica, in smart working per dirla con una parola che va tanto di moda.

Una applicazione filosofica del panta rei. Il vedere scorrere le cause, le richieste e le aspirazioni dei cittadini a tempi migliori (gran parte oltre il 2020, forse perché anno bisesto anno funesto), seduti sulla riva del rinvio per decreto.

Visto che non si celebrano più le udienze ordinarie dal mese di marzo, e non si potranno celebrare fino all’11 maggio, si poteva approfittare per recuperare un po’ di terreno perduto nell’emissione delle decisioni attese da tempo “dagli utenti della giustizia”.

Invece, si continua a procedere con andamento lento, per dirla alla De Piscopo, aspettando che il 12 maggio inizi la “fase 2” della giustizia. La ripartenza … a motore spento.

Avendo un po’ di pratica in materia, ho capito che, nonostante i cartelloni, le tammurriate sui balconi e gli abbracci virtuali in rete, purtroppo non “andrà tutto bene”.

Per noi avvocati il 2020 è un anno praticamente finito (eufemismo per non dire perso), considerando che dal 1° al 31 agosto la giustizia civile va in letargo per la sospensione delle udienze e dei termini processuali, dettata da una legge simpaticamente denominata “delle ferie degli avvocati”; se ne riparlerà con calma a settembre, coronavirus permettendo.

Gli sfortunati cittadini, caduti nel girone infernale della giustizia civile, continueranno ad arrostire sulla sua graticola ardente ancora per lungo tempo, soffrendo le pene dell’inferno e maledicendo il momento in cui sono entrati in un processo dal quale non riescono più ad uscire; pena di tale raffinata efferatezza che nemmeno la fervida fantasia di Dante sarebbe riuscita ad immaginare per la sua Commedia, detta Divina.

Da egoista quale sono, spero che la quarantena giudiziaria costituisca la “tomba” del principio di oralità del processo civile, sancito dall’articolo 180 del Codice di Procedura Civile (“La trattazione della causa è orale.”), già minato dall’avvento del processo telematico, che ha sancito la supremazia dell’atto scritto, o meglio del file, sulla discussione orale (alla quale non seguiva quasi mai una immediata decisione). I recenti incerti segnali normativi si muovono nella direzione di sostituire alla discussione orale la discussione virtuale (ad esempio, via skype).

Per farla breve: il principio di oralità, la cui salute era già gravemente compromessa, molto probabilmente resterà vittima del coronavirus.

Ce ne faremo una ragione.

Per me, forse, sarà la realizzazione di una inconscia aspirazione nata oltre trenta anni fa, quando il caro Avvocato Michele Portoghese (un vero gigante dell’Avvocatura), per farmi capire che la partecipazione al mattino in Tribunale alle udienze civili era tempo perso e che il cuore della professione si concentrava nel lavoro pomeridiano di studio, mi diceva:

Ugariè, l’avvocato la mattina si fa … con i piedi”.

Dopo il prossimo 12 maggio maliziosamente:

qualche magistrato continuerà a pensare che l’avvocato si fa con i piedi … anche il pomeriggio; qualche avvocato continuerà a pensare che il magistrato decida di non decidere oggi quello che … può far decidere ad un altro domani.

E la vita giudiziaria e forense nell’anno 2020 d.c. (dopo il coronavirus) riprenderà con l’interrotto dialogo … fra sordi.

UGO CAMPESE