E la Repubblica c'è? Società
Dopo i fatti del 25 aprile, non s’è aperto – come pure sarebbe auspicabile – un dibattito sulla toponomastica cittadina.
Sapete com’è andata. Il sindaco D’Alessandro, poco incline per carattere ai festeggiamenti, in una città che solo grazie a Pietro Giorgione (che non ricopre cariche istituzionali) s’è ricordata di fare qualcosa per una data che è festa nazionale, si apprestava a riconsegnare alla città la piazza davanti alla chiesa di Santa Sofia, ripavimentata dopo una lunga storia. Sennonché quei monelli del Centro Sociale si sono inventati un tiro mancino (o almeno nella direzione da sinistra a destra) e hanno inguaiato il povero D’Alessandro. Che la piazza si chiamasse Santa Sofia era quasi naturale, anche se ci sono due (diconsi due) targhe di marmo che la intitolano a Giacomo Matteotti e ce n’è una, proprio sotto il tiglio di casa Casiello, che la intitola a Carlo Maurizio (de Talleyrand, of corse).
S’è fatto vivo Pietrantonio su “Messaggio d’Oggi” a ricordare che fu al tempo del suo regno che il delitto deve essere ascritto. Non la uccisione, ma la de-intitolazione di Matteotti.
Fu lui a nominare una commissione di uomini di cultura, i quali diedero prova di conoscenze da oscurare il Quiz Show. Difatti i lavori non brevi di quel consesso consegnarono alla città non un elenco di strade, che servisse ai cittadini per orientarsi e darsi appuntamenti e farsi recapitare lettere dalle Poste, ma una enciclopedia del sapere. Di tutti i saperi, i più importanti dei quali furono una equilibratissima distribuzione di onorificenze al valore politico.
In un clima di turbo-consociativismo perfettamente bilanciato, furono assegnate strade alla sinistra, al centrosinistra, alla DC, al PSI,e perfino ai repubblicani. Appartiene ad essi, infatti, quella che cronisti euforici hanno chiamato Via Campania ora che ci è passato il Giro d’Italia. Per la precisione, si chiama Via Francesco Compagna, che era più allegro di Ugo La Malfa ma sempre del genere scettico. Per quanto ci sia passato il Giro, ben pochi indovinano dove possa stare questa via Compagna. Presto detto, sperando che i residui repubblicani sanniti non inscenino proteste. E’ la via di Ponte a Cavallo.
Quei preparati uomini di cultura pensarono, infatti, che Ponte a Cavallo fosse una cafonata prima che un non senso. Il cavallo, nel caso di un ponte a cavallo, c’entra come quando si adopera lo stesso termine per indicare quella parte dei pantaloni che aderisce dolcemente a zone erogene e non deve essere troppo basso diventando in tal guisa grave difetto del sarto o obbrobrio per chi lo porta. Uomo dal cavallo basso significa dire sgraziato e poco incline all’eleganza.
Una città che chiudeva la fase del provincialismo per immettersi nel mondo dello spettacolo e dell’arte non poteva consentirsi indicazioni stradali così poco presentabili. Il popolo, che non fu abbastanza sedotto, né edotto e neanche provvisto del nuovo stradario comunale, opera forse ritenuta troppo colossale, continua a dire Ponte a Cavallo così come dice piazzale della stazione fregandosene di Vittoria Colonna, che fu imposta al tempo di Mario Rotili.
A Torino Corso Francia – tanto per fare un nome – è una strada lunga all’incirca trenta chilometri. Parte dal centro e va, infatti, verso la Francia. A nessuno è venuto in mente di dare un nome ad ogni cento metri della fettuccia. A Benevento, invece, attorno ad un palazzo ci sono quattro nomi, cioè quattro strade. Così ti ritrovi una via intitolata a Rocco Scotellaro, che ritenevo un agronomo per via di un libricino che il dottor Antonio Fallarino teneva nella vetrina della sua Libreria al vicolo di Santa Caterina e che era L’Uva puttanella.
E ci sono strade dedicate a Pirandello, a Riccardo Bacchelli, a Pascoli, a Leopardi. I professori di lettere avevano lunghe liste da imporre, e i politici furono felici di accontentarli sicché loro infilavano tutti i presidenti della Repubblica, ma anche tutti i deputati e tutti i sindaci della città e patrioti allora di moda come i Fratelli Rosselli. Soddisfatti i laici, i cattolici aprirono i loro cassetti e a Pio IX, che non era un parroco di campagna, dedicarono una strada che s’inerpica sulla creta di San Vito.
Non parve vero al Consiglio Comunale di recepire la profluvie di nomi come certificazione e consacrazione di dottrina e cultura.
Non passò per la testa di nessuno che la toponomastica è una cosa fatta per servire a usi pratici. In certe città, i musicisti stanno tutti una zona, sicché se ti chiedono dove sia via Puccini, se non lo sai, ma sai dov’è via Verdi, tu un aiuto lo puoi dare. Ma se a Benevento ti chiedono dov’è via Puccini e tu credi che sia nella zona di via Verdi, tu mandi il malcapitato in una zona bella della città, ma di Puccini tutt’al più vedrà lucere le stelle.
Così se uno ti chiede dov’è Via dell’Università, uno pensa che stia dalle parti di Via Calandra, dove ci furono le prime aule del nostro giovine ateneo. Dovete dire, invece, per fare orientare la gente, che viale dell’Università esiste ed è la strada di Gino e Pina.
E dov’è via Città Spettacolo? Nei pressi del teatro romano? Attorno alla villa Comunale? Vicino al teatro comunale o al San Nicola? No. Via Città Spettacolo sta a Capodimonte.
Mi pare che qualcuno mise fretta alla Commissione, perché nel ’91 c’era il censimento e per quella data bisognava mettere tabelle e numeri civici. Sicuramente qualche nome è sfuggito, insomma.
Di cambiamenti, però, si discusse poco. Solo a Santa Sofia si voleva fare un omaggio a parte. E non si trovò di meglio che ripromettersi per Matteotti una degna soluzione. Il centro era già intasato. Piazza della Rivoluzione fascista era stata ribattezzata piazza Risorgimento e la cosa è ben fatta. Garibaldi e Roma sono nomi che in nessun città d’Italia la Repubblica si è sognata di levare anche se furono entrambi disseminati dal Fascismo.
Di una cosa si scordarono gli esperti. E fu la Repubblica. Signori lettori, sapete voi se a Benevento c’è una strada o una piazza intitolata alla Repubblica?
Non vorrei che, presi dall’entusiasmo degli inni nazionali regalati dai giornali e suonati in tutte le tonalità nel tentativo di imitare la Francia, a qualcuno venisse in mente di intitolare piazza della Repubblica il luogo ove sabato scorso composte autorità e popolo generoso si sono sciroppati un faticoso concerto vocale e si sono poi entusiasmati per l’incendio della Rocca dei Rettori (metafora di bel altri sogni e desideri?).
Insomma, anche se forse nessuno lo sa, a Benevento un luogo intitolato alla Repubblica c’è. Ed era segnalato su una colonna tronca in puro stile fascista, che venne abbattuta da un camion che vi franò sopra rovesciando un carico di cachi o meloni (non ricordo) poco meno di cinquanta anni fa.
Su quella colonna rimessa per un po’ al suo posto e poi misteriosamente scomparsa stava scritto Piazzale della Repubblica. Era, presumo, la gemella della colonna che fiancheggia la villa all’inizio del Viale degli Atlantici ( si chiamava viale Castello, ma allungatosi fino alla chiesa dell’Angelo prese il nuovo nome).
Avrete capito, insomma. Piazzale della Repubblica è quello slargo di tre aiuole che sta al culmine del Viale degli Atlantici e di Via delle Puglie, sul quale prospettano Villa Colomba e la chiesetta dell’Angelo.
Prima che venga in mente a qualcuno di intitolarlo a qualche nome immeritatamente omesso nel 1990 o deceduto nel frattempo, rimediamo con una targa, se non proprio con la colonna.
La città di Benevento, che si onora di essere stata papalina, risorgimentale, monarchica, fascista, resistente (poco), democristiana (un po’ di più) ha sempre nutrito sinceri sentimenti repubblicani. Questo è almeno ciò che si sente nei discorsi. Che se ne faccia un altro e si provveda alla riconsacrazione del piazzale della Repubblica, trovando anche una sistemazione alla “pratica Matteotti
MARIO PEDICINI
”.( Da Realtà Sannita n. 10 / 1.15 giugno 2002 pag. 1)
Sapete com’è andata. Il sindaco D’Alessandro, poco incline per carattere ai festeggiamenti, in una città che solo grazie a Pietro Giorgione (che non ricopre cariche istituzionali) s’è ricordata di fare qualcosa per una data che è festa nazionale, si apprestava a riconsegnare alla città la piazza davanti alla chiesa di Santa Sofia, ripavimentata dopo una lunga storia. Sennonché quei monelli del Centro Sociale si sono inventati un tiro mancino (o almeno nella direzione da sinistra a destra) e hanno inguaiato il povero D’Alessandro. Che la piazza si chiamasse Santa Sofia era quasi naturale, anche se ci sono due (diconsi due) targhe di marmo che la intitolano a Giacomo Matteotti e ce n’è una, proprio sotto il tiglio di casa Casiello, che la intitola a Carlo Maurizio (de Talleyrand, of corse).
S’è fatto vivo Pietrantonio su “Messaggio d’Oggi” a ricordare che fu al tempo del suo regno che il delitto deve essere ascritto. Non la uccisione, ma la de-intitolazione di Matteotti.
Fu lui a nominare una commissione di uomini di cultura, i quali diedero prova di conoscenze da oscurare il Quiz Show. Difatti i lavori non brevi di quel consesso consegnarono alla città non un elenco di strade, che servisse ai cittadini per orientarsi e darsi appuntamenti e farsi recapitare lettere dalle Poste, ma una enciclopedia del sapere. Di tutti i saperi, i più importanti dei quali furono una equilibratissima distribuzione di onorificenze al valore politico.
In un clima di turbo-consociativismo perfettamente bilanciato, furono assegnate strade alla sinistra, al centrosinistra, alla DC, al PSI,e perfino ai repubblicani. Appartiene ad essi, infatti, quella che cronisti euforici hanno chiamato Via Campania ora che ci è passato il Giro d’Italia. Per la precisione, si chiama Via Francesco Compagna, che era più allegro di Ugo La Malfa ma sempre del genere scettico. Per quanto ci sia passato il Giro, ben pochi indovinano dove possa stare questa via Compagna. Presto detto, sperando che i residui repubblicani sanniti non inscenino proteste. E’ la via di Ponte a Cavallo.
Quei preparati uomini di cultura pensarono, infatti, che Ponte a Cavallo fosse una cafonata prima che un non senso. Il cavallo, nel caso di un ponte a cavallo, c’entra come quando si adopera lo stesso termine per indicare quella parte dei pantaloni che aderisce dolcemente a zone erogene e non deve essere troppo basso diventando in tal guisa grave difetto del sarto o obbrobrio per chi lo porta. Uomo dal cavallo basso significa dire sgraziato e poco incline all’eleganza.
Una città che chiudeva la fase del provincialismo per immettersi nel mondo dello spettacolo e dell’arte non poteva consentirsi indicazioni stradali così poco presentabili. Il popolo, che non fu abbastanza sedotto, né edotto e neanche provvisto del nuovo stradario comunale, opera forse ritenuta troppo colossale, continua a dire Ponte a Cavallo così come dice piazzale della stazione fregandosene di Vittoria Colonna, che fu imposta al tempo di Mario Rotili.
A Torino Corso Francia – tanto per fare un nome – è una strada lunga all’incirca trenta chilometri. Parte dal centro e va, infatti, verso la Francia. A nessuno è venuto in mente di dare un nome ad ogni cento metri della fettuccia. A Benevento, invece, attorno ad un palazzo ci sono quattro nomi, cioè quattro strade. Così ti ritrovi una via intitolata a Rocco Scotellaro, che ritenevo un agronomo per via di un libricino che il dottor Antonio Fallarino teneva nella vetrina della sua Libreria al vicolo di Santa Caterina e che era L’Uva puttanella.
E ci sono strade dedicate a Pirandello, a Riccardo Bacchelli, a Pascoli, a Leopardi. I professori di lettere avevano lunghe liste da imporre, e i politici furono felici di accontentarli sicché loro infilavano tutti i presidenti della Repubblica, ma anche tutti i deputati e tutti i sindaci della città e patrioti allora di moda come i Fratelli Rosselli. Soddisfatti i laici, i cattolici aprirono i loro cassetti e a Pio IX, che non era un parroco di campagna, dedicarono una strada che s’inerpica sulla creta di San Vito.
Non parve vero al Consiglio Comunale di recepire la profluvie di nomi come certificazione e consacrazione di dottrina e cultura.
Non passò per la testa di nessuno che la toponomastica è una cosa fatta per servire a usi pratici. In certe città, i musicisti stanno tutti una zona, sicché se ti chiedono dove sia via Puccini, se non lo sai, ma sai dov’è via Verdi, tu un aiuto lo puoi dare. Ma se a Benevento ti chiedono dov’è via Puccini e tu credi che sia nella zona di via Verdi, tu mandi il malcapitato in una zona bella della città, ma di Puccini tutt’al più vedrà lucere le stelle.
Così se uno ti chiede dov’è Via dell’Università, uno pensa che stia dalle parti di Via Calandra, dove ci furono le prime aule del nostro giovine ateneo. Dovete dire, invece, per fare orientare la gente, che viale dell’Università esiste ed è la strada di Gino e Pina.
E dov’è via Città Spettacolo? Nei pressi del teatro romano? Attorno alla villa Comunale? Vicino al teatro comunale o al San Nicola? No. Via Città Spettacolo sta a Capodimonte.
Mi pare che qualcuno mise fretta alla Commissione, perché nel ’91 c’era il censimento e per quella data bisognava mettere tabelle e numeri civici. Sicuramente qualche nome è sfuggito, insomma.
Di cambiamenti, però, si discusse poco. Solo a Santa Sofia si voleva fare un omaggio a parte. E non si trovò di meglio che ripromettersi per Matteotti una degna soluzione. Il centro era già intasato. Piazza della Rivoluzione fascista era stata ribattezzata piazza Risorgimento e la cosa è ben fatta. Garibaldi e Roma sono nomi che in nessun città d’Italia la Repubblica si è sognata di levare anche se furono entrambi disseminati dal Fascismo.
Di una cosa si scordarono gli esperti. E fu la Repubblica. Signori lettori, sapete voi se a Benevento c’è una strada o una piazza intitolata alla Repubblica?
Non vorrei che, presi dall’entusiasmo degli inni nazionali regalati dai giornali e suonati in tutte le tonalità nel tentativo di imitare la Francia, a qualcuno venisse in mente di intitolare piazza della Repubblica il luogo ove sabato scorso composte autorità e popolo generoso si sono sciroppati un faticoso concerto vocale e si sono poi entusiasmati per l’incendio della Rocca dei Rettori (metafora di bel altri sogni e desideri?).
Insomma, anche se forse nessuno lo sa, a Benevento un luogo intitolato alla Repubblica c’è. Ed era segnalato su una colonna tronca in puro stile fascista, che venne abbattuta da un camion che vi franò sopra rovesciando un carico di cachi o meloni (non ricordo) poco meno di cinquanta anni fa.
Su quella colonna rimessa per un po’ al suo posto e poi misteriosamente scomparsa stava scritto Piazzale della Repubblica. Era, presumo, la gemella della colonna che fiancheggia la villa all’inizio del Viale degli Atlantici ( si chiamava viale Castello, ma allungatosi fino alla chiesa dell’Angelo prese il nuovo nome).
Avrete capito, insomma. Piazzale della Repubblica è quello slargo di tre aiuole che sta al culmine del Viale degli Atlantici e di Via delle Puglie, sul quale prospettano Villa Colomba e la chiesetta dell’Angelo.
Prima che venga in mente a qualcuno di intitolarlo a qualche nome immeritatamente omesso nel 1990 o deceduto nel frattempo, rimediamo con una targa, se non proprio con la colonna.
La città di Benevento, che si onora di essere stata papalina, risorgimentale, monarchica, fascista, resistente (poco), democristiana (un po’ di più) ha sempre nutrito sinceri sentimenti repubblicani. Questo è almeno ciò che si sente nei discorsi. Che se ne faccia un altro e si provveda alla riconsacrazione del piazzale della Repubblica, trovando anche una sistemazione alla “pratica Matteotti
MARIO PEDICINI
”.( Da Realtà Sannita n. 10 / 1.15 giugno 2002 pag. 1)

14/06/2002