La lingua italiana, un patrimonio da salvare Società
![]()
Roba da chiodi potranno apparire i ripetuti appelli del presidente dell’Accademia della Crusca, Paolo D’Achille, a salvaguardia della nostra amata lingua italiana, ma non troppo se alla Camera dei deputati i cosiddetti onorevoli continuano a battibeccare in materia dell’uso del femminile, tra l’altro ben sancito dalla grammatica italiana. Ultimo in ordine di tempo quello occorso tra Emanuele Pozzolo, esponente di Futuro nazionale, e la vicepresidente di turno Anna Ascani del Pd. Un provocatorio “Signor Presidente” rivolto alla presidenza ha avuto quale risposta da parte di Ascani: «Dica ʻsignora presidenteʼ, altrimenti va bene presidente». La replica di Pozzolo non si è fatta attendere, ribadendo il “Grazie, signor presidente”. Al che Ascani ha risposto con una provocazione speculare definendolo “collega deputata Pozzolo” e richiamandolo all’ordine per due volte. Apriti cielo, bagarre in aula.
Da tempo purtroppo la lingua italiana è divenuta un fatto ideologico. Da un lato, la destra difende il maschile come baluardo di neutralità istituzionale; dall’altro lato, la sinistra rivendica la declinazione femminile come atto dovuto di visibilità, riconoscimento e promozione della parità di genere. E l’Accademia della Crusca, tirata in ballo da Pozzolo, l’unica ad avere il crisma dell’autorità e arbitro designato per dirimere la questione?
L’Accademia della Crusca, pur riconoscendo la legittimità storica del maschile per le cariche nate in contesti storicamente preclusi alle donne, ribadisce da anni che sono forme grammaticalmente impeccabili “sindaca”, “assessora”, “ministra”. I linguisti accademici della Crusca, Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, nel 2022 hanno curato il vocabolario Treccani della lingua italiana, il primo in Italia nel riportare tutti i lemmi delle professioni al femminile. Chiamare “signora presidente” una donna che presiede l’emiciclo del Parlamento non è una concessione al politicamente corretto, è, banalmente, italiano.
Non doveva essere questo l’argomento principale del presente articolo, ma il tormentone che da tempo infesta il nostro Paese divenuto colonia linguistica angloamericana. Un tempo si sarebbe detto e scritto duemilaventisei e no duemila e ventisei, quest’ultima forma diciamolo subito errata per la grammatica italiana (sempre linguisti e Accademia della Crusca docet). Peggio mi sento nel leggere o sentire dire venti ventisei. Come riporta l’Accademia della Crusca nei suoi “fogli d’aggiornamento” periodici, l’espressione nasce dall’abitudine anglosassone di leggere gli anni accoppiando le decine. Colpa della diffusione di questo stile in Italia è del linguaggio giornalistico e dei media per rendere la pronuncia più rapida. Di converso che accade?
Denunciava un operatore postale che s’è trovato scritto in lettere su di un bollettino di conto corrente postale “trecento e quarantacinque” euro. Come confermato dal dibattito su #LaCruscaRisponde della pagina ufficiale dell’Accademia della Crusca, pronunciare le date in questo modo è un’abitudine importata, considerata estranea alla tradizione italiana.
GIANCARLO SCARAMUZZO
giancarloscaramuzzo@libero.it

04/07/2026