Therapy Speak - Ora (finalmente) se ne parla: ma in che modo? Società

“Ti servirebbe uno bravo”: finalmente non è la frase finale di una discussione accesa, non ha più i tratti dell’ironia tagliente, dell’offesa punitiva. Ci sono serviti anni e cambi generazionali, aumento della libertà di espressione, scatenamento dalla stigmatizzazione, moltiplicazione degli strumenti di comunicazione e una pandemia. 

In particolare, questi ultimi due punti vanno di pari passo: difatti proprio negli anni del dilagarsi del CoVid-19 sono profilati sui social account di esperti, psicologici, educatori, testate giornalistiche che hanno sminuzzato il linguaggio terapeutico per renderlo comprensibile ai più. 

Il grande lavoro compiuto dalla (e per la) Gen Z e dalla sua estensione comunicativa, i social, è proprio quello di tradurre l’informazione in termini semplici, veloci, facili da apprendere, diffondere e ricordare. Colpa dell’attenzione in rapida scesa e dalla richiesta di consapevolezze sempre più urgente: mentre perdiamo la soglia di concentrazione, aumentano le domande che abbiamo il coraggio di porre. Questo dualismo è all’origine della cattiva direzione del therapy speak, che ha come conseguenza l’utilizzo di termini psicologici o clinici nel linguaggio quotidiano da parte di persone non esperte. 

“Ho un attaccamento evitante?”, “Come gestire un narcisista?” sono alcuni esempi della barra di ricerca dei trend di TikTok, traduzione algoritmica della tendenza della Gen Z a far proprie delle diagnosi psicologiche senza averne un contesto identificativo, dando vita ad un vociare rumoroso e frammentato, in cui i concetti si sovrappongono, vengono guardati in superficie e personalizzati in maniera spesso acritica. 

Per gli over 60 la gestione delle emozioni resta un tabù nel 66% dei casi, tra i giovani uomini della Generazione Z questa barriera crolla drasticamente, scendendo al 15%: dunque, se il silenzio del passato è un errore radicato, il rumors psicologico non può certo porsi come soluzione: l’eccesso contiene sempre in sé il germe della colpa. 

Pertanto, sdoganare un discorso tabù è un riconosciuto successo, ma, come ogni traguardo di questo secolo, la mancanza di confini e regole può condurre a conseguenze negative. L’utilizzo spropositato di etichette psicologiche, difatti, va a ridurre le sfumature caratteriali e relazionali: dare del “narcisista” ad una persona che non ha avuto l’interesse di ascoltare l’altro, oltre che sé stesso, non è soltanto errato da un punto di vista clinico, ma porta a categorizzare un individuo interrompendo il dialogo con una sentenza impropria, che, però, viene percepita da entrambi come veritiera, quindi irrisolvibile e a tratti discolpante. 

In un articolo di SkyTG24 la psicanalista Martina Ferrari ha ben tradotto questa conseguenza:“Il rischio è una sovraidentificazione con i criteri diagnostici che vengono magari diffusi nei contenuti social. Può fare molto molto male a una persona che già sta soffrendo per quanto concerne il senso e il significato del suo essere nel mondo e della sua identità. Soprattutto se si ha qualche tratto e non il disturbo, può accadere di rendere adesiva la propria rappresentazione e quella che viene proposta dai social network. Questo senza andare a esplorare come ci sentiamo veramente noi nel nostro mondo affettivo.” 

La Gen Z possiede un vocabolario psicologico molto più ricco rispetto alle generazioni precedenti, ma il possesso di quel linguaggio non implica automaticamente una maggiore capacità di comprensione, elaborazione o gestione del disagio.

Reel che riducono a 5 sintomi l’ADHD e test online che testano il grado bipolarismo: l’errore risiede nello scambiare una tendenza o un’opinione come diagnosi e a lungo andare può portare a minimizzare.  Se ogni sofferenza vissuta è definita trauma, l’elaborazione del dolore può avvenire in maniera scorretta, in un processo di perdita di percezione e profondità degli eventi in cui ogni elemento ha lo stesso peso.
Finalmente se ne parla e questa è una grande rivalsa sulle generazioni precedenti, farlo nel modo giusto è l’enorme sfida del presente ed il futuro può soltanto esserne grato.

TERESA PEDICINI