Privacy: i nostri dati sono davvero al sicuro? Cronaca

Un cane che morde un uomo non fa notizia, un uomo che morde un cane fa notizia. È una delle regole più vecchie del giornalismo e sta ad indicare che i fatti più interessanti sono quelli inusuali. Dunque, seguendo questa regola, dei poliziotti che rubano rappresentano di certo una notizia.

Nel caso in questione, si tratta di ben 30 tra poliziotti e funzionari di diverse agenzie pubbliche che, agendo in modo disonesto, hanno messo insieme un bottino del valore di oltre un milione e 300mila euro. Il tutto rimanendo comodamente seduti alle loro scrivanie. Il reato che hanno commesso infatti consiste nel furto di dati.

La Procura di Napoli ha di recente scoperto un network illegale che lucrava in maniera sistematica sottraendo i dati dei vip (imprenditori, calciatori, cantanti, divi del cinema e della tv) e rivendendoli a soggetti terzi. Il tutto con un tariffario preciso: stato di famiglia, estratto conto, casellario giudiziale, ogni documento riservato aveva un prezzo. Queste attività illegali sono andate avanti per mesi, durante i quali ciascuno dei soggetti incriminati ha effettuato migliaia di accessi illeciti a banche dati riservate.

Come possiamo considerarci al sicuro se persino le forze dell’ordine ci sottraggono i dati? A che servono tutte le raccomandazioni che sentiamo quotidianamente: cambiare spesso le password, non usare la stessa password per tutti i siti, utilizzare password creative (in base alle statistiche, le password più usate sono 12345 e password), se poi i soggetti preposti a tutelare i nostri dati dai malintenzionati sono proprio coloro i quali glieli vendono?

Da un lato, a farci tirare un sospiro di sollievo è il particolare che i dati più ambiti sono quelli dei vip. I nostri, ossia i dati personali dei comuni mortali, non valgono così tanto da giustificare lo sforzo criminale. Anche qui vige un principio vecchio quanto il mondo: i ladri rubano a chi ha molto, non a chi possiede poco o nulla.

D’altra parte, dobbiamo pensare che i poliziotti e gli altri soggetti incriminati per furto di dati rappresentino delle mele marce, una parte malata rispetto ad un tutto che invece vigila in maniera solerte e lavora per la tutela dei nostri beni immateriali.

Questa storia tuttavia può portare a diverse riflessioni su ciò che è diventata la nostra realtà quotidiana. Sappiamo ora che tutte le precauzioni del mondo, per quanto utili, sono superflue: se davvero qualcuno è interessato a sottrarre i nostri dati, troverà di certo un modo per farlo, a costo di corrompere le pubbliche autorità preposte a proteggerli. Dunque, pur mettendo in atto la massima prudenza possibile, teniamoci sempre preparati a subire la violazione della nostra privacy digitale.

Il che ci porta ad una riflessione susseguente: quanto della nostra vita privata ci conviene mettere in rete, seppure in quelle che consideriamo delle casseforti virtuali? Cloud, banche dati, non esiste nulla che sia inviolabile al 100%. Perciò, se teniamo realmente alla nostra privacy, ci conviene essere molto selettivi nell’affidare i nostri dati a terzi.

Purtroppo però viviamo in un mondo in cui la nostra presenza nei database digitali delle pubbliche amministrazioni è inevitabile. Tutti i documenti che abbiamo in tasca, cartacei o plastificati, provengono da banche dati, riservate certo, ma non a prova di furto. A meno di non voler sparire dal mondo civilizzato e trascorrere il resto dei nostri giorni su un’isola deserta o in un eremo tibetano, dobbiamo accettare questa realtà.

L’unica nostra speranza, a questo punto, è che i nostri dati siano protetti, ma che allo stesso tempo esistano sistemi in grado di far luce immediatamente su ogni possibile violazione. Non per chiudere la stalla dopo che i buoi sono fuggiti, ma per riportarli indietro il prima possibile.

CARLO DELASSO