Benevento e Pasolini un rapporto di odio - amore Cultura

Il 20 ottobre del 1972 il tribunale di Benevento mandò assolto il grande regista e scrittore accusato di oscenità per il film “I racconti di Canterbury”. Il collegio giudicante era formato dai giudici Bruno Rotili, Daniele Cubani e Alfonso Bosco attuale presidente del tribunale di Benevento Nel trentennale della scomparsa di Pier Paolo Pasolini, è stato dedicato al regista un numero speciale della nuova serie di ‘Quaderni di Cinemasud’, un’opera di approfondimento di alcuni aspetti della filmografia e della poetica di Pasolini, grazie al valido contributo di storici del cinema, critici, docenti universitari di valore internazionale, ma anche di giovani studiosi animati da passione intellettuale. Il tutto con l’abile regia del prof. Paolo Speranza, docente di Lettere e stimato giornalista, direttore responsabile della rivista giunta alla seconda serie. La presentazione dell’opera è avvenuta nel corso di un incontro tenutosi presso la Biblioteca Provinciale di Benevento, alla presenza della stampa locale e di un folto pubblico. Benevento e Pasolini : chi avrebbe mai potuto immaginare un feeling tra la ‘cattolicissima’città sannita e un intellettuale decisamente d’avanguardia? Ed invero proprio la ‘papalina’ Benevento, nel 1972, mandò assolto il regista nientedimeno che dal reato di ‘offesa al comune senso del pudore’, contemplato dall’art.529 del codice penale. Ma veniamo ai fatti che valsero a Pasolini una siffatta accusa. Il 2 settembre 1972 veniva proiettato al Cinema Comunale di Benevento, in prima nazionale, il film ‘I racconti di Canterbury’, una rilettura in chiave moderna delle novelle di Geoffrey Chaucer, che avevano per protagonisti uomini e donne del popolo (cuochi, fattori, mugnai, mercanti, osti) in pellegrinaggio verso la tomba di San Tommaso Becket alla cattedrale di Canterbury. All’indomani della proiezione del film, uno spettatore napoletano, Gaetano Trotta, sporgeva formale denunzia al Procuratore della Repubblica di Benevento nei confronti del regista, del produttore del film, Alberto Grimaldi, e del gestore della sala cinematografica, Salvatore Iannelli, per la scabrosità dell’opera, che offendeva il comune senso del pudore (ma non quello del querelante, come lo stesso tenne a precisare) ; pertanto, fu disposto il sequestro della pellicola. Orbene, nella rivista viene ricostruito il processo, celebrato dinanzi al Tribunale di Benevento, attraverso il ricordo del dott. Alfonso Bosco, uno dei tre giudici che il 20 ottobre 1972 emanò la sentenza di assoluzione perché il fatto non costituiva reato. Gli altri componenti del Collegio giudicante, oltre all’attuale Presidente del Tribunale di Benevento, erano il compianto Bruno Rotili e Daniele Cusani, che fu l’estensore della sentenza. “Si trattò di un caso molto delicato, complesso, anche per il diverso clima culturale che si respirava all’epoca, e per noi giudici della sezione penale fu una scelta difficile”, ricorda l’attuale Presidente del Tribunale sannita nell’intervista riportata nell’opera dedicata a Pasolini, in quanto il Collegio giudicante era investito della questione della configurabilità o meno del film ‘incriminato’ come opera d’arte. Intorno ai ‘Racconti di Canterbury’, peraltro, si era già sviluppato un vivace dibattito giornalistico, per cui sul Tribunale di Benevento si accesero i riflettori dell’opinione pubblica nazionale : durante il dibattimento, l’aula del Palazzo di Giustizia fu gremita come non mai da pubblico e stampa nazionale, come ricorda l’avv. Umberto Del Basso De Caro, Presidente del Consiglio dell’Ordine Forense di Benevento, presente in aula. Pier Paolo Pasolini era rappresentato dagli avvocati Gianni Massaro – meglio noto come il ‘difensore dei divi’ – e Luigi Vessichelli, che all’epoca era anche il responsabile della pagina locale del quotidiano ‘Il Mattino’ di Napoli. La decisione fu sofferta, e fu adottata dal Collegio giudicante, all’unanimità, dopo aver visionato due volte i ‘Racconti di Canterbury’, acquisendo documenti sul film e prendendo appunti durante le proiezioni. Come per Geoffrey Chaucer e per Dante Alighieri il pellegrinaggio è solo il pretesto per scandagliar le anime nel ciclo del loro breve aggancio alla fluida esistenza terrena, “così per Pasolini ‘I Racconti di Canterbury’ sono l’occasione per descrivere con robusto realismo le indegnità, le viltà, le bassezze e specialmente le abiezioni umane”, si legge nella motivazione della sentenza di assoluzione, peraltro inedita. Pur non escludendo che alcune delle scene incriminate rasentassero i limiti dell’osceno, il Collegio giudicante pervenne alla conclusione che non vi era da parte del regista la volontà di offendere il comune senso del pudore, sebbene in alcuni punti caricasse un po’ troppo certi motivi di trasgressione sessuale, riconoscendo, così, al film il carattere di “opera d’arte”, attraverso il ricorso a criteri oggettivi (quali il soggetto, la sceneggiatura, la direzione artistica, la musica, la fotografia, l’accuratezza dei particolari, la presentazione degli ambienti e dei panorami). L’unica pecca di Pasolini era stata quella di “aver ceduto all’ingenua tentazione di generalizzare i propri traumi e le personali vicende”, offrendo “una visione iperpessimistica della vita” in quanto poneva in “crudo risalto la contraddizione di fondo fra le reali abiezioni e l’aspirazione mistica”. In tale ottica, le immagini relative al coito anale fra omosessuali, al postribolo e all’accoppiamento ‘more pecudum’, ai mostri o animali che si congiungono sodomiticamente con uomini, l’insistenza su organi e gesti sessuali di intensa libidine, additate quali esempi di impudicizia dell’opera pasoliniana nel capo di imputazione, altro non sono che “l’inferno dell’umanità che il film descrive, con un campionario efficacemente sfacciato e disinibito delle sue sozzure, un campionario assolutamente non erotizzante … che induce tutti a ripensamenti e a meditazioni” in quanto “incita lo spettatore a riflettere sulla propria condizione e a sperare in un mondo individualmente e socialmente migliore”. Fin qui la motivazione della sentenza n.308/72 del Tribunale di Benevento, confermata sia dalla Corte di Appello di Napoli che dalla Suprema Corte. Indubbiamente, una sentenza progressista, tutt’altro che facile e scontata per l’epoca. “In quegli anni” – commenta il presidente Bosco – “Pasolini era considerato un intellettuale d’avanguardia, quasi un provocatore ; oggi, invece, con quello che si vede in tv anche in prima serata o in certi programmi del pomeriggio, forse Pasolini avrebbe l’approvazione, o almeno la comprensione, finanche della CEI ; certo, oggi il pubblico è più abituato a certe visioni, ma in molti film e programmi prevale un profondo squallore morale, con scene e messaggi espliciti : altro che gli ammiccamenti e i sottintesi dei film degli anni ‘70”. STEFANIA ANGELONE