Da Benevento a Amsterdam. Angela Serino e la passione dell'arte contemporanea Cultura
![]()
Curatrice di arte contemporanea ed esperta di residenze d’artista, nata e cresciuta a Benevento e attualmente di base ad Amsterdam (Paesi Bassi), dove ha frequentato il de Appel Curatorial Programme, ci racconta del suo libro Configurations of Time: Imagining Other Temporalities in the Art Residencies (Set Margins’, 2024).
Prima di parlare del libro, vorremmo iniziare con una tua presentazione. Puoi raccontarci in breve il tuo percorso? Come sei arrivata ad Amsterdam e all’arte contemporanea?
La mia passione per l’arte contemporanea è arrivata per gradi e, sicuramente, hanno avuto un ruolo fondamentale gli incontri e i luoghi dove ho vissuto. Dopo la maturità scientifica, ho studiato Scienze della Comunicazione all’Università di Siena. Qui, in Toscana, c’è stato in un certo senso il mio battesimo, frequentando i corsi di semiotica dell’arte con Omar Calabrese, di cinema con Maurizio Grande e, più in generale, tutto quello che oggi definiremmo ‘visual culture’ (cultura visiva). Mentre mi immergevo nella teoria, cresceva il desiderio di confrontarmi direttamente con gli “oggetti culturali” analizzati in aula. È da lì che ho iniziato a cercare nuove strade: un periodo di Erasmus ad Amsterdam e, in seguito, due internships, al Palazzo delle Papesse di Siena, e alla Galleria Continua di San Gimignano, dove ho avuto modo di vedere a lavoro artisti internazionali come Marina Abramović, Berlinde De Bruyckere, Chen Zhen, Cai Guo-Qiang, Carlos Garaicoa, Pascale Marthine Tayou. Quando mi sono laureata, avevo ormai chiaro che volevo lavorare accanto agli artisti e, complice anche una relazione sentimentale, mi sono trasferita ad Amsterdam, dove ho frequentato il de Appel Curatorial Programme, il corso per curatori. Oggi esistono numerosi corsi di formazione per curatori, ma il de Appel è stato tra i primi in Europa: è nato nel 1994. Il programma dura un anno e seleziona cinque o sei partecipanti da tutto il mondo. Offre un percorso intensivo che combina teoria e pratica e introduce al lavoro curatoriale, che è soprattutto mediazione tra artisti, istituzioni e pubblico.
Sono stata la prima donna italiana a frequentarlo, e ne sono molto orgogliosa. Prima di me, avevano partecipato a questo corso Lorenzo Benedetti, Luca Cerizza e Francesco Bernardelli. Pensavo di spostarmi per un periodo temporaneo e, invece, da lì in poi è iniziata la mia vita professionale in questo nuovo paese. Anche se vivo ad Amsterdam da molti anni, resto però una di quelle persone che “torna spesso”, soprattutto per gli affetti: i miei genitori, mia sorella, i miei nipoti, un gruppo storico di amici conosciuti al liceo, e ora anche una nuova relazione.
Amsterdam, come altri contesti lavorativi internazionali, offre un mondo del lavoro più strutturato e sicuramente maggiori finanziamenti per artisti e curatori. In un mondo ideale, sarebbe bello poter mantenere questo respiro internazionale e lavorare in modo professionale nell’arte contemporanea restando più vicini alle persone di casa. Parte di me si augura che questo sia già una possibilità concreta per me come per altri, ma servirebbero iniziative condivise e una fiducia collettiva nell’arte come linguaggio irrinunciabile e prezioso sul mondo.
Spostiamoci ora al tuo libro, e iniziamo con una domanda un po' più generale, per in non addetti ai lavori. Cos’è una residenza per artisti? Perchè è importante?
Una residenza è un programma che offre spazio, tempo e risorse agli artisti per lavorare, creare lontano dalla propria quotidianità e routine solita. Questo spostarsi altrove – a volte nello stesso paese, altre volte molto lontano da casa – offre quella condizione che possiamo chiamare ispirazione o esplorazione, e che produce sempre, anche quando i risultati non sono immediatamente evidenti, un effetto ‘rigeneratore’, un’esperienza di trasformazione per l’artista.
Detto questo, nella pratica le residenze sono gestite da organizzazioni molto diverse tra loro. Ci sono residenze che sono istituzioni che esistono da più di cento anni, spesso collocate in palazzi storici, che offrono periodi lunghi di soggiorno fino a 10/11 mesi, con uno studio e uno stipendio. Tra quelle che ho visitato spesso ci sono la Rijksakademie ad Amsterdam, Casa de Velázquez a Madrid, Villa Medici a Roma, Villa Romana a Firenze. In questa costellazione varia che chiamiamo ‘residency field’ o settore delle residenze, ci sono anche tantissimi altri programmi nati a partire dalla fine degli anni novanta, o più recentemente, organizzati da associazioni culturali ed enti no-profit, che offrono residenze più brevi, da un paio di settimane, a uno o due mesi. Anche in questo caso l’artista ha un compenso e uno spazio di lavoro, ma spesso è più esplicita la richiesta all’artista di un coinvolgimento diretto con il contesto, la storia, o le comunità presenti nel luogo della residenza. Questo è il caso per esempio di Marea Art Project a Positano che, invertendo il ritmo della stagionalità turistica della Costiera Amalfitana, ospita artisti in dimore storiche nel periodo invernale, “quando è possibile entrare in profonda connessione con il territorio e con le persone che lo abitano”. Più vicino a Benevento, a San Martino Valle Caudina, c’è Liminaria che negli anni ha ospitato artisti che lavorano con il suono per rileggere il paesaggio e le comunità rurali, elaborando un vero e proprio Manifesto del Futurismo Rurale, molto suggestivo.
In breve, le residenze sono importanti oggi perchè offrono la possibilità di creare, imparare, e fare rete, tutti elementi fondamentali per lo sviluppo dell’artista, soprattutto nelle fasi iniziali appena dopo gli studi in accademia. Ma non solo. Anche per artisti già affermati, e in una fase diversa della propria carriera, conoscere un luogo diverso, o un gruppo di altri artisti, familiarizzare con una nuova tecnica attraverso l’uso di laboratori dedicati, sono tutte occasioni preziose di crescita personale e professionale. Res Artis, la Rete Internazionale delle Residenze Artistiche, riunisce più di 700 programmi di residenza artistica distribuiti in oltre 80 Paesi nel mondo. Questi sono solo numeri parziali, ma danno un’idea di quanto questo settore sia vivo.
Da cosa nasce il tuo interesse per questo tipo di organizzazioni? E perchè questa attenzione proprio sul tempo?
Come curatrice indipendente ho lavorato con questo formato in diversi ruoli: sono stata curatrice di RED AiR, un progetto urbano per la città di Amsterdam, dove otto artisti hanno sviluppato nuovi lavori in relazione al contesto specifico del quartiere a luci rosse. Ho poi co-diretto Kunsthhuis SYB per cinque anni, una residenza nel nord dei Paesi Bassi, fondata in uno spazio che era stata la casa dell’artista Sybren Hellinga, e io stessa sono stata in residenza come curatrice a Pechino, Barcellona e Bergen. Da queste esperienze sono nati i primi tentativi di approfondire il lavoro svolto in residenza, con l’Incontro internazionale per le residenze d’artista che ho curato a Milano nel 2015, in collaborazione con FARE, una delle prime realtà italiane a mappare le residenze in Italia. Questo libro continua e approfondisce questo lavoro di riflessione critica, in un format molto diverso, quello della pagina scritta.
Per quanto riguarda il tema, questo viene da una domanda che racchiude anche un po’ di frustrazione. Le residenze sono soprattutto spazi per ricerca e sperimentazione, che invitano ad uscire da un certo habitus di lavoro. La sfida (e le tensioni) emergono pensando a come riuscire a mantenere aperto questo spazio di sperimentazione con un’attenzione al processo che si attiva, quando i fondi di supporto, siano essi pubblici o privati, dettano spesso tempistiche strette, e indipendenti dal tempo necessario per una restituzione che abbia davvero senso e che sia rispettosa di tutte le parti coinvolte nelle conversazioni e i processi attivati in un luogo o con una comunità. La domanda iniziale che mi sono fatta era se possa esistere più di una linea temporale per raccontare e comprendere il valore dei progetti in residenza, oltre la semplice data di inizio e di fine. Da qui il desiderio di parlare di tempi multipli, in cui il tempo della ricerca artistica si intreccia con i ritmi della vita, del territorio e delle istituzioni, oscillando tra sintonie e frizioni.
Nel libro ipotizzo tre diverse temporalità che coesistono all'interno di un programma di residenza: il tempo dello spazio, il tempo della cura e il tempo del suolo, a mio avviso tutte importanti. Per descriverle ho usato tre definizioni del tempo di autori contemporanei come Carlo Rovelli, Lisa Baraitser e María Puig de la Bellacasa e degli esempi di progetti di residenza della mia esperienza, come curatrice o come diretta partecipante. Ogni capitolo termina poi con delle domande e spinge il lettore sul terreno della sua riflessione attiva.
Che recezione ha avuto il libro? Quali conversazioni ha attivato?
Ho presentato il libro in tanti luoghi diversi, in Olanda e anche in Italia, grazie al sostegno dell’Ambasciata olandese di Roma. L’estate scorsa ho fatto un piccolo tour con presentazioni presso la Casa degli Artisti a Milano, la Fondazione Bevilacqua La Masa a Venezia e il MACTE Museo di Arte Contemporanea di Termoli. Alla fine di Febbraio sarò ad Helsinki, in Finlandia, per parlarne ancora. Ho sempre presentato il libro in conversazione con uno o più professionisti, curatori o direttori artistici, ed è stato molto interessante vedere come questi dialoghi siano stati sempre generosi di scambi. Ogni presentazione mi ha permesso di ascoltare e conoscere nuove realtà. A parte questi momenti, ho avuto anche moltissime risposte positive da lettori lontani. È stato emozionante ricevere messaggi di gratitudine da persone che non conosco e che probabilmente non incontrerò mai, provenienti da luoghi diversi come Bali e New York, per aver parlato anche del lavoro di chi gestisce e cura questi spazi, spesso invisibile.
Cosa c’è nel futuro? Su quali nuovi progetti sei impegnata ora?
Nel futuro immediato vedo sicuramente altro lavoro con programmi di residenze in ruoli di advisory e consulenza. Dall’autunno scorso faccio parte del comitato consultivo (Advisory Board) di UNIDEE Cittadellarte, il programma di residenze per artisti italiani e internazionali della Fondazione Michelangelo Pistoletto. Questo programma, che è tra i più longevi in Italia, è stato fondato dall’ artista Michelangelo Pistoletto 25 anni fa a Biella, come spazio di ricerca e anche di produzione che vede “l’arte al centro di processi sociali responsabili”. Ho accettato con piacere questo invito come occasione per portare la mia esperienza anche in Italia. Al momento sto seguendo il lavoro di Emma Zerial e Eliza Collin, le due artiste vincitrici del bando “Ecosystems as Living Communities”, (ecosistemi come comunità viventi), con un focus sull’ecologia montana e i suoi cambiamenti dovuti a inquinamento, spopolamento ed estrazione di materie prime. I lavori realizzati andranno poi a far parte della collezione d’arte della Fondazione Cariplo, che supporta il progetto.
MARIA GABRIELLA FUCCIO

28/02/2026