Da Montevergine a Villamar in vacanza tra Madonne nere e Madonne gemelle Cultura

Per ogni devoto la Madonna di Montevergine è ‘Mamma schiavona, nera, bella e amica mia’. NIGRA ET FORMOSA ET AMICA MEA è scritto in latino anche nel cartiglio marmoreo sopra il famoso dipinto che la raffigura nell’Abbazia benedettina sui Monti del Partenio, meta di vacanze rilassanti. Si sorprendono però i turisti che vedono la Vergine tutt’altro che nigra e tantomeno formosa. E tuttavia correggere non si può, ci vorrebbe un nuovo San Bernardo...

Le Madonne nere, una inspiegata corrente pittorica diffusasi dall’anno Mille nel Medio Oriente bizantino, cominciarono ad arrivare sugli altari di tutta Europa proprio ai tempi di Bernardo di Chiaravalle, grande teologo del secolo XII. Siccome i fedeli le vedevano brutte, Bernardo provò a sottolinearne la bellezza fisica: guardatele bene, sono belle ragazze, somigliano a Sulamìta, la pastorella dalla pelle scura che a Gerusalemme fece perdere la testa perfino al saggio re Salomone, e sentite come lui stesso lo confessa nella Bibbia:Le sue labbra sembrano un nastro rosso, le gote dietro al velo assomigliano a due melagrane, i seni sono come due cerbiatti che pascolano tra i gigli”. Salomone non accenna al colore della carnagione ma, sempre nella Bibbia, Sulamìta tiene a precisare: “nigra sum sed formosa, fusca quia decoloravit me sol, cioè sono nera ma bella, scura perché mi ha abbronzata il sole. Il cartiglio marmoreo sul dipinto di Montevergine attribuisce invece alla Madonna le parole di Sulamìta, certamente per non contrariare i devoti ma contraddicendo l’evidenza.

Perché dunque la Madonna di Montevergine oggi non è più nera, anzi nemmeno abbronzata? È stata la più nera del sud Italia fino ad alcuni decenni fa, quando Raffaello Causa, Soprintendente alle Gallerie e alle Opere d’Arte della Campania, e mio maestro di Museografia, decise di sottoporre il dipinto a restauro. Osservandolo da vicino nel Laboratorio di Capodimonte che frequentavo a Napoli mi chiedevo come mai i devoti non abbiano mai badato al fatto che a pochi chilometri di distanza la Madonna cambiava aspetto: bianca la Madonna delle Grazie a Benevento, nerissima Mamma schiavona a Montevergine. “Forse lo sapremo alla fine del restauro, disse il Soprintendente, adesso dobbiamo passare lentamente le mani sugli otto metri quadrati della superficie dipinta, e poi sottoporre ad esame radiologico le zone che avvertiremo incavate, rilevate, diverse. Un dipinto non andrebbe mai toccato ma, quando viene un dubbio, la prima analisi da medico dell’arte è tastarlo con mani esperte”.

Mi misi al lavoro insieme ai tecnici. La Tavola della Madonna di Montevergine, alta più di quattro metri, larga oltre due metri, formata da pannelli di legno di pino, venne scomposta sui banchi del Laboratorio di Restauro. Accarezzando la superficie dipinta avvertivo zone di colore difformi, mentre sui polpastrelli mi restavano tracce polverizzate di qualche antico incendio. Le radiografie dimostrarono poi che la scena era stata modificata in varie epoche sovrapponendo strati di colori di qualità scadente, facili a scurirsi. Il fumo delle candele aveva fatto il resto. Ci vollero mesi per rimuovere tutto. Il risultato fu eclatante: la Madonna di Montevergine, risalente a circa mille anni fa, non era stata dipinta nera ma lo era diventata per le tante manomissioni subìte. Finalmente era tornata agli sfolgoranti colori originari: sullo sfondo d’oro la Vergine, adesso dal roseo volto, seduta in trono con rotazione prospettica, tutta avvolta in un manto blu attraversato da pieghe dorate, guarda l’osservatore tenendo in braccio il Bambino che tenta di aprirle il manto per trovare il seno, mentre in alto, ai lati del trono, due angeli reggono due padelloni lasciando scorrere il latte materno.

La restituzione ufficiale del dipinto, con le due figure ormai completamente diverse da prima, fu affidata ad Alfredo Marzano, funzionario della Soprintendenza, che chiese la mia collaborazione per ricollocarlo correttamente sull’altare maggiore della Basilica del Santuario. Allo scoprimento del dipinto esplosero le urla dei fedeli: “non è lei, le somiglia ma è una Madonna gemella, restituiteci la nostra Madonna nera”. Le proteste durarono a lungo, per i fedeli si trattava proprio di una gemella di Mamma schiavona. I monaci ritennero di dover trasferire il quadro in una Cappella laterale, sotto il cartiglio marmoreo che continua a definirla nigra e formosa.

Come per farsi perdonare, Alfredo Marzano donò all’Abbazia alcuni pastori di presepe settecenteschi della sua personale collezione, oggi esposti nelle vetrine del settore museale. Quanto a me, mi tenni… lontano da Montevergine per qualche tempo. Ma l’idea di ‘Madonna gemella’ aveva ormai stuzzicato la mia curiosità. Mi diedi alla ricerca di eventuali figure di Madonne duplicate, in archivi, in musei e in luoghi sacri. Fu così che scoprii che è la Madonna delle Grazie di Benevento ad avere una statua gemella, quasi identica e scolpita dallo stesso artista, del tutto sconosciuta a Benevento!

Merita una vacanza il Campidano, la ‘Provincia Verde’ della Sardegna con le sue stupende pianure a nord di Cagliari. Si trova lì da secoli quella Madonna gemella, nella chiesa di San Giovanni Battista a Villamar, un piccolo borgo con meno di tremila abitanti. Venerata come Madonna del latte, ha devoti in tutta l’isola. Straordinario il suo contesto scenografico. Al centro della pala di altare o ‘retablo’ dipinta da Pietro Cavaro, la statua della Madonna del latte di Villamar ha le stesse dimensioni della Madonna delle Grazie di Benevento. Le due figure, affascinanti interpretazioni della femminilità che dà la vita e nutre, sono nella stessa posizione, vestite allo stesso modo, entrambe col seno scoperto offerto al Bambino. Furono scolpite nella prima metà del Cinquecento da Giovanni Miriliano da Nola, uno dei maggiori artisti del Rinascimento italiano. Villamar deve a lui il suo richiamo turistico, Benevento l’immagine sacra più venerata del Sannio.

ELIO GALASSO