Il Codice da Vinci tra business e dissacrazione della fede Cultura
Senza precedenti. Se ci fosse l’Oscar per il marketing, il film di Ron Howard se lo sarebbe già aggiudicato, preceduto come è stato da un lungo battage pubblicitario senza eguali nella storia della cinematografia mondiale. “Il Codice da Vinci”, trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Dan Brown, fiction religiosa o thriller esoterico che sia, ha fatto impallidire al confronto l’analoga pellicola cinematografica, per il vespaio di polemiche sollevate, “L’ultima tentazione di Cristo” di Martin Scorsese, tratto dal romanzo di Nikos Kazantzakis, “linciato – a parere del critico cinematografico Paolo Mereghetti – a scatola chiusa dal fanatismo cattolico”.
Entrambe le opere dipingono a tinte vivaci la presunta relazione sentimentale intercorsa fra Gesù e Maria Maddalena. L’impalcatura religiosa alla base della trama del libro di Dan Brown prima e del film diretto da Ron Howard poi, poggia sulle fondamenta della storia del cristianesimo primitivo. Ma in particolare su quella raccolta di vangeli sconfessati dalla gerarchia ecclesiastica ritrovati nel 1945 nella località egiziana di Nag Hammadi. Lo scrittore statunitense Robert Ludlum, maestro di “spy story” di grande successo, celebre “Il ritorno dello sciacallo” del 1990, è stato uno dei preferiti di Dan Brown ed in effetti “Il Codice da Vinci” presenta qualche tratto del miglior Ludlum: l’esordio caratterizzato da una serie di segreti avvincenti ed intensi; un uomo comune ed una bella donna al centro di un’azione serratissima con un’affannosa lotta contro il tempo per svelare i misteri e sventare la minaccia alla civiltà occidentale; società segrete oscure e potenti che nessuno pensava potessero esistere; cospirazioni intricate da impedire a chi legge di decifrare la trama per il ritmo serrato tale da far dimenticare i punti deboli dell’intreccio.
Umberto Eco, fors’anche perché Dan Brown ha utilizzato parecchio del materiale occulto del suo “pastiche” letterario “Il pendolo di Foucault”, non è stato tenero definendolo “un mestatore che diffonde false notizie, che si arricchisce con materiale di scarto”. Eco non ha visto il film, ha però letto il libro. A Foggia, al pari di suor Mary a Cannes, alcuni ragazzi si sono riuniti innanzi al cinema cittadino per recitare il Rosario. A Benevento, fax di minaccia da parte di integralisti cattolici all’indirizzo del Cinema Massimo. 910 copie distribuite in tutta Italia e per la prima volta a Benevento proiezione in contemporanea nei tre cinema per quindici giorni almeno. Bene anche le vendite del libro nelle librerie Guida (nell’ultima settimana vendute un centinaio di copie) e Masone (il libro che ha venduto più copie in assoluto negli ultimi anni).
Per il portavoce dell’Opus Dei, Giuseppe Corigliano, “una paccottiglia New Age, col pericolo di presentare a chi non è preparato adeguatamente, come i giovani, falsità per verità storiche”. Su l’Avvenire rincara la dose Maria Romana De Gasperi, figlia del celebre statista: “La nostra mancanza di cultura, tanto diffusa ormai, non ci aiuterà neppure a distinguere ciò che avrà un fondo di verità da quello che viene costruito su fonti storiche esistenti solo nella fantasia dell’autore”. Intanto, per tutta risposta agli strali (“Cristo viene ancora venduto non più ai capi del sinedrio per 30 denari, ma a editori e librai, per miliardi di denari”) del predicatore della Casa Pontificia, padre Raniero Cantalamessa, di Venerdì Santo alla presenza di papa Benedetto XVI, “Il Vangelo apocrifo di Giuda” ha esaurito in una settimana le 30 mila copie della prima edizione. Solo nel primo weekend di programmazione della pellicola tratta dal romanzo omonimo di Dan Brown, le decine di migliaia di spettatori hanno portato nelle casse della Sony Pictures 2 milioni di euro, record di incassi per la programmazione di un film.
Come spiegare un successo simile? Sempre Umberto Eco, trova la risposta “nel clima New Age dei nostri decenni e la fame di mistero che si è sostituita al crollo delle ideologie e delle grandi utopie secolari”. Secondo il cardinale dell’Opus Dei, Julian Herranz, “la Chiesa non teme il Codice da Vinci, quanto un soggettivismo dilagante che trasforma la religione in un supermercato dove ognuno pensa di poter fabbricare la fede a proprio uso e consumo”. 125 milioni di dollari il costo del film, 350 mila euro circa l’affitto pagato al Louvre, 50 milioni circa le copie del libro vendute nel mondo e quasi 3 milioni in Italia, 76,5 i milioni di dollari incassati da Dan Brown in diritti d’autore nel 2005.
La controversa vicenda de “Il Codice da Vinci” continuerà a far parlare di sé ancora per molto.
GIANCARLO SCARAMUZZO

15/06/2006