Il matrimonio Cultura

Il terribile caso di Paupisi, avvenuto qualche giorno fa, ha sollevato molti interrogativi circa il riconoscimento di disturbi mentali che possono trasformare un innocuo agricoltore in uno spietato assassino.

Ciò che più ha colpito l’opinione pubblica è la primitività del delitto, commesso a colpi di pietra, impugnata come un’ascia.

Con questo mezzo, Salvatore Ocone ha posto fine all’esistenza di sua moglie, del figlio di 15 anni e ha lasciato tra la vita e la morte la figlia di 17.

Già Euripide nella tragedia Heracle mostrava che lo stesso eroe, difensore della sua famiglia in un primo momento, ne diventava poi lo sterminatore, poiché aveva la mente offuscata da Lissa, il demone della pazzia. 

Mancanza di cultura, pregiudizio e isolamento hanno creato nel caso di Paupisi, un mix letale, che deve far riflettere sia sull’assenza di presidi sanitari a tutela del malato e dei suoi cari, sia sulla difficoltà da parte della famiglia di poter gestire da sola situazioni di disagio psichico.

Il matrimonio anche nella cultura beneventana popolare è visto come un’incognita in cui non si sa quale destino si avrà e si recita perciò con rassegnazione il detto: maritǝ e ffigliǝ, cummǝ l’hai, t’è ppigliǝ (il marito e i figli li devi accettare per come ti capitano). 

Ovviamente il soggetto a cui è rivolto questo proverbio è la donna, che deve adeguarsi al carattere dei suoi congiunti. Ogni proverbio però ha il suo opposto. Infatti, si dice pure: ‘a femmǝnǝ fa ‘a casǝ (la donna dà l’impronta alla famiglia). Pertanto, dipenderà dalla moglie, secondo i nostri antichi, se i vestiti dei suoi familiari appaiono sgualciti, se il loro aspetto è trasandato, se i figli sono maleducati.

Il modello femminile della società patriarcale si è definito già con gli antichi Romani, che nelle epigrafi funerarie per mogli e mariti avevano cura di scrivere che avevano vissuto sine ulla querella (senza nessun litigio). 

Il male più grande che poteva capitare a un marito, infatti, era quello di avere una iurgiosa uxor (una moglie litigiosa) come la Santippe di Socrate. Mentre le doti femminili devono essere eccelse, il maschio può anche non essere un modello di virtù, infatti: megliǝ nu maritǝ spurcillǝ ca n’amicǝ ‘mperatorǝ (meglio avere un marito un po’ zozzo, che un amico imperatore).

Il vincolo nuziale obbliga il marito, sia pure poco avvenente e poveraccio, a provvedere ai bisogni della moglie, mentre l’amico, per quanto ricco e generoso, può anche eclissarsi nel momento del bisogno.

Da questi pochi proverbi emerge un quadro un po’ desolante della vita coniugale, secondo i nostri antenati, in cui la donna soprattutto deve avere ogni responsabilità, ma deve tollerare ogni mancanza.

PAOLA CARUSO