La Chiesa nel Teatro Cultura

Il teatro in questione è il teatro romano di Benevento.

Costruito dall’imperatore Adriano a ridosso delle mura cittadine, venne inaugurato tra il 125 e il 130 d.C.
Di vaste proporzioni, il teatro restò in funzione fino al Medioevo. Successivamente, fu abbandonato e i suoi marmi furono depredati e utilizzati per costruire i palazzi dei nobili beneventani.

E così, nel corso dei secoli “il teatro non rivelò più la sua natura”; sepolto come era dalla terra e da una fitta vegetazione, che copriva i resti dei muri e degli archi.

Prendendo a prestito un’immaginifica espressione di Umberto Eco, possiamo dire che “l’opera dell’arte distrutta si confondeva cin quella della natura”.

Inoltre, sui monconi degli archi, che affioravano dal suolo, gli abitanti del Triggio avevano costruito, nel corso dei secoli, le loro misere bicocche.

Dopo l’estinzione, nel 1077, della dinastia longobarda a Benevento, la nobile famiglia Mascambruno fece costruire nel rione Triggio, nei pressi del teatro, una chiesa dedicata ai SS. Filippo e Giacomo, al fine di custodire una reliquia di San Bartolomeo.

Un secolo dopo, la chiesa ospitò il monaco Guglielmo da Vercelli, che alla chiesa stessa affiancò un priorato dei monaci benedettini-verginiani.

Tra alterne fortune, il monastero andò avanti fino al XV secolo, allorché i monaci lo abbandonarono. La chiesa, invece, continuò a svolgere la sua funzione di parrocchia. Fu distrutta dal terremoto del 1686.
Fu allora edificata, per impulso dell’arcivescovo Orsini, una nuova chiesa - Santa Maria della Verità - che andò anch’essa distrutta da un nuovo terremoto, quello del 1702.

Intanto, il 13 gennaio del 1776 faceva il suo ingresso in città il nuovo arcivescovo, il cardinale Banditi.
Originario di Rimini, ove era nato nel 1706, Francesco Maria Banditi a 16 anni entrò nel convento dei teatini della sua città. Studiò filosofia e teologia e fu ordinato sacerdote nel 1729.

Oratore sommo e dotto bibliofilo, dopo essere stato generale del suo ordine, fu nominato nel 1772, da Papa Clemente XIV, vescovo di Montefiascone.

Tre anni dopo, ottenne da Pio VI Braschi la guida dell’arcidiocesi beneventana, nonché il cappello cardinalizio con il titolo di San Crisogono, antica chiesa medievale restaurata nel XVII secolo, ubicata nel popolare rione di Trastevere.

Preso possesso del suo ufficio, il cardinale Banditi notò che il popoloso rione Triggio era privo di una parrocchia dal 1702, quando, a causa del terremoto, era crollata la chiesa fatta costruire dall’arcivescovo Orsini.

Il Banditi, allora, “convocò l’architetto arcivescovile Saverio Casselli, affidandogli il compito della progettazione del tempio” (L. Ingaldi, Le antiche chiese di Benevento).

Così come era accaduto nel Medioevo, anche nel ‘700 i beneventani non dimostrarono di avere cura dei monumenti dell’antichità.

La nuova chiesa, che perpetuava l’antica denominazione orsiniana, fu, infatti, costruita a ridosso dei cosiddetti grottoni del teatro.

In una lapide che ricorda la consacrazione della chiesa, avvenuta nella seconda domenica dopo la Pasqua del 1782, è scritto: Prope vetus anphitheatrum (Rectius: theatrum).

Né l’arcivescovo né tantomeno l’architetto si preoccuparono che così facendo seppellivano per sempre una parte dei resti dell’antico monumento romano.

E quando, tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, furono portati alla luce i resti del teatro, si scoprì che la chiesa voluta dal cardinale Banditi occupava bellamente una parte della cavea.

Si pensò, allora, di abbattere l’edificio di culto. Tanto che nel 1954 il ministro del Mezzogiorno Campilli “subordinava la concessione del contributo di 150 milioni all’impegno dell’amministrazione comunale per la ricostruzione altrove della chiesa”.

Ma se il Comune di Benevento veramente prese in esame l’ipotesi della demolizione della chiesa, dovette certamente affrontare, oltre che l’opposizione della Curia, anche quella della Sovrintendenza ai Monumenti, che cercava di conservare un dignitoso e sobrio esempio di architettura settecentesca.

E oggi, l’edificio di culto, ancora al suo posto, è diventato un originale… complemento d’arredo. Nessun teatro antico al mondo, infatti, ha una chiesa nel bel mezzo della cavea.

E quando, negli anni ’60 del secolo scorso, il teatro fu aperto agli spettacoli, dalle finestre socchiuse della canonica, il parroco di Santa Maria della Verità e la perpetua occhieggiavano - quasi da un palco di proscenio - le commedie di Plauto, magistralmente interpretate da Mario Carotenuto, da Ave Ninchi e, soprattutto, da Tino Buazzelli.

GENNARO IAVERONE

Nella foto: il Teatro Romano con la chiesa di S. Maria della Verità