Sbagli... Occasioni da non perdere Cultura

Qualche lettore mi ha contattato tenendo tra le mani Realtà Sannita col mio ultimo testo stampato col titolo Le nuove Muse, un evidente sbaglio tipografico: “Sul sito del quindicinale online l’ho visto invece intitolato Le nove Muse, quale delle due è la versione esatta? Come potevano essere nuove le Muse se erano dee, da te definite fanciulle immortali cioè sempre uguali? Che cosa hai inteso dirci in due modi diversi?”.

Soffermarmi sulla domanda mi sembrava inutile. Poi però mi sono concentrato sull’accaduto e la questione è diventata interessante. Ho cominciato a pensare che uno sbaglio accade per una distrazione occasionale di cui ci si accorge troppo tardi o magari per niente, mentre un errore no, l’errore dipende da convinzioni, ottusità preconcette, e quindi viene ripetuto. Immerso nelle riflessioni sono arrivato a conclusioni rilevanti, e a ricordi lontani.

Lo sbaglio, dicevano i Greci, va corretto ma non deve alimentare rimorsi in chi lo ha commesso, è una tappa che può portare a consapevolezze personali. A volte apre strade che creano il nuovo, offrendo proposte variegate a chi sa avvalersi del ‘pensiero laterale’ o ‘critico’, capacità oggi alquanto rara. Diamo dunque un benvenuto anche a Le nuove Muse, lo sbaglio regalatoci dalla tipografia. 

In un lontano Convegno universitario su Omero ed Esiodo un conferenziere disse: “Ovviamente nessuno di noi crede nelle Muse”. Dal fondo dell’aula si levò subito la voce di uno studente: “No, nelle Muse io ci credo eccome!”. E sorprendentemente trovò non pochi consensi tra colleghi e docenti. Gli ambienti di studio elaborarono l’idea di una Mostra sul lavoro intellettuale nell’antichità. 

Esposta nel Colosseo con successo una ventina di anni fa, la rassegna pose anzitutto la domanda: che cosa immaginavano di vedere chiudendo gli occhi, o che cosa avvertivano gli artisti e gli intellettuali antichi quando chiamavano accanto a sé le Muse, figure vaghe, sfuggenti, perfino poco raffigurate, che si riteneva abitassero sul Monte Parnaso insieme ad Apollo? Difficile dirlo, perché nessuno lo spiegava. Certo è che la fiducia nel loro sostegno induceva gli autori a scovare tesori nel proprio passato e nel presente per inventare il futuro. Senza l’aiuto delle Muse non sarebbero riusciti a farlo e tanti prodotti d’arte, poesia, cultura, non sarebbero pervenuti fino a noi. 

I criteri innovativi della mostra portano a questioni dei nostri tempi. Con un allestimento moderno, si disse, lungo l’ambulacro del Colosseo, in un continuo gioco di luce naturale e artificiale tra ombre e squarci di cielo, ci si ritrova in un’atmosfera suggestiva, quasi sospesa nello spazio e nel tempo e si segue il duplice percorso tematico che indaga rappresentazioni e iconografie legate alle Muse, agli intellettuali, ai luoghi in cui svolgevano i loro molteplici ruoli. La statua di Polimnia, musa silenziosa che apre la mostra con la sua espressione assorta e distante; il volto di Cicerone; i gesti nervosi dei filosofi epicurei o la pacatezza dei politici greci; gli affreschi di ogni domus pompeiana o i vasi dipinti sono testimonianze diverse di un’unica affascinante idea: creare racchiude in sé arte, pensiero e follie dell’animo umano. Una magia eterna.

In esposizione, ritenute ispirate dalle Muse, c’erano opere scaturite dai tanti modi di tradurre pensieri astratti in statue, busti, fregi, gioielli, vasi, pitture. Accanto alle opere artistiche spiccava il contributo di pensatori e scienziati antichi, sempre attivi nella ricerca. 

Poi - ed ecco il nuovo, ancor più importante - la rassegna avviò l’esplorazione di temi secondo progetti che coniugavano il rigore scientifico dei tempi passati con le più aggiornate strategie della comunicazione odierna. I numerosi saggi nel Catalogo - intitolato come la mostra: Musa pensosa. L’immagine dell’intellettuale nell’antichità, a cura di A.Bottini, Electa, 2006 - affidati a specialisti e corredati da un efficace apparato fotografico, danno conto del loro transito nella cultura e nell’arte moderna o contemporanea.

Ormai ne sto discutendo pure con chi ritiene che le Muse si possono paragonare ai santi ‘patroni’ di città e borghi che ne festeggiano le ricorrenze annuali, santi di proprietà quasi esclusiva di ciascuno, non solo quando se ne porta il nome per tradizione familiare ma perché si crede di poter rivolgersi soltanto a loro per specifiche necessità individuali. 

Serissimo comunque è diventato il problema psicologico di dove siano finite oggi le nove Muse, che insieme al dio Apollo avevano dimora in un luogo preciso dominante la sacra città di Delfi al centro della Grecia, il Monte Parnaso, raffigurato in numerose opere d’arte tra cui il celebre affresco di Raffaello nella Stanza della Segnatura in Vaticano (1510-1511) (nell’immagine) che rappresenta Apollo seduto mentre suona la lira con l’alloro sul capo, circondato dalle Muse e da poeti antichi e moderni, tra cui Omero, Saffo, Virgilio, Dante, Petrarca e altri presso la Fonte Castalia, simbolo della poesia come fonte di conoscenza e continuità.

Stando a Jung, le Muse si sono inabissate nell’inconscio profondo, da dove riaffiorano nelle nostre nevrosi e nei nostri malesseri, specialmente nella principale malattia dell’anima, la depressione, che tra l’altro penetra in tutte le forme d’arte più attuali.    

Non aveva quindi torto lo studente nel gridare dal fondo dell’aula che credeva nelle Muse, trovando consensi che portarono all’idea della suddetta Mostra “Musa pensosa”. Né è stata per me solo un banale sbaglio tipografico l’espressione Le Nuove Muse. Anzi, come prima ho accennato, mi ha riportato a ricordi lontani, di quando abitavo nel cosiddetto Palazzo Ottocentesco affacciato sulla prima traversa a sinistra del Viale Principe di Napoli andando verso la Stazione Ferroviaria Centrale dopo Piazza Bissolati: se ne conservano poche preziose fotografie con un balconcino azzurro al primo piano e le finestre.

Quella strada è dedicata a Traiano Boccalini, ProtoGovernatore Pontificio di Benevento nel 1597 (la data sulla targa civica è inesatta). Letterato anticonformista non gradito ai poteri dominanti nello Stato della Chiesa, ne subì infatti conseguenze pesanti perché non esitava a criticare persone e istituzioni politiche, religiose e filosofiche, dimostrando la loro mancanza di volontà o incapacità di portare cambiamenti. 

Nel suo libro più famoso Traiano Boccalini racconta che il dio Apollo, vedendo crescere la disperazione dell’umanità a causa di discordie e guerre continue, decise di far accedere filosofi e sapienti sul Monte Parnaso, sede sua e delle Muse, per proporre al mondo una riforma rivoluzionaria, la pace. Il libro intitolato De’ ragguagli di Parnaso fu ristampato con modifiche a Venezia nel 1614 e diffuso in seconda edizione.

Evocate oggi in me non soltanto dalla personalità di Traiano Boccalini, potrei dire che le Muse mi sono state vicine in quella strada a lui dedicata e che lì resteranno per sempre, anche dopo la demolizione attualmente in corso del Palazzo Ottocentesco, perché proprio in quel palazzo sono nato e ho trascorso i primi due anni della mia vita. 

ELIO GALASSO