Cronaca di una tempesta annunciata quella del test per il semestre filtro a medicina Società

Cronaca di una tempesta annunciata quella del test per il semestre filtro a medicina. Mentre studenti e genitori scendono sul sentiero di guerra per contestare la riforma e gli esiti a loro dire catastrofici, la ministra Anna Maria Bernini in aula al Senato martedì 9 ha lanciato una scialuppa di salvataggio per chi non ha superato tutti gli esami ammettendo in graduatoria anche gli studenti con due sole sufficienze. Sotto Natale potrebbe arrivare un Dm del Mur in quanto il semestre aperto è cominciato a settembre e «finisce a febbraio, con l’eventuale recupero dei debiti formativi entro quella data».

In soldoni, una volta noti i risultati del secondo appello, potrebbe esserci un decreto ministeriale correttivo del precedente che consenta l’ammissione con riserva in graduatoria anche di chi ha superato solo due esami (e poi a scalare anche uno solo) purché si recuperi entro la fine del semestre il debito (o i debiti) formativo accumulato.

Se in altri Paesi si contesta l’eccesso di difficoltà dei test di ammissione a medicina, qui da noi si punta il dito in direzione opposta. Le critiche vanno a interessare il grado di preparazione degli studenti. In entrambi però emerge un dato comune che riguarda la credibilità dei test d’ingresso e la loro capacità di valutare in modo corretto i candidati. In Italia, dalla legge sul numero chiuso (che avrebbe dovuto essere “programmato”) approvata nel 1999 dal governo D’Alema fino alla riforma Bernini che da quest’anno ha introdotto il nuovo sistema del semestre filtro, il test continua a dividere e negli anni si è tentato anche di mettere in discussione.

Chi non ha lesinato parole sferzanti è stato più di tutti il professor Roberto Burioni, ordinario di microbiologia e virologia al San Raffaele di Milano, il quale rifuggendo da parole diplomatiche sui social sta scatenando ulteriori polemiche. «Nel mondo vero non basta l’impegno e il sacrificio, ci vuole il risultato». Ad avercela di più è soprattutto con quei genitori rei, secondo Burioni, di aver voluto «una scuola non selettiva – dando addosso a ogni insegnante minimamente severo – che non gli ha chiesto di studiare perché l’importante era esprimere la propria personalità, approdando infine a una maturità che tra mille paure ha promosso il 99,98 per cento di loro». E ancora rincarando la dose, per i genitori che si sono lamentati degli esami «i figli sono povere vittime, devastati da tre esami in un pomeriggio (poverini!) e io me li vedo al pronto soccorso che chiedono al paziente di sanguinare meno sennò si stressano e gli viene l’ansia».

Concludendo: «La selezione, che avete accuratamente evitato, è arrivata ora. Due su tre non entreranno, e un esame che elimina il 66 per cento dei candidati non è impossibile, ma è decisamente selettivo». Burioni porta come esempio uno dei quesiti sulla formula chimica del sale da cucina per sottolineare quanto in realtà «molte domande di questi “difficilissimi” test sono di una facilità imbarazzante». Ribadendo: «Il discorso non è sulle modalità di selezione a medicina, ma sul livello spaventoso di ignoranza dimostrato dai partecipanti alla selezione», e rivolgendosi ai genitori: «Fateli sfogare per una settimana e poi invitateli a studiare seriamente per il prossimo anno, dicendo loro che non sono più alle elementari».

Intanto uno studio congiunto dell’Università di Torino e di quella del Piemonte Orientale a Novara dimostra che, per quanto imperfetto, il sistema di sbarramento all’ingresso rimasto in vigore per 25 anni non era una lotteria affidata al caso, ma aveva una buona capacità predittiva, nel senso che chi passava il test aveva ottime chance di laurearsi presto e bene, mentre chi restava fuori avrebbe faticato molto di più a portare a termine gli studi.

GIANCARLO SCARAMUZZO
giancarloscaramuzzo@libero.it