I social sotto processo Società
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Sin dalla loro nascita, parliamo oramai di oltre vent’anni fa, i social media sono stati accusati in più occasioni. A loro sono state addossate le più svariate colpe: instupidiscono i giovani e gli adulti, sottraggono tempo allo studio, alla lettura o ad altre attività, spingono gli utenti ad isolarsi dalla realtà in favore di una vita nel mondo virtuale, addirittura sarebbero la causa primaria del calo nel quoziente intellettivo degli adolescenti, mediamente meno intelligenti dei loro genitori e nonni. E sul banco degli imputati sono finiti in più occasioni, e non metaforicamente, in seguito ad episodi di cyberbullismo, revenge porn o suicidi di giovanissimi.
Da più parti sta avanzando la richiesta di proibirne l’uso ai minorenni. L’Australia è stata la prima a vietare l’iscrizione ai social media ai minori di 16 anni, seguita recentemente dalla Francia. Ed in Italia un simile divieto è già in discussione. Ma stavolta, l’accusa contro Facebook, Instagram, TikTok, X e Youtube è ben diversa: i social producono in chi ne fa uso dipendenza, al pari di alcol, tabacco o droga.
Una diciannovenne statunitense, la cui identità è rimasta riservata per ragioni di privacy, ha infatti intentato causa contro i big dei social media accusandoli di averle rovinato la vita. Assidua utente dei social da quando aveva 11 anni, oggi infatti non può più fare a meno di scrollare compulsivamente il suo smartphone in preda alla spasmodica frenesia di controllare le notifiche, il feed, seguire le storie e condividere i post.
La sua situazione, se guardiamo bene, è comune a molti, non soltanto fra i suoi coetanei. Oggidì una persona che per un qualsivoglia motivo sia costretta a fare a meno dello smartphone per un certo periodo (non solo a causa di un furto o uno smarrimento, ma in una qualsiasi situazione in cui, pur avendolo in tasca, è obbligata a tenerlo spento o a non utilizzarlo), soffre né più né meno di un fumatore accanito che resta a lungo in un’area per non fumatori. La sofferenza è quasi fisica, oltre che psicologica.
Siamo arrivati al punto che non spegniamo lo smartphone quando andiamo a dormire e la mattina appena svegli lo prendiamo in mano ancora prima di lasciare il letto, per controllare le notifiche (chissà quali imperdibili novità sono accadute durante la notte). Chi va al cinema o a teatro difficilmente riesce a resistere per tutta la durata del film o dello spettacolo senza tirar fuori dalle tasche almeno una volta il telefono. E quando siamo a tavola, lo smartphone è un commensale fisso, allocato di solito accanto al bicchiere o al tovagliolo.
Facciamoci una domanda e rispondiamo onestamente a noi stessi: quanto tempo siamo in grado di resistere senza usare lo smartphone? Ore? Minuti? Ecco dunque che l’accusa della giovane statunitense non sembra poi così campata in aria. Cosa decideranno i giudici ai quali è stata sottoposta questa causa? E, nel caso giungessero alla decisione che sì, i social media effettivamente producono dipendenza, quali conseguenze legali avrebbe una tale sentenza?
Stiamo parlando degli Stati Uniti, ma sono certo che questa causa avrà delle ripercussioni in tutto il mondo. Presupponendo che sia improbabile l’instaurazione di un proibizionismo dei social (il precedente dello scorso secolo con l’alcol non andò a finire bene, e comunque gli interessi economici in ballo sono davvero enormi), immagino che tuttalpiù potremmo aspettarci l’imposizione alle aziende social di limiti all’utilizzo delle piattaforme. Limiti d’età per gli utenti, limiti al tempo d’utilizzo giornaliero, limiti al numero di post pubblicabili ogni giorno. Nulla di drastico, intendiamoci, ma in qualche modo un tentativo d’arginare un trend che sembra ormai inarrestabile.
O forse i miei timori sono esagerati. Magari domani l’unica conseguenza prodotta da questa causa sarà che ogni social media mostrerà nell’home page la scritta: “I social nuociono alla salute e provocano dipendenza. Prova a smettere”.
CARLO DELASSO

24/02/2026