Morire a scuola Società
![]()
La vicenda non poteva essere più tragica: a La Spezia, un ragazzo viene accoltellato da un coetaneo mentre si trova in classe, nella sua scuola e muore in ospedale, in seguito alla grave ferita. Un omicidio a scuola. Una cosa inaudita in Italia. Un’aggressione all’arma bianca: il feritore ha portato un coltello da casa, deliberatamente, premeditando di usarlo contro il rivale in amore. Futili motivi, si dice in questi casi ed è un’aggravante dell’omicidio premeditato.
Probabilmente l’aggressore, un ragazzo anch’egli, ha scelto di agire a scuola, perché era sicuro di trovarvi il suo contendente. Ora si viene a sapere che feritore e ferito sono figli di immigrati, ma frequentavano la scuola ed erano nel nostro Paese da anni.
Altri episodi di cieca violenza sono stati perpetrati da bande di giovanissimi nord africani a Roma, dove, alla Stazione Termini, due malcapitati sono stati oggetto di brutali aggressioni a calci e a pugni, solo perché si sono trovati a tiro di questi ragazzi, forse esaltati da droghe, con una rabbia in corpo da sfogare senza freno. Forse l’episodio di La Spezia di oggi non ha rapporto con queste altre vicende; nel caso di Roma infatti una banda di giovani balordi, seconda generazione di immigrati, spesso nati qui in Italia, aggredisce degli sconosciuti, ma certamente per loro riconoscibili come italiani; nel caso di La Spezia i protagonisti sono sempre figli di immigrati, ma frequentano la scuola, fanno il loro percorso di studi, come gli altri. Ma altro che integrazione! Altro che educazione all’affettività! Il giovane maschio vuole mettere in chiaro che a possedere la femmina che gli piace sarà lui e non l’altro e risolve col coltello. Non ha ritegno di commettere l’aggressione a scuola, un luogo sacro, dove si va per studiare, non per accoltellare i compagni. Perché tutta questa violenza? Perché forse come un virus, si respira nell’aria. Non siamo più capaci di dominare l’ira. Il rispetto dell’altro, la cortesia, l’educazione hanno lasciato il posto ad atteggiamenti opposti e negativi. La rabbia e la frustrazione producono, come in esseri primitivi, il bisogno di vendetta. Stiamo abdicando alle facoltà razionali?
Il malessere che pervade i giovani, oggi, è palpabile e non riguarda solo gli immigrati di seconda generazione, ma moltissimi adolescenti avvertono un disagio profondo, reso più evidente durante la pandemia, non scomparso con il ritorno a una certa normalità. Nelle scuole proprio dalla pandemia si sono avute regole più restrittive. La cosiddetta “sicurezza” ha creato barriere ovunque, trasformando un luogo di libertà, come era la scuola italiana, in una specie di gabbia, piena di procedure burocratiche, non sempre comprensibili. Tutto è sottoposto a restrizioni e divieti, i rapporti personali sono diventati difficili; le gerarchie sono diventate sempre più rigide. La partecipazione democratica, raggiunta coi decreti delegati, si perde in vuoti formalismi. Si è smarrita la capacità di dialogo; le sedi deputate a questo: le assemblee degli studenti, i consigli, i collegi sono svuotati della capacità di proporre alternative, ma servono a registrare solo l’assenso a decisioni già prese. Fuori dalla scuola, è ancora peggio: la politica sta mostrando il suo lato degradato, consentendo la continuazione ereditaria di posti di rappresentanza democratica; i patti e le alleanze sono disattesi dagli stessi che li avevano stretti. La prova di forza ha sostituito la diplomazia; i massacri hanno chiuso le bocche agli oppositori. Cassandra avrebbe gioco facile a predire sciagure e dovremmo crederle, se la scuola da luogo di formazione diventa luogo di morte, di violenza, di sopraffazione.
PAOLA CARUSO
Foto: L’accoltellatore fotografato prima del gesto e la vittima

17/01/2026