Una canzone d’amore vince Sanremo e divide l’Italia Società
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Bisognerebbe chiedere ad Aldo Cazzullo se gli piace il babà, perché credo che ai matrimoni dei camorristi napoletani sia un dolce che non può mancare, come la pastiera. Inoltre bisognerebbe sapere se è di suo gradimento lo sfondo del Vesuvio sul Golfo di Napoli, perché anche quello è immancabile. Ci sta! Napoli, infatti, come dice Pino Daniele in una sua straordinaria canzone, è “mille culure”.
È una grande madre accogliente, è creatrice di bellezza, come ci ricorda Paolo Sorrentino nel suo film Parthenope, ma è anche sordida, violenta, fenomeno antropologico: la tombola dei femminielli o l’influencer Rita De Crescenzo.
Poi c’è la grande arte: il teatro di Eduardo e di Raffaele Viviani, accanto al quale c’è pure la farsa di Petito e di Scarpetta, fino al teatro popolare della sceneggiata, con il suo re indiscusso Mario Merola, la cui fisicità tradiva la sua origine di scaricatore del porto di Napoli. Napoli è bella, ma senza i napoletani? O sono proprio loro a renderla bella, con le voci sguaiate dei vicoli o quelle melodiose delle poesie di Salvatore Di Giacomo.
La lingua è la stessa, ma può essere quella sgradevole e odiosa della camorra o quella raffinata e illustre delle fiabe di Giambattista Basile e di tutti i suoi grandi scrittori. La Napoli post bellica, con personaggi miserrimi come Lina Cerullo ed Elena Greco, protagoniste indimenticabili della saga di Elena Ferrante, ha prodotto una dicotomia magistralmente descritta nei quattro volumi de L’amica geniale: una vita devastata dall’abbrutimento, dalla delinquenza, dalla violenza per Lina o quella volenterosa, tormentata e caparbia per Elena, che l’Università, la cultura alta è riuscita a sottrarre al destino doloroso capitato alla sua amica del cuore.
Non le stesse opportunità, non le stesse determinazioni possono a volte essere causa di sconfitte e successi nella vita. Alcuni, però, sono stati capaci di trasformare le condizioni difficili in arte, come Mario Merola e come Nino D’Angelo, ma anche Sal Da Vinci; tutti loro vengono da un mondo come quello descritto da Elena Ferrante e solo la loro caparbietà e capacità artistica li hanno resi beniamini di un pubblico che va oltre i confini di Napoli.
Tutti loro non hanno mai rinnegato le proprie radici e sono portatori di quel tipo di cultura popolare, di quel tipo di valori. Tutti loro si sono sposati giovanissimi, hanno legami familiari e parentali solidissimi.
È il loro modo di essere. Perché dovrebbero essere diversi?
È già sorprendente che Aldo Cazzullo, vice direttore del Corriere della Sera, il grande giornale milanese, trovi il tempo per scrivere stroncature sulla canzone che ha vinto Sanremo. Perché incarna valori non adatti ai tempi? Perché cantata con una grinta e una passione che vanno oltre le paludate performances di uno spettacolo visto dalla buona borghesia? Perché è semplice, immediata, orecchiabile, efficace, divertente? Perché sul web ci sono migliaia di maestri di ballo che hanno prodotto tutorial per insegnare a ballarla? Perché in Corea del Sud e America già spopola nei karaoke, portando non solo l’italiano, ma anche il napoletano in bocca agli stranieri?
Intanto un grandissimo della musica e del teatro: il Maestro Roberto De Simone volle Sal Da Vinci come protagonista nello spettacolo L’opera buffa del giovedì santo e ha scritto per lui la canzone Oh Marì.
Oggi a Sanremo ha spaccato, come si direbbe nel gergo. Peccato che qualcuno abbia avvelenato un momento atteso dal cantante da 50 anni. Sì perché a 57 anni, Sal Da Vinci ha alle spalle una carriera di 50 anni: sceneggiate, film, canzoni. Lui di arte ci vive, da sempre, sì!
PAOLA CARUSO

06/03/2026