San Stanislao Kostka a Benevento  Cultura

Entrando nella chiesa di San Domenico, in piazza Guerrazzi a Benevento, e aprendo la porta sulla sinistra, lo sguardo incontra una presenza inattesa: san Stanislao Kostka raffigurato agonizzante sul letto di morte, custodito entro una teca di legno e vetro, con un crocifisso nella mano sinistra. È una figura silenziosa, quasi appartata, ma proprio per questo capace di fermare l’attenzione. 

Per chi scrive, quella chiesa non è un luogo qualunque. In San Domenico ho sposato mia moglie Rossella; da quel matrimonio ho ricevuto in dono mia figlia Ginevra. Per questo ogni particolare di quel luogo ha finito, col tempo, per assumere un significato intimo. Tra questi particolari vi è proprio quella statua di un santo polacco che per anni mi ha incuriosito senza che io trovassi davvero il tempo o la decisione di approfondirne la storia.

Nella vita, però, accadono incontri che sembrano non essere cercati e che tuttavia arrivano con la forza di una chiamata. L’11 giugno 2026 ho trascorso un intenso e piacevole pomeriggio in compagnia del barone Giovan Battista Maria dell’Aquila Caetani d’Aragona. E’ stato un incontro nato nel segno della comune passione per la storia beneventana, uno scambio di doni, memorie, documenti e suggestioni. Al termine di quella giornata, quasi per una strana ironia della sorte mi sono ritrovato a prendere carta e penna per annotare una storia inedita legata proprio alla statua di san Stanislao conservata in San Domenico.Il racconto tramandato dal barone dell’Aquila è questo.

Nella casa del nonno, il barone Giovan Battista dell’Aquila senior, vi era una teca di legno contenente la statua di San Stanislao. La nonna paterna, la nobildonna Maria Boniello, donna di profonda devozione, volle conservarla al piano nobile del palazzo baronale di San Giorgio del Sannio.

La scultura proveniva dalla chiesa del Gesù, abbattuta nel 1927 per fare spazio all’attuale piazza Roma. Un tempo, l'edificio sacro era collegato al Palazzo dell’Aquila (oggi Bosco Lucarelli) tramite un passaggio sopraelevato privato, che permetteva alla famiglia di assistere comodamente alle funzioni religiose.
Il culto domestico del santo era vivo. In una famiglia numerosa, il nonno ebbe sedici figli, la statua era venerata, ma anche temuta dai bambini, che esitavano a entrare nella stanza in cui era collocata la teca. Uno dei fratelli del nonno portava il nome del santo, memoria oggi continuata nel primo figlio del barone. Maria Boniello, prima dei parti, si votava a san Stanislao, chiamandolo con affettuoso vezzeggiativo “Santo Lauccio”, nome poi entrato nel linguaggio familiare.

Fu proprio Maria Boniello, secondo questa tradizione, a chiamare il confessore della chiesa di San Domenico per donare la teca. Il sacerdote accettò l’omaggio, e da allora la statua sarebbe rimasta collocata all’ingresso della chiesa, dove ancora oggi accoglie i fedeli e i visitatori.

La figura rappresentata nella teca, però, merita da sola attenzione. Stanislao Kostka nacque in Polonia nel 1550, in una famiglia nobile. Mandato a studiare a Vienna presso i gesuiti, maturò giovanissimo il desiderio di entrare nella Compagnia di Gesù. La sua vocazione incontrò l’opposizione familiare; egli allora lasciò Vienna e, dopo un passaggio a Dillingen presso san Pietro Canisio, raggiunse Roma. Qui fu accolto nel noviziato gesuitico da san Francesco Borgia. Morì a soli diciotto anni, nella notte tra il 14 e il 15 agosto 1568, consumato da una breve malattia e già circondato da fama di santità.

La sua è una santità fatta di giovinezza, determinazione e fuga, intesa non come evasione, ma come fedele risposta a una chiamata. È il santo che cammina controcorrente rispetto alle logiche del mondo pur di seguire la volontà di Dio; un giovane che, pur senza una lunga biografia alle spalle, ha saputo concentrare in pochi anni una maturità spirituale così profonda da essere interpretata, dalla devozione del tempo, come un segno prodigioso.

La sua canonizzazione avvenne il 31 dicembre 1726 sotto il pontificato di Benedetto XIII (al secolo Pietro Francesco Orsini), figura indissolubilmente legata alla storia beneventana, il cui avo Matteo Rosso Orsini aveva sposato, nel duecento, la contessa Giovanna dell’Aquila.

Orsini, domenicano, era stato arcivescovo di Benevento dal 1686 fino alla sua elezione al soglio pontificio nel 1724. Anche da papa conservò un legame straordinario con la diocesi beneventana. Che proprio lui abbia canonizzato Stanislao Kostka aggiunge, per Benevento, un ulteriore filo di senso: il santo polacco venerato in San Domenico fu elevato agli onori degli altari da un pontefice che Benevento ha sempre sentito profondamente proprio.

La giornata della canonizzazione fu solenne. Nella basilica di San Pietro si svolsero le funzioni pontificie, precedute da un maestoso apparato liturgico e simbolico. Il Vaticano fu ornato con drappi, medaglioni, simboli e immagini legate ai santi canonizzati. 

Per Stanislao Kostka furono predisposti medaglioni che richiamavano episodi della sua vita e della sua devozione: la protezione di Leopoli dalle fiamme, l’estasi d’amore divino, la comunione ricevuta dagli angeli durante il viaggio verso Roma, l’incontro mistico con il Bambino Gesù tra le braccia della Vergine. Non si trattava di semplice decorazione: era un racconto visivo della santità, una catechesi per immagini destinata al popolo e alla corte pontificia.

La solennità del 31 dicembre 1726 non riguardò solo Stanislao. Insieme a lui fu canonizzato anche Luigi Gonzaga, altro giovane santo gesuita. Entrambi furono presentati come modelli di purezza, decisione vocazionale e ardore spirituale. È significativo che nel secolo della grande teatralità barocca la Chiesa abbia scelto di proporre al mondo due giovani non come figure marginali, ma come esempi centrali di vita cristiana.

Un’altra coincidenza, oggi, colpisce. Il 2 luglio 1990 papa Giovanni Paolo II, primo papa polacco della storia, venne in visita pastorale a Benevento. In quella giornata incontrò la città, i fedeli, il clero, i giovani, gli ammalati e celebrò l’Eucaristia nello stadio cittadino. Eppure, almeno nella memoria pubblica di quella visita, non sembra essere emerso alcun riferimento alla presenza, nella chiesa di San Domenico, di una statua dedicata proprio a un santo polacco, sarà sfuggito questo legame tra Benevento e la Polonia, due papi legati da un filo rosso invisibile, Orsini e Wojtyła.

Ma ora resta il valore di una storia riemersa. Una statua davanti alla quale si passava quasi distrattamente torna a parlare. Il “Santo Lauccio” della devozione della famiglia patrizia beneventana, diventa san Stanislao Kostka, giovane polacco della Compagnia di Gesù, canonizzato per volontà specifica di papa Orsini e custodito, in forma silenziosa, nel cuore di Benevento.

CESARE MUCCI