Un'iscrizione inedita nel convento della Madonna delle Grazie Cultura

L’amica e collega Paola Bagnoli mi ha segnalato di aver visto un’iscrizione nel giardino del convento francescano della Madonna delle Grazie. Recatami sul posto, ho potuto constatare che si trattava di un’iscrizione antica e per giunta inedita. È una lastra di calcare grigio di forma rettangolare. La parte superiore del blocco è mancante, il retro liscio. A entrambi i lati, nella metà inferiore, presenta sbozzature sporgenti. Misura 64 cm di altezza, 46,5 cm di larghezza, 32 cm di profondità. Reca 11 righe di scrittura e dovrebbe essere datata tra I e II sec. d. C. La difficoltà di lettura, vista la consunzione della superficie, i solchi e le fratture, è resa maggiore da uno strato di vernice verde che è colato su gran parte dello specchio epigrafico non inquadrato da cornice. Il blocco è posto nel giardino in una sorta di assemblaggio con altre pietre del medesimo colore e materiale. Ai piedi della nostra iscrizione, c’è un blocco di piccole dimensioni che reca anch’esso i segni di sole tre lettere.

Ho sottoposto la mia prima faticosa lettura a due massimi esperti di epigrafia: il prof. Heikki Solin, emerito di Filologia Latina dell’Università di Helsinki, e il prof. Giuseppe Camodeca, emerito di Storia Romana ed Epigrafia latina dell’Università L’Orientale di Napoli.

Grazie al confronto con i due illustri studiosi, che hanno corretto e integrato alcuni punti della mia prima lettura, possiamo avere un testo abbastanza sicuro, ma si dovrà aspettare lo studio del prof. Camodeca per avere la certezza definitiva su quanto i nostri antenati ci hanno tramandato. 

I prof. Solin è intervenuto sulla lettura del nomen della linea 4 e sul cognomen della linea 8; il prof. Camodeca ha risolto le letture dei nomina alle linee 5, 7, 9 e dell’intera linea 10. Punti intercalari sono distribuiti regolarmente tra ogni nomen e cognomen, per le prime 10 righe, per quanto è possibile vedere, mentre sono presenti tra A e V, tra D e B e tra M ed F nella riga 11. Il cognomen della prima riga è praticamente scomparso a causa della frattura del blocco in quel punto e anche le quattro ultime lettere del gentilizio sono assai incerte.

Pertanto il risultato è il seguente:

Maxịṃịạ [---]
Cattiena  Proma
Vibia Thais
Mamidia Iucunda
5 Munatia Iucunda
Caucia Felix
Caesetia Iucunda
Lucretia  Firma
Messia Stibas
10 Aemilia Iucunda
a d d b m f̣

Si tratta, come si vede, di dieci nomi femminili, alcuni di probabile estrazione libertina, alcuni gentilizi dei quali veramente singolari e rarissimi. È il caso di Cattiena, della seconda riga, presente solo in due iscrizioni romane, di cui due volte al maschile, e Caesetia, un gentilizio che ricorre solo in 22 iscrizioni, molte delle quali romane, anche nel derivato Caesetianus. Altri invece sono molto comuni a Benevento, come Vibia, da Vibius, che ricorre anche nella variante Vibbius.

Molto problematica l’interpretazione dell’ultima riga, costituita da più abbreviazioni di incerto scioglimento.
Chi erano queste dieci donne? Forse membri di un collegium femminile, una confraternita, che poteva avere finalità religiose o funerarie. Allo stato, non si può rispondere a questa domanda. Dove è stata trovata l’iscrizione? Viene dal giardino del convento o è stata trasportata lì da fuori?

Ricordiamo che nell’area della Basilica esisteva la chiesa longobarda dei Santi Quaranta che sorgeva sui resti di un criptoportico, che fu sventrato dai bombardamenti. Non si è certi della destinazione di quegli ambienti, molto spesso interpretati come foro boario. Sotto l’Istituto Industriale “G. Alberti”, a mia memoria, esistono ambienti sotterranei con mura in opus reticulatum, viste nel 1984 insieme all’allora ispettore archeologo della Soprintendenza, Antonio Varone. Tutta l’area intorno alla Basilica delle Grazie cioè è ricca di importanti resti non ancora sistematicamente studiati, ma spesso lasciati al vandalismo.

È il caso dei Santi Quaranta, intorno ai cui resti per un periodo di diversi anni si sono svolti festosi raduni giovanili, non proprio adatti a un monumento in stato così precario. Ma c’è di più: secondo la mia ricostruzione, il materiale archeologico presente nel giardino: le colonne di granito grigio simili a quelle di Santa Sofia; un gigantesco rocchio di colonna di calcare simili a due altri pezzi inglobati alla base di una casa del centro storico e anche la nostra iscrizione potrebbero essere ciò che resta del patrimonio archeologico raccolto da Francesco Corazzini tra 1861 e 1877 ed esposto in un primo tempo sotto i portici del Liceo classico, dove egli insegnava, e che era in Piazza Roma, presso l’ex collegio dei Gesuiti.

Poi quando il preside Filippo Samanni fece sgomberare nel 1889 dai portici del Liceo la collezione epigrafica e il resto che Corazzini aveva faticosamente sistemato e catalogato, il materiale fu portato proprio dai frati del convento delle Grazie. Può darsi pure che mentre Meomartini allestiva la Rocca dei Rettori come prima sede del Museo nel 1893, alcune cose ritrovate in quegli stessi anni non furono portate nell’androne della Rocca, già troppo ingombro e sono rimaste là dai frati in deposito e infine dimenticate, visto anche il loro peso non indifferente.

Tutte le iscrizioni raccolte da Corazzini fino al 1877 furono debitamente trascritte e compaiono nel CIL. Altri reperti, recuperati negli anni in cui Corazzini non era più in città, forse furono comunque portati presso i frati e questa iscrizione era fra questi, pericò nei repertori digitali non compare. A detta dei frati che mi hanno accompagnato in una nuova ricognizione, padre Davide Panella e padre Antonio Tremigliozzi, Provinciale del Sannio e dell’Irpinia, questi reperti, a loro memoria, sono da sempre stati nel giardino. In attesa di riscontri documentali, quanto detto sulla loro storia resta una mera supposizione.  

PAOLA CARUSO