Il convivio pasquale tra mito e rito In primo piano

Nei rituali pasquali, l’alimentazione, in modo particolare, si viene ad intrecciare continuamente con la mitologia, pagana, cristiana o ebraica che sia. Lo stesso sacrificio dell’agnello attraversa, trasversalmente, tutte le culture mediterranee.

Da quella mesopotamica alla greca, dalla cristiana alla giudaica e fenicia, il sangue dell’animale sacrificato ha, insieme, un valore purificatorio e propiziatorio.

Ecco l’agnello di Dio - esclama Giovanni il Battista - ecco colui che lava i peccati del mondo”, riferendosi al Gesù “sotiros”, al Gesù salvatore dell’umanità. Tra gli animali domestici, l’agnello era quello che maggiormente rispondeva ai canoni sacrificali, così mansueto e senza difese, senza artigli e senza corni, era ritenuto ideale per gli altari votivi.

Il cibo pasquale, quale alimento devozionale per eccellenza, viene a gettare un  ponte tra mito e rito, mettendo in luce l’intreccio, fecondissimo, tra sacro e profano, tra cristiano e pagano, tra ebraismo e culti mediterranei.

A ben riflettere, la festività pasquale ha tutte le caratteristiche delle mediterranee feste di primavera, plasmate, influenzate dal dramma di ‘morte-rinascita’ insito nelle leggi di Madre Natura. Pensiamo al mito, fortemente radicato nella cultura mediterranea, del Dio che muore e rinasce, come l’anatolico Attis o il fenicio Adone: due divinità perite di morte violenta, dal cui sangue versato risorgerà la vita. L’analogia con il mitologema salvifico della Pasqua cristiana è quasi impressionante. Sarà proprio sul retaggio di questi antichissimi culti agrari che il popolo ebraico indirà la festa di Pesah, coincidente con il primo plenilunio successivo all’equinozio primaverile. Una festività che celebra, dunque, il passaggio dall’inverno alla primavera: la parola ‘pesah’ vuol dire “passare oltre”.

Come tutti i riti di passaggio, anche la Pesah era caratterizzata da offerte e sacrifici al dio, tra cui l’immolazione degli agnelli appena nati.  Un’usanza, questa, ripresa e cristianizzata nell’Antico Testamento. Il libro dell’Esodo fa chiaro riferimento al sacrificio di “un agnello maschio, nato nell’anno”, da immolare al quattordici del mese di Nisan, ossia dopo l’equinozio di primavera, tra marzo e aprile.

In questa notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco: la mangeranno con azzimi ed erbe amare” scandisce il Signore a Mosé e ad Aronne. Da allora, saranno questi i cibi rituali della cena pasquale ebraica o ‘haggadah’. Il sangue dell’agnello sacrificato, contrassegnando le abitazioni degli ebrei, segnerà la salvezza del popolo d’Israele in terra d’Egitto. 

A proposito dell’ “agnus dei”, il Signore si raccomanda di non spezzarne alcun osso, ma di arrostirlo intero “con la testa, le gambe, le viscere”. Mai la parola di Dio sarà più esplicita di così in campo culinario!
Per quanto riguarda la tradizione del pane azzimo, va fatta risalire anch’essa ad antichi culti agrari pre-cristiani. In particolare, questa va ricollegata ad una festa della mietitura in voga nella terra di Canaan, durante la quale era uso nutrirsi di pane del nuovo raccolto, non fermentato. Mentre, secondo la versione cristianizzata, durante la fuga dall’Egitto, gli ebrei non avrebbero avuto il tempo di far lievitare il pane, per cui lo mangeranno azzimo.

Le erbe amare, invece, verrebbero ad interpretare le sofferenze patite dal popolo ebraico durante la schiavitù in Egitto. Va, comunque, ricordato come la raccolta delle erbe rientri tra i principali e più caratteristici rituali di primavera del mondo mediterraneo. Ancora oggi, nelle zone interne della Campania, è d’uso introdurre il pranzo pasquale con una minestra di erbe campestri o selvatiche. Inoltre, dalle tavole del nostro sud sono, ancora oggi, immancabili le torte dolci e salate rigonfie di uova, come il “casatiello”, il “tortano”, la “pizza piena”, la pastiera. L’uovo, ricordiamo, è il più antico simbolo vitale della storia dell’umanità. “Omne vivum ex ovo”, “tutto ha inizio dall’uovo” recita un antichissimo proverbio vedico. fuoco. Per i popoli antichi, l’uovo era simbolo di fecondità e di vita, per cui veniva consumato per celebrare l’arrivo della primavera, della rinascita del ciclo vegetativo.

Secondo Mircea Eliade, storico delle religioni, l’uovo sarebbe l’archetipo della creazione. Nelle catacombe romane sono state rinvenute uova di marmo, simbolo della rinascita del defunto.

Secondo la mitologia  cristiana, l’uovo si viene a configurare come il simbolo stesso della resurrezione  divina. La devozionalità cristiano-ortodossa attribuisce un’enfasi particolare alla decorazione ed alla benedizione delle uova pasquali, preservandone il profondo significato sacrale. 

Le mitiche uova dipinte di rosso, simbolo della Pasqua greco-ortodossa e russa, hanno, insieme, un valore propiziatorio, beneaugurate ed apotropaico, retaggio di remotissimi culti primaverili.

Un forte simbolismo è incarnato anche dalla colomba, altro elemento ineludibile della Pasqua cristiana, consumata, di solito, a fine pasto, sotto forma di morbido dolce.

Nell’antichità pagana, come ci ricorda Alfredo Cattabiani nel suo “Volario”, partecipava dagli attributi della Grande Madre, dell’amore e della fecondità. Per Greci e Romani era anche l’ideogramma della pace, della purezza dei costumi, della semplicità, della fedeltà coniugale.

Nel Medioevo prevalse il simbolismo  della colomba come Spirito Santo, già presente, del resto, nel vangelo di Giovanni dove si narra che il Battista vide scendere questo volatile sul capo del Cristo mentre lo battezzava nel fiume Giordano. 

Il rituale del banchetto di Pasqua si stempera così in una quotidianità fatta, insospettabilmente, di miti e  di riti antichissimi che si perdono nella notte dei tempi, tra pagano e cristiano, tra sacro e profano.

MARIA IVANA TANGA