IL NOVECENTO BENEVENTANO In primo piano

Su una estensione di 135 Km2, gli abitanti di Benevento (in calo negli ultimi anni) non arrivano a 55mila, la sua superficie agricola vede la disseminazione di numerosi fabbricati, quasi tutti abitati dai coltivatori della terra o da “benestanti” che hanno scoperto la bellezza del paesaggio e i vantaggi del contatto con la natura. A fianco di edifici tradizionali (nella fattispecie le famose masserie), non sono poche le ville multifamiliari talvolta semivuote per la tendenza dei più giovani a esperienze lontano da casa, anche fuori d’Europa. Per molti secoli la città vera e propria è vissuta (con tutti i suoi servizi commerciali) all’interno della cinta muraria caratterizzata da sette porte (numero di altre città famose del “mondo antico”).

Oltre alle mura, una misura protettiva era data dalla presenza di vari corsi d’acqua: oltre i fiumi Calore e Sabato, il San Nicola, il Corvo (rinominato Serretelle nel tratto finale che confluisce con il Calore a Pantano) e più in lontananza con il Tammaro. I punti di accesso con mezzi su ruota sono rimasti, anche con la comparsa della motorizzazione, solamente i due ponti a scavalco del fiume Calore a Nord e del fiume Sabato a Sud, nonché il modesto valico dell’Appia a Ponte delle Tavole con prosieguo in direzione Napoli-Caserta utilizzando la esterna Via delle Puglie.

Solo l’arrivo della ferrovia con la stazione centrale a seicento metri dal ponte Vanvitelli sul Calore mise in moto la edificazione di fabbricati ad uso delle segherie e delle lavorazioni del legno nella zona pianeggiante. Più vicino al ponte divenne significativo il movimento provocato dalla ubicazione del nuovo ospedale dei Fatebenefratelli lungo lo stradone verso la stazione. Benevento città pontificia non aveva grossi rapporti con Napoli. Alla località Epitaffio c’erano i servizi doganali.

Per andare a Roma con carri e carrozze si faceva la Via Latina, verso Telese, Cassino e via dicendo.

È il 1900 che muta la dimensione e la strutturazione della urbs beneventana. Qualcosa aveva fatto l’800 con l’abbattimento di alcune porte. L’esempio comprensibile a prima vista è l’abbattimento di Porta San Lorenzo, per l’avvio dei lavori del Tempio della Madonna delle Grazie (civium voto dicatum, a spese del Comune, la civitas) che dopo la guerra abbatte definitivamente il luogo di culto in onore di San Lorenzo, lasciando in vita solo il nome della strada (Viale San Lorenzo). L’altra porta che si abbatte e apre gli ingressi verso la cattedrale è quella posta in testa al ponte Vanvitelli. Da Sud è la porta del Castello che scompare per consentire la più consistente operazione di rinnovamento urbanistico con lo slargo del Corso Garibaldi dal teatro Comunale a salire fino al Castello medievale. Con il palazzo Roscio e il dirimpettaio palazzo della Prefettura (in realtà realizzato dall’Amministrazione Provinciale in vista di realizzare il sogno della Regione Sannio) si creano le premesse per “andare oltre”.

Prima con il raggiungimento del nuovo Viale alla Caserma del Regio Esercito (di fronte alla villa Comunale, gioiello del 1876), e poi con il prolungamento del Viale (rinominato degli Atlantici) fino alla chiesa dell’Angelo nel 1933.

Mentre negli stessi anni Trenta del ventesimo secolo si adocchiava l’area pianeggiante del Rione Costanzo Ciano (diventato poi Libertà), la superficie abitata della città di Benevento si configura tra la sponda destra del fiume Calore e i binari della ferrovia e la prospettiva in direzione di Nordest verso la zona collinare dove sorgeranno dapprima il Pontificio Seminario Regionale Pio XI e poi l’Ospedale Civile.

Conseguenza della guerra del ‘43, con gli sventramenti provocati dai bombardamenti e poi continuati con gli interventi di messa in sicurezza di fabbricati danneggiati, è stato il Viale Mellusi (prolungamento di quanto generato dai progetti del periodo fascista: via 24 maggio, piazza della Rivoluzione, poi rinominata Risorgimento, con i due edifici della scuola elementare Mazzini e della Gioventù Italiana del Littorio (GIL) e il Liceo Pietro Giannone. Lo sguardo a quello che poi sarà il Viale Mellusi è allungato sulle difficili scelte dei nuovi amministratori della città. Il Viale Mellusi, con tutto quello che ha gemmato verso il fossato del torrente San Nicola, è il più forte spostamento di popolazione cittadina, integrata dalla discesa in città dai paesi della provincia. Nei Rioni Libertà, Ferrovia, Mellusi sono custodite le tracce più significative del Novecento beneventano. Non è soltanto edilizia popolare (ma anch’essa ha i suoi pregi ed è comunque testimonianza della rapida civilizzazione-urbanizzazione del costume di vita delle masse popolari e dei borghesi provenienti dagli ambienti urbani pre-civiltà del WC).

Ebbene, bando alle banalizzazioni di abbascia e ‘ngoppa (abbascia a Stazione, abbasce e Palazzine, ‘Ngopp’ u spitale, abbascia a Madonna e ngoppa a l’Angelo).

In primis il Comune, ma ognuno per le proprie competenze, le varie Sovrintendenze ai Monumenti, l’Arcidiocesi si trovano di fronte ad un dovere istituzionale da elevare a interesse-orgoglio di ogni cittadino per consacrare tutto quanto sia testimonianza, in un secolo difficile come il Novecento, di una storia fatta di sofferenze, riscatti, obiettivi perseguiti e realizzati.

Il Novecento beneventano, come hanno dimostrato (tra gli altri) Raimondo Consolante e Francesco Morante, è degno di ogni possibile attenzione. Se ne faccia un programma ambizione di disvelamento, rilettura, valorizzazione, rammendo e manutenzione. Una bimba di quinta elementare della Sant’Angelo a Sasso si è vista assegnato dalla maestra qualcosa che si può estendere a tutte le scuole: una vecchia foto di una inquadratura del viale Mellusi e una nuova immagine dello stesso oggetto con i colori di un non inutile cellulare.

Vedere (le differenze) per credere.

MARIO PEDICINI