Odofredo La Vipera ed il caso dei lampioni ''Piccinato'' In primo piano

Avvertenza: i personaggi della storia sono di fantasia, a differenza dell’oggetto.

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Il treno procede ad andatura costante, cullando gli assopiti viaggiatori.

Odofredo La Vipera guarda dal finestrino il paesaggio irradiato dal bel sole campano. Il verde delle colline, le case sparse nella campagna, le alture del territorio sannita. Tutto sembra essere rimasto come quando da giovane universitario rientrava da Napoli.

Mutevoli come il paesaggio scorrono nella mente i ricordi, le immagini, i colori della sua terra, man mano che la meta si avvicina.

Il treno rallenta, poi arresta la corsa nella stazione di Benevento.

Dopo più di trenta anni finalmente a casa. Cuore in gola.

Scende, respira profondamente l’aria a lui così cara. Gli sembra di sentire gli odori dell’infanzia.

Chiama un taxi per raggiungere l’albergo che ha prenotato in centro, dove si fermerà per qualche giorno.

Il tempo necessario per definire la vendita della casa di famiglia.

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Il giorno dopo ha appuntamento allo studio del suo vecchio amico, avvocato Valerio Mascambruno, in tarda mattinata; quindi, ne approfitta per fare una passeggiata nella sua ritrovata Benevento, invogliato dal tiepido sole che lo riscalda.

Ripercorre il quartiere del Triggio, la Via Annunziata, la Piazza Piano di Corte, il Corso Garibaldi.

Rivede il Teatro Romano, l’Arco del Sacramento, l’Arco di Traiano (con a lato uno strano “mamozio”), la chiesa di Santa Sofia, la Rocca dei Rettori.

I ricordi si accavallano nella mente mentre cammina nei luoghi della spensierata gioventù.

E’ felice e di ottimo umore. Si sente ringiovanito di un secolo.

Decide di non farsi mancare niente. Fa un salto nella villa comunale, per immergersi nel polmone della città e bere alla fontanina, come faceva da ragazzo. Si ricorda di “Peppe meza recchia”, che all’uscita secondaria della villa vendeva “u spasso”, i semi ed i ceci tostati, offerti in coppi di giornale.

Sale per lo scenografico Viale degli Atlantici, con i suoi pini marittimi (che non sa essere scampati al tentativo di pulizia etnica dell’amministrazione comunale) fino alla chiesetta dall’Angelo.

La caserma Guidoni, la villa ed il palazzo Zamparelli, il vecchio carcere, i campi da tennis (ricorda il “torneo Strega”), con di fronte villa Pironti, poi la villa Perrotta, l’ex Seminario Regionale, la villa Colomba.

Sulla destra del viale ci sono ancora i giardinetti nei quali da ragazzo si intratteneva con gli amici in animate conversazioni sulla politica e su gruppi musicali.

Ripercorre i dedali di vialetti fra le aiuole, vede le giostrine installate per i bambini, che prima non c’erano. Alza lo sguardo verso il panorama e qualcosa lo turba.

Non ci sono più i lampioncini “Piccinato”, esempio di integrazione fra la bellezza e l’originalità dell’arredo con il contesto urbano, ma degli anonimi lampioni, assolutamente fuori luogo (“non se ponno vedè”).

Pensa che l’esposizione alle intemperie del clima e l’incuria dell’uomo li avranno distrutti, portandogli via uno spicchio dell’amata Benevento.

Resta perplesso. Si ripromette di chiedere informazioni all’amico avvocato, affrettandosi perché si è fatta quasi l’ora dell’appuntamento.

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L’avvocato Valerio Mascambruno, dopo aver finalmente riabbracciato il fraterno amico, ripercorso le tappe della loro gioventù e parlato degli affanni quotidiani, lo aggiorna sullo stato dell’arte. L’accordo per la vendita della sua casa di famiglia è stato raggiunto; sono stati definiti i termini e sviscerati gli aspetti trasfusi nella bozza del contratto preliminare che gli illustra, consegnandone copia. Resta da definire la data della stipula innanzi al notaio, da concordare con gli acquirenti dopo l’approvazione del suo contenuto.

Sistemati gli affari immobiliari, concordano di cenare insieme, perché il giorno dopo Odofredo ripartirà per Milano, dove oramai risiede da una vita.

Prima di lasciarsi, però, chiede all’amico informazioni sui lampioncini Piccinato. E si apre … il mistero.

Per quanto ne so i lampioncini Piccinato sono stati asportati, più di sei anni fa, dal Comune e sostituiti con altri, assolutamente anonimi e privi di valore artistico. Sono stati oggetto dell’interrogazione di un consigliere comunale al quale gli organi dell’ente hanno risposto: prima che erano in restauro, poi che dovevano essere reperiti i fondi per il restauro. Insomma, il tempo passa e la questione resta avvolta nella nebbia beneventana.”

Mentre l’amico avvocato sorride, credendo di averne soddisfatto la curiosità, Odofredo si rabbuia: “Ma come? La questione non può essere risolta calciando la palla in tribuna. L’architetto Luigi Piccinato, negli anni trenta del secolo scorso, ha modellato Benevento come uno scultore che trae dalla creta informe la sua creatura. Ne ha progettato l’urbanizzazione con un piano regolatore che ha armonizzato le diverse zone, valorizzando i gioielli dell’Arco di Traiano con la vicina chiesa di Sant’Ilario a Port’Aurea, del Teatro Romano e della Rocca dei Rettori; ha realizzato la piazza della Rivoluzione, oggi piazza Risorgimento, ed il bellissimo prospettico Viale degli Atlantici. Ha integrato l’edilizia con il verde pubblico, essendo particolarmente esperto nell’arte dei giardini. Insomma, ha preservato l’identità di una città storica delineandone la struttura che nemmeno la successiva urbanizzazione è riuscita totalmente a distruggere”.

E, come un fiume che oramai ha rotto gli argini, continua: “Qui non si tratta di qualche semplice lampioncino, ma di elementi di assoluto valore storico ed artistico che sono patrimonio dei beneventani, e, se mi permetti, di rispetto per l’illustre urbanista Luigi Piccinato, che tanto ha fatto per la città e che non merita di essere trattato in questo modo”.

Sì, ho capito” risponde l’avvocato, che cercando di calmarlo cade sulla classica buccia di banana, “ma cosa possiamo fare?”.

Mi meraviglio di te che sei avvocato. Se lo chiedi a me, nella mia ignoranza, ti rispondo: Primo, che si può scrivere al Comune affinché fornisca finalmente rassicurazione sull’esistenza dei lampioncini Piccinato, sulla necessità di un loro restauro, sullo stato dell’arte in ordine al reperimento dei fondi o alle operazioni di restauro, su tempi che non aspirino all’eternità. In meno di sette anni è stata restaurata la Cappella Sistina e qui non si riesce a restaurare alcuni lampioni? Secondo, che se la questione dovesse restare ancora avvolta nella nebbia beneventana si potrebbe diffidare il Comune e successivamente verificare una iniziativa giudiziaria a tutela di questa parte del patrimonio storico-artistico della città. Terzo, la cosa assolutamente da evitare è l’immobilismo, lasciando cadere la questione (ed i lampioni) nell’oblio”.

Travolto dall’inaspettata arringa dell’amico, Mascambruno risponde: “Meno male che sei laureato in economia e lavori a Milano, se no finiresti per rubarmi il mestiere, anche se la tua amata Benevento è oramai ridotta ad un laboratorio a “lenta lavorazione” per alcune cose, ed un cantiere “ad alta velocità” per altre”.

Recuperato l’aplomb meneghino Odofredo si scusa con l’amico, promettendo che a cena avrebbero soltanto rinverdito le loro avventure giovanili, ma, non riuscendo a trattenersi, aggiunge: “Quando verrò a Benevento a firmare il contratto farò una passeggiata sul Viale degli Atlantici e spero di ritrovare i lampioncini “Piccinato”. In ogni caso, rifletterò sul da farsi, se il miracolo non dovesse avvenire. E’ una promessa”.

E l’amico: “A me, sembra una più minaccia di un beneventano … con un grande cuore”.

Scatta l’abbraccio fra gli amici e, come nelle migliori favole, “vissero tutti felici e contenti”.

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Morale: la fantasia supera la realtà o la realtà supera la fantasia?

UGO CAMPESE