16/10/2014

Il Comune vende?

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Bisogna farci l'abitudine, ma è dura. Dopo aver messo in Costituzione l'obbligo del pareggio di bilancio dello stato, vogliono imporlo anche ai comuni. Ogni ragioniere (almeno della scuola di una volta) sapeva che il bilancio si chiama così perché è un quaderno che tiene conto delle entrate e delle spese e, alla fine della “partita doppia”, i totali delle due colonne devono coincidere. Così come la bilancia dell'orefice o del farmacista deve tenere i piatti perfettamente in piano, allo stesso modo chi amministra un comune (o lo stato) è tenuto a sapere, non perché lo dica la Costituzione, ma perché lo dice la “regola tecnica”, che cos'è e come si fa un bilancio.

Allo stesso modo un medico deve sapere come si fa una operazione chirurgica: di leggi, in tal caso, basta quella che disciplina l'organizzazione del corso di studi e dell'esame di abilitazione.

Poiché la cosa è talmente banale, si deve pensare che si invoca il pareggio per dire che non bisogna truccare i bilanci. Anche qui per la verità possono bastare le regole tecniche, taluna come la “universalità del bilancio” (tutto nel bilancio, nulla fuori dal bilancio) spiega la illiceità dei debiti fuori bilancio. Il riconoscimento di debiti fuori bilancio, manovra alla quale si dedica ogni consiglio comunale che si conosca, è conseguenza di cattiva amministrazione. Si autorizzano spese senza copertura, senza preventivamente provvedere ad una “variazione di bilancio”. Operazione prevista appunto per fare in modo che tutte le spese (ogni spesa) siano “coperte” (al momento dell'ordine).

Invece i debiti fuori bilancio sono (come proclamano sindaci e consigliere comunali) l'unica eredità certa delle precedenti amministrazioni. Ma anche l'eredità che toccherà in dote a chi verrà domani.

Un modo irregolare di tenere in piedi l'equilibrio (non diciamo il pareggio) del bilancio può consistere nella previsione di spese che si è sicuri di non poter fare: in questo modo si giustificano imposte e tasse alte. Lo stesso avviene se si fa il contrario. Cioè ritenendo di finanziare spese che non trovano copertura equivalente, se non iscrivendo in bilancio alla voce “entrate” crediti inesigibili (per lo più derivanti da liti annose che provocano soltanto nuove spese per pagare avvocati del libero foro).

Proprio l'esistenza (e la persistenza) di simili “accorgimenti” certifica, tuttavia, che un bilancio non è bilancio se non ha il “pareggio”.

E, tuttavia, un'altra regola tecnica (che ha imparato il ragioniere della scuola di una volta) impone la “verità del bilancio”. Se i bilanci di tutti gli enti locali e di tutti gli enti pubblici e dello stato sono infarciti di crediti inesigibili e di entrate solo immaginate, il risultato (cioè la somma di tutto) sarà quella cosa mostruosa che è il debito pubblico della nazione, per pagare i soli interessi del quale il Governo ogni mese fa altri debiti cercando in prestito sul mercato i soldi occorrenti. Il non rispetto dei principi “elementari” del bilancio porta, inesorabilmente, alla catastrofe.

Orbene, il Comune di Benevento, per far quadrare i conti (allo scopo ulteriore di avere prestiti pubblici: cioè per contrarre altri debiti), ha redatto una tabella con la lista dei beni di proprietà che ha deciso di mettere in vendita. Prova della condizione disperata in cui si trovano le cosiddette finanze municipali. Se si trovassero acquirenti, col mercato immobiliare in forte crisi, sarebbe una svendita. E, comunque, finché si parla di palazzo Bosco si può immaginare che ci siano possibilità di incontrare acquirenti, a partire dai commercianti che hanno in affitto i locali a piano terra.

Ma vi immaginate voi che ci siano acquirenti per impianti sportivi, quale il palazzetto Mario Parente, o il campo di calcio intitolato a don Ilario Gallucci? Quale reddito può dare un bene progettate e realizzato secondo finalità di consociativa gestione sociale, se non prevedendo un cambio di destinazione d'uso?

Allora, delle due l'una.

Se c'è la prospettiva di una “riqualificazione” dei beni in vendita (almeno di qualcuno), si è in presenza di regali già confezionati a beneficiari “incerti”. Ma, allora, sarebbe più logico, più onesto e più conveniente per le casse del Comune, fare prima il cambio urbanistico e poi procedere alla vendita. Faccio un esempio a bella posta provocatorio: il Gallucci da campo di calcio giovanile a centro commerciale o albergo, per tacer di civili abitazioni.

Se c'è la ferma intenzione di conservare la destinazione d'uso, alcuni beni in vendita non troveranno mai acquirenti. Nell'un caso e nell'altro è quasi certo che le vendite messe in programma dal comune non avranno esito positivo. Il risultato è che nel conto consuntivo ci sarà un buco. Che sarà riproposto nel preventivo successivo. E così di seguito.

La vendita dei beni del patrimonio immobiliare è sempre una svendita se l'offerta è sproporzionata rispetto alle possibilità della domanda. E' un volgare trucco, se la previsione di un ricavato improbabile è escogitata solo per consentire il famoso “pareggio”.

E, comunque, una strategia o un trucco devono formare oggetto di discussioni aperte. Qui ne va del destino della città, non solamente quello di un sindaco o di un paio di dozzine di consiglieri. Ci pensino i dirigenti, nella cui competenza rientra il pendant della responsabilità.

MARIO PEDICINI

mariopedicini@alice.it

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