23/11/2017

La nuova lettura del IV Novembre

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Tutti, una volta, sapevano che il IV novembre è il giorno della fine della prima guerra mondiale, essendosi l'esercito italiano attestato a Vittorio Veneto, dopo aver riconquistato il territorio perduto con la ritirata di Caporetto. La resa dell'Austria-Ungheria fu firmata a Villa Giusti, in una località vicino Padova chiamata La Mandria, il 3 novembre 1918, ma l'armistizio entrava in vigore, con la fine delle ostilità, il giorno dopo.

Benevento, nella sua toponomastica, ha sia il 4 novembre (la piazza tra il Palazzo dell'Economia e la Rocca dei Rettori) e sia Vittorio Veneto (la via che dal Viale Principe di Napoli conduce alla Colonia Elioterapica).

Tutto questo per dire che quello di cui vi racconteremo non può essere uno scherzo della memoria, ma è qualcosa di più serio che appartiene a quel processo di “aggiornamento” della storia per proporre la canonica “nuova lettura”, che naturalmente deve far comodo e corrispondere agli interessi di qualcuno.

Ci spieghiamo subito. Il 4 novembre di quest'anno è stato celebrato con la solita cerimonia ai piedi del monumento alla Vittoria (detto impropriamente dei caduti) di piazza Castello. L'annuncio ne è stato dato con un manifesto firmato da un “Comitato d'intesa fra le Associazioni Combattentistiche, Partigiane, e d'Arma della provincia di Benevento”, che vengono accuratamente elencate in calce.

Si dà il caso che “I Combattenti, i Decorati al Valor Militare, i Congiunti dei Caduti, i Mutilati e gli Invalidi di Guerra e le Vittime Civili di Guerra, i Protagonisti della Guerra di Liberazione e della Resistenza, i Reduci dalla Deportazione, dall'Internamento e dalla Prigionia”.

- ricordano quelli che “sacrificarono la loro esistenza  o provarono immani sofferenze per un'Italia libera, democratica, pacifica e indipendente e di nuovo protagonista rispettata nella comunità internazionale”;

- rivivono  “l'orgoglio del popolo italiano che ha portato con la lotta al nazifascismo, alla riconquista dell'indipendenza nazionale, della libertà e della democrazia”;

- perseveranonell'azione volta a trasmettere alle nuove generazioni gli alti ideali e i limpidi valori insiti nella memoria di quegli eventi che hanno caratterizzato la storia d'Italia e

- manifestano la riconoscenza di rito “alle Forze Armate, presidio delle istituzioni repubblicane, ai militari che all'estero rischiano la vita per la pace e la convivenza tra i popoli e le nazioni e a tutti i combattenti per la libertà”;

- auspicano che cessino i drammatici attentati di natura terroristica che da lungo tempo sconvolgono il mondo intero continuando a mietere vittime e provocando lutti e dolore”.

Voi chiederete: ma, a proposito della prima guerra mondiale, i combattenti, i decorati i congiunti e i mutilati che dicono? Nulla. Nessun accenno sfugge agli estensori del manifesto, certo figli del pacifismo buonista dei tempi nuovi, ai seicentomila morti e al milione di mutilati provenienti da ogni parte d'Italia che pagarono il prezzo di un evento che sanzionò la “prova di unione popolare” del giovane stato unitario. Via ogni rimembranza retorica al Grappa, al Carso, all'Isonzo e al Piave. Completamente dimenticati i sanniti ospiti dei cimiteri di guerra o dei sacrari militari eretti sui territori che furono per tre anni campi di battaglia.

Viene da chiedersi se le “massime autorità istituzionali” abbiano letto e abbiano lasciato correre per quieto vivere o per convinta condivisione. Sappiamo bene che da tempo è stata abolita qualsiasi possibilità di censura, ma sussiste intatto il dovere di un ristabilimento della verità. La solennità civile del 4 novembre non può dimenticare la sua origine storica e trasformarsi in una boldrinante melassa, nella quale trascinare magari la citazione papale della “inutile strage” a suggellare una tacita sconfessione del significato sacrificale della Grande Guerra nella coscienza civile di un popolo. Che, in virtù di tale sacrificio, condusse a compimento quel processo identitario innescato dalla unità formale sancita il 17 marzo 1861. Un popolo (e la sua classe dirigente) che sorvolano distrattamente sui passaggi cruciali della propria storia non potrà mai spiegare ai giovani “in nome di che” si possa e si debba “stare insieme”.

Meno che mai potrà spiegarlo una Amministrazione Comunale che quel piccolo spazio antistante il sacrario dei caduti beneventani lo ha scandalosamente messo a profitto per ricavarne nuovi loculi.

MARIO PEDICINI

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